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Full text of "Brescia nel 1796, ultimo della veneta signoria"

945.25 
P31b 



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Mons. LUIGI F. FÉ D'OSTIANI 



BRESCIA 

NEL 1796 

ULTIMO DELLA VENETA SIGNORIA 




BRESCIA 

PREMIATA STAMPERIA F.LLI GEROLDI 
I908X 



345,25" 
F3IU 



IN MEMORIA 

DELLO ZIO AMATISSIMO 

QUESTE PAGINE CHE EGLI DETTÒ 

nell'ultimo ANNO 

DI SUA VITA 

STUDIO GENIALE E CONFORTO DI LUNGHI DOLORI 

OFFRE AGLI AMICI ED ESTIMATORI DI LUI 

PAOLINA DE MONTHOLON FÉ d'o. 



547060 



Mons. Luigi Francesco dei Conti FÉ d'Ostiani nacque 
in Brescia il 20 Ottobre 1829 dal Conte Giulio e dalla 
Contessa Paolina Fenaroli. Compiti felicemente in patria 
i primi studi ed i corsi secondari, dove addimostrò quella 
diligenza, che parve nata con lui, e che è dote né piccola 
né ultima di tutti i suoi scritti, passò in Padova allo studio 
delle leggi, e vi conseguiva li laurea nel 1852. Se fin 
d' allora volgesse in mente di abbracciare lo stato eccle- 
siastico, non é dato sapere : certo é però, che la sua vita, 
aliena da tutto che è spasso e distrazione, era data al ri- 
tiro tanto amico degli studi e degli studiosi; né egli co- 
nosceva miglior diporto e sollievo alle fatiche del trovarsi 
con buoni compagni amanti, come lui, della quiete, dei 
libri e delle antiche carte, le quali restarono sempre la 
sua più forLe passione, e furono negli ultimi anni, unico 
suo divertimento. 

Tornato in famiglia, quando tutto parea sorridergli, e 
il bell'ingegno, gli studi e il nome illustre gli promette- 
vano comodi ed onori nel mondo, ei si decise per la vita 
sacerdotale, di cui gli offriva ottimo esempio lo zio pa- 
terno, Prevosto di S. Nazaro. Vestito però, il 2 luglio 1832, 
l'abito di chierico, con meraviglia di molti, ma non degli 
amici, che ben ne conoscevano i costumi e la bontà, studiò 



2 

Teologia nel nostro Seminario, e, dopo tre anni,, tu ordi- 
nato prete il 14 Gennaio 1855, anno, che segna la data 
della sua prima pubblicazione, un racconto storico a ri- 
cordo di un famoso bandito bresciano. 

Di mente equilibrata ed osservatrice, d' indole vivace 
ed operosa, se amò le lettere come gradito sollievo o cu- 
riosità dello spirito, egli da natura si sentiva portato agli 
studi del diritto e della storia, scienze eminentemente po- 
sitive. E la buona ventura non gli mancò, poiché gli offici, 
a cui venne chiamato, mirabilmente servirono allo scopo, 
che vagheggiava. 

Usando egli sovente a Roma, da prima per ragion di 
studio presso le Congregazioni Romane, poi per causa di 
salute, ebbe bellissimo campo d'assecondare il suo amore 
alla storia, là dove nei famosi archivi si incontrano sempre 
eruditissimi indagatori; e taluni n'ebbe aiutatori ed amici, 
de' quali narrava i più leggiadri aneddoti col brio, che 
era proprio del suo conversare. Nò furono poche le no- 
tizie, che egli trasse di là ad illustrazione della storia bre- 
sciana, come ne fan fede le sue memorie. Non fu già egli 
storico alla guisa di quei, che abbracciano nelle loro ri- 
cerche fatti ed uomini, che hanno azione su tutto un po- 
polo od oltre i confini della nazione, ed il racconto de' 
quali procede e s' intreccia, per necessità, colla storia del 
loro tempo; egli restrinse il suo compito alla sua Brescia, 
che studiò coll'amore di figlio devoto, togliendo all'oblìo 
immeritato uomini degni di ricordanza, e correggendo er- 
rori, in cui erano caduti alcuni suoi predecessori, che non 
ebbero, come lui, la ventura di por mano su nuovi do- 
cumenti, o forse mancarono talora del giusto criterio di 
interpretarli. Il che, se nulla o poco toglie di lode ai primi, 
certamente torna di ono-e a Mons. Fé, che non si fermò, 
come si usa non raro, al ripetere avvenimenti od osser- 
vazioni senza vagliarne la verità e la giustezza. 



3 
Se Mons. Verzeri, Vescovo allora di Brescia, permise 
volontieri che il giovane Fé si recasse a Roma a fine di 
impratichirsi nelle Congregazioni Romane dell' uso della 
scienza del Diritto canonico, ciò non fu senza uno scopo, 
che egli aveasi di chiamarlo in Curia, come fece real- 
mente : e a lui furono quindi affidate a giudicarsi molte 
vertenze o questioni sorte in Diocesi, principalmente quelle, 
dove si richiedeva studio di documenti antichi e verifiche 
di date e di luoghi, per cui è necessaria la cognizione della 
topografia moderna e dell' antica e delle varie mutazioni 
occorse nel progresso del tempo. Se a Roma soleva pas- 
sare dagli offici delle Congregazioni agli archivi, in Curi?., 
fattosi archivista, curò il riordinamento dei documenti, e 
più di tutto lesse e studiò, come poi fece in altri archivi 
pubblici e privati, che infine conobbe forse meglio di ogni 
altro, e ne attinse informazioni molteplici a rischiarare la 
storia bresciana, meritando 1' affetto e la stima de' suoi 
concittadini, e la nomina di Socio dell'Ateneo di Brescia, e 
di membro della R. Deputazione di Storia Patria di Torino. 
Né qui si fermò la sua operosità. Alla morte di Mons. 
Bianchini di v. in., egli venne chiamato a succedergli nella 
Dignità di canonico Teologo, e, dopo pochissimi anni fu 
innalzato alla Prepositurale insigne dei SS. Nazaro e Celso, 
dove, a ragione, la memoria dell'illustre famiglia Fé d'O- 
stiani é avuta in grande amore e venerazione per larghi 
benefici e per esempi di mirabili virtù. 

Il novello Prevosto non mancò alle speranze, che si erano 
riposte in lui. Ben voluto a Roma, dove era conosciutis- 
simo a' Cardinali e ad officiali di Curia, accetto a Pio IX, 
che, apprezzandone il merito, lo creò Cameriere Secreto 
ad honorem, indi Prelato Domestico, egli si valse di tale 
stima a prò della sua chiesa; e, preparata una dotta memoria 
s.illa Collegiata di S. Nazaro, soppressa per decreto Napoleo- 
nico del 1810, la spedì, d'accordo con S. Ecc. Mons. Verzeri, 



4 

a Roma chiedendo, che fosse restituito dall'autorità suprema 
quello, che un potere incompetente avea soppresso. E la 
domanda largamente documentata ottenne lo scopo prefisso 
di risuscitare nella sua chiesa l'antica Collegiata dei cano- 
nici coi distintivi propri del loro grado, la quale rimarrà 
memoria imperitura dello zelo di lui nel volere onorata 
la sua Prepositurale. 

A cagione della sua mal ferma salute non potè sempre 
adoperarsi nel ministero parrocchiale, come usava da prin- 
cipio, e avrebbe pur tanto desiderato : anzi dovette negli 
ultimi anni, quasi al tutto, interrompere la predicazione, 
che era e resterà beli' esempio di dicitura facile e suc- 
cosa, da lui preparata colla diligenza propria di tutte 
l'opere sue, e ne sono testimoni quanti l'ebbero ad udire 
e gli scritti pastorali, che di lui ci rimangono. Ma nella 
impossibilità di operare personalmente in parrocchia, non 
mancava però di governarla e dirigerla, e dal suo studiolo, 
bene informato da ottimi cooperatori di quanto occorresse, 
dava avvisi e consigli improntati sempre a somma pru- 
denza e carità, come gli suggeriva il buon criterio e la 
lunga esperienza. E pari fu la larghezza del cuore e della 
mano di lui, pronta al soccorso nelle strettezze e nelle 
necessità, non mai fastidito, quando carità lo richiedesse, 
del dovere interrompere i suoi studi e le sue letture, le 
quali, negli ultimi anni furono, colla conversazione di 
qualche buon amico, 1' unico conforto di sua vita. E la 
morte lo colse tranquillo e sereno a dì 3 Febbraio 1907, 
mentre appunto stava dando Y ultima mano alla Storia, 
che vede la luce in questo volume. 

G. G. 



Ì^^>K^>1^^&^5K^>K~X->K^->K~X-5K-W~>K-X~>& 



Pubblicazioni di Mons. Fé d'Ostiani 



4- 
5 

6, 

7 
8 

9 
io 

ii 

12, 

13 

14 
r 5 



— Giorgio Vicario — Frammento di racconti storici — Trieste — 
Lloyd, 1855 — pag. 16, in-8. 

— Il Comune e la Parrocchia di Prodezze — Brescia — Tip. Pio 
Istituto Pavoni, 1859, > n_ 8. 

— Il P. Francesco Sanson e la Chiesa di S. Francesco in Bre- 
scia — Ivi, 1867, pag, 18, in-8 gr. 

— Altobello Averoldi Vescovo di Pola e la Chiesa dei SS. Na- 
zaro e Celso in Brescia — Ivi, 1868, pag. 16, :n-8. 

— Bartolomeo Averoldi ultimo Abate di Leno ed Arcivescovo di 
Spoleto — Ivi, 1869, pag. 11, in-8. 

— Brevi cenni della vita e degli scritti di alcuni Sacerdoti Bre- 
sciani — Ivi, 1868-69, pag. 18 in annuario diocesano. 

— Brevi notizie storiche sui Canonici teologi di Brescia — Ivi, 
1870 — annuario dioc. 

— Brevi cenni sui Penitenzieri maggiori della Città e Diocesi 
bresciana — Ivi, 1871 — annuario dioc. 

— Sermone inedito di Albertano Giudice di Brescia — Brescia, 
Pio Istituto Pavoni, 1874, pag". 70, in-8. 

— Il Vescovo Domenico Bollani — Brescia, Pio Istituto Pavoni, 
1875, pag. VII-2o6, in-8 con ritratto. 

— Il S. P. Pio VII in Venezia — Lettere inedite del Co: Fer- 
rante Avogadro, illustrate — Brescia, Tip. Bersi, 1877, in-8. 

— I proverbi o modi di dire storici bresciani — Ivi, 1878, pag. 15 
in- 16. 

— Della supposta scoperta di una pergamena intorno ad Arnaldo 
da Brescia — Ivi, 1882, in-8. 

— Della fabbricazione delle armi bianche in Brescia — da ur) 
codice della Queriniana — Ivi, 1882, in-8. 

— Muzio Calini Arcivescovo di Zara, ed i Bresciani al Concilio 
di Trento, con due appendici — In Archivio Veneto, 1882, in-8. 



/ 



i6. — Il Comune t l'Abbazia di Rodengo — Memoria storica illu- 
strata con disegni del Prof. E. Madoni — Brescia, Tip. Vescovile, 
1886, pag. 141, in-8. 

17. — Il Santuario e la Chiesa delle Grazie in Brescia, 1886. 

18. — Delle illustri famiglie Bresciane recentemente estinte — Brescia, 
Tip. Queriniana, 1890, pag. 79, in-16. 

19. — I conti rurali bresciani nel medio-evo — In Archivio S. c ° Lom- 
bardo, 1890. 

20. — La Chiesa e la Confraternita bresciana in Roma — In Cit- 
tadino di Brescia 1890. 

21. — Diario di Brescia (io Maggio 1796 — 2^ Maggio 1797 — 
In Archivio Veneto, 1892. 

22 — La Pieve di Bornato e i suoi Arcipreti — Brescia, Tip. Sa- 
voldi, 1892, in-8. 

23. — Di un Codice Laudario Bresciano-Vaticano, trascritto e anno- 
tato — Brescia, Tip. Queriniana, 1895, pag. VHI-64, in-4. 

24. — Descrizione dell'antica Pieve di Bedizzole Brescia, manoscritto 
aggiunto alle Memorie di Bedizzole di D. G. Gregorini — Bre- 
scia, 1898, in-12. 

25. — Indice cronologico dei Vicari vescovili e Capitolari in Brescia 
— Tip. Queriniana, 1900, pag. 72, in-4. 

26 — Elenco storico dei viventi patrizi Bresciani e loro ascendenze 
fino al 1796 — Brescia, Tip. Centrale, 1902, pag. VIII-97, in-8. 

27. — Storia, tradizione ed arte nelle vie di Brescia — Tip. Queri- 
niana, 1895- 1904, — Fascicoli io, in-16 di complessive pag. 538. 

28. — Commemorazione del Co: F. Bettoni-Cazzago — in Miscel- 
lanea di Storia italiana, 1901. 

29. — Fé d' Ostiani e Bettoni - Cazzago — Prefazione e Regesto 
cronologico al Liber Polheris civitatis Brixiae (Mo/ium. Histotiae 
Fatriae, voi. XIX). 

30 — Studi genealogici sulla Famiglia Martinengo, manoscritto i- 
nedito 

Oltre a questi pubblicò più altri brevi scritti che non credo qui 
dovere enumerare perchè non sono di argomento storico. 





Stemma di Bandiera 




Stemma di Terraferma 



PREFAZIONE 



Trinui del secolo XV 111 gli storici, tranne poche eccezioni, 
narrarono i fatti più palesi della vita sociale senza cercarne 
le cause intime ed accennare alle fonti da essi interrogate, e 
per mancanza di critica non sapeano discernere il vero dal 
falso, ritenendo per ignoranza o locale pregiudizio Y uno e 
r altro fondati sulla verità, fendono di ciò testimonianza 
anche i primi nostri bresciani, il ^Calve^i, il Caprioli, il 
{Maggi, il 'Fiossi, cogli altri pochi cronisti profani ed agiografi. 

Fattisi poi gli storici più osservatori, eruditi e guardinghi, 
cominciò la critica ad insegnar loro che ogni narrazione dovea 
corrispondere ad autentici e veridici documenti testimoni del 
vero, insegnò loro di allearsi colla paleografia, colla archeo- 
logia e scienze affini, onde dalla storia uscisse la verità. 

La necessità di ridonare alle antiche e medioevali notizie 
la verità fu sentita dagli storici del secolo XV 111, e noi ve- 
demmo allora anche nella città nostra i primordi della critica 
negli storici lavori del Card. Qiierini, del Luchi, dell' Astesati, 
del Gagliardi, del Mazzucchelli, dello Zamboni e del Doneda, 



segnaci del Muratori. Senonchè alla veridicità della storia 
mancava ancora un necessario elemento cioè lo studio intimo 
della società presso cui si svolsero i fatti che si voleano nar- 
rare, lo studio della condizione e dell' idee delle famiglie e 
degli individui, delle tradizioni e degli stessi pregiudizi, bene 
guardandosi però dall' affibbiare alle passate generazioni le 
idee ed i giudici del tempo dello storico, come pur fece qualche 
volte l'Odorici nelle sue erudite Storie Bresciane. 

Tale studio molto giova alla verità storica. ^Anche le 
piccole notizie, che per se stesse hanno poca importanza, pos- 
sono portare spesso spiegazione sulle vere cause inattese di- 
grandi avvenimenti, e, mercè di questi tenui lavori, molli 
giudizi erronei di scrittori nostrani ed esteri furono corretti. 

c SLel secolo XIX fino a noi, li storici critici ed ipercri- 
tici, si fecero conoscere anche in Italia nostra con poderosi e 
magistrali lavori, e felicemente abbondano anche gli scrittori 
di monografìe e le piccole e preziose notizie di tali lavori 
recano la loro pietra alle storie generali quando sieuo dalla 
critica vagliate: nella classe delle monografie pongo il se- 
guente mio lavoro. 

Con tutta la possibile imparzialità descriverò prima Brescia 
nel suo materiale, poi narrerò delle magistrature governative 
e comunali, della società e coltura intellettuale, del popolo e 
dei patrizi e del loro genio armigero abusato dai feudatari, 
dai bravi e dagli spadaccini, dirò della politica veneziana e 
del clero, dei francesi e delle loro violenze, nonché delle bat- 
taglie da essi sostenute e vinte qui e nei nostri dintorni. Pro- 
curerò di tenermi al vero con quella libertà che mi sai ebbe 
stata difficile usare durante la vita di coloro che con buoni 



1 1 
o tristi consigli o coll'opera si trovarono immischiati in que' 
bresciani ribollimenti a divallerò dei secoli XTIÌÌ e XIX. 
lira mio pensiero di continuare la storica narrazione fino alla 
proclamazione di 'Bonaparle a re d'Italia, ma circostante, 
non dipendenti dalia mia volontà, mi costringono a limitare 
la storia all'ultimo anno del regime della Repubblica Veneta 
in Brescia (i/ c j6) non ostante che quella Repubblica (sebbene 
in apparenza) governasse fino al 22 Marzo 1797. Siccome 
poi gli So giorni che corsero dal 3 / Dicembre al 20 Mar^o 
successivo si manifestarono quasi prodromo avanzato della 
rivoluzione non abbiamo qui registrati gli avvenimenti di 
quegli So giorni per narrarli poi insieme alla rivoluzione 
che cacciò per sempre da noi il dominio di S. Marco. 

L'amore verso la citta nativa mi fé' scrivere, l'indulgenza 
dei lettori mi sarà dolce conforto. 



^X. 




ALVISE MA XIX 



f ° Il ° Il ° ti 11 ° Il ° Il ° Il ° Il ° Il ° Il ° Il ° Il ° li ° I ° Il ° Il ° Il ° Il ° il ° I 



BRESCIA QUAL' ERA NEL 1796 



La periferia della nostra città era ancora quella segnata 
dalle mura inalzate dal nostro Comune nel 1242, che for- 
mavano la terza cerchia cittadina. La Repubblica Veneta 
nel secolo XV e più nel XVI di nuovi fortalizi munì il 
Castello, mettendolo in comunicazione colla sottoposta 
mura per mezzo di voltoni e case matte, come ognuno 
avrà potuto osservare nell' atterramento di alcuni spalti 
compiutosi a giorni nostri. 

Durante la lunga pace di quasi due secoli, le locali 
autorità più non si curavano de' nostri, spalti i quali nel 
1796 rendevano spettacolo di luogo non appartenente al 
Governo, ma piuttosto al primo occupante. Ed infatti ve- 
deansi alberi piantati da privati sugli spalti e nelle fosse, 
vedeansi scoscendimenti e materie di rifiuto qua e là am- 
monticchiate. Le pioggie poi avendo perduto lo scolo re- 
golare aveano reso il terreno disuguale dandogli aspetto 
dell' onde del mare. E 1' abbandono degli spalti estende- 
vasi anche alle vie di circonvallazione interna ed esterna 



ri 

ingombre di sassi, di sterpi, con pantano ed in vaii luoghi 

impaludate. 

Le cinque porte della città, colle relative stazioni dei 
Vigilanti, erano state erette nel secolo XVI dai Veneziani, 
nascoste al nemico per mezzo di rivellini e lunette mu- 
nite di ponti levatoi ed aperte fuor della linea delle mura. 




PORTA DI S. NAZARO (1796 

La sola porta di S. Nazaro era stata dal Governo quasi 
del tutto restaurati dopo il terribile scoppio della torre 
polveriera presso quella porta esistente (1769). 

Il Castello quando il 3 Agosto 1796 fu occupato dai 
Francesi, mostrava per le macerie e per P abbandono di 
alcuni baluardi e della edilizia che almeno da un secolo 
non si era pensato a riparazioni. 



i5 

Il Castellano era sempre un nobile veneziano e la scarsa 
guarnigione era composta di vecchi veterani e non pochi 
giovani bombardieri. 

Il resto della milizia Veneta sotto il comando del Go- 
vernatore dell' armi era acquartierato in città dietro la 
chiesa di S. Giuseppe ora demaniale (N. io) nella caserma 
de' bombardieri (ora Istituto Poverelle) Via S. Nazaro 
N. 17, nell'allora nuovo quartiere detto Quartierone ter- 
minato dai francesi ed odiernamente restaurato, ed in una 
caserma alquanto angusta in parrocchia di S. Alessandro 
che lasciò il nome di Quartiere a quel vicolo. 

La racchetta di S. Faustino non ancora distrutta, per 
trascuranza e già poco servibile, si univa al Castello, con 
un viottolo o casamatta, presso la strada di soccorso. 

Questa rocchetta era stata eretta dai veneziani nel rior- 
dinamento delle mura, usata poi per magazzeno dai fran- 
cesi, fu demolita dagli austriaci. Prima che i veneti ridu- 
cessero all'attuale stato le mura il fiume Garza attraversava 
la città, ma dopo il compimento degli, spalti si fece girare 
il fiume intorno alle mura, introducendo invece nel letto 
di questo il fiume Bova derivante dal Mella, e ciò non 
ostante i bresciani continuarono a chiamar Garza anche il 
Bova la di cui origine è ben diversa Al Bova si unì allora 
il fiume Celato e da queste acque si estrassero i due canali 
più antichi chiamati Dragone a destra e Dragone a sinistra, 
uno de' quali scorreva lungo le mura della seconda cinta 
ed usciva come oggi fuori di porta S. Nazaro; poco lungi 
esce pure il Dragone a sinistra, continuando poi il Bova 
fino a S. Gaetano sotto il nome di Molin del Brolo. Que- 



le 

ste acque animavano in città alcuni opifici industriali, come 
i molini di S. Lorenzo, di S. Alessandro, dei Cappuccini, 
di S. Gaetano, le concerie di pellami in Rua Confettura, 
le mole degli arrotini come in via S. Giuseppe e S. Agata^ 
le ruote dei filatoi come a S. Chiara, in via Contradone, 
a S. Francesco, e vicino alle porte di S. Nazaro. 

Tutte queste acque correvano in molti luoghi scoperte: 
dalle Pile a S. Faustino, da qui lungo il Mercato della 
legna fino al Municipio, indi a S. Afra ove le carrozze 
passavano a guazzo (del Gitalo chiamavasi anche la via, 
e la scopertura conlinuava sino agli spalti di S. Gaetano. 

Le vie cominciarono a selciarsi nel 1530 per le esorta- 
zioni del Podestà Pietro Pesaro (1) e compita l'opera, veniva 
bensì dal Comune mantenuta, ma in tal modo che ora 
certo si deplorerebbe. Grossi ciottoli rivestivano le vie 
alle quali si era finto nel centro un abbassamento pel 
decorso dell' acqua piovana che si alzava continuamente 
nella via durante la pioggia fino a che avesse trovato 
qualche buco per raggiungere il fiume; in alcune vie en- 
trava anche nelle case i di cui proprietari aveano stabilite 
delle chiaviche, che venivano in tempo di pioggia poste 
alle porte onde salvarsi dalla inondazione. 

Per facilitare poi ai viandanti il passaggio da una al- 
:'altra parte della via erano impiantate a traverso certe pietre 
sulle quali si passava in tempo di pioggia, e quante volte 
noi fanciulli uscendo dalle scuole delle Grazie abbiamo 
saltato da una in altra di quelle pietre, delirio dei coc- 



(1) Nassino - Registro di notìzie bresciane. Mss. Queriniano C. I. 15. 



chìcri clic doveano schivarle specialmente di notte, mentre 
le gronde assai sporgenti delle case versavano loro addosso 
e sulle vetture la pioggia. La maggior parte de' marcia- 
piedi erano selciati con qualche pezzo di pietra, ma ge- 
neralmente con mattoni in costa e non era raro di passar 
dinnanzi a qualche casa la cui scala interna continuava e- 
sternamente occupando in tutto o in parte il marciapiede 
e rari non erano gli ingressi alle cantine dai marciapiedi 
coperti da pesanti antoni orizzontali. 

Ancora peggiori erano le vie fuor di città per cui si 
usava dalla maggior parte la cavalcatura, ed ogni mattina, 
il mercoledì ed il sabato specialmente, veniva in città una 
turba di asinelli portanti ceste di commestibili in piazza, 
scaricate le quali, le bestie tenevansi nel vicolo a cui il 
nostro popolo conservò il nome degli Asini, e quasi ogni 
gijrno altre carovane di quelle pazienti bestie entravano 
dalle porte cittadine carichi di sacchetti di sabbia minuta 
pei muratori. Queste nostre strade non venivano sgom- 
brate dalla neve che nell'inverno le copriva, solo i frontisti 
dai loro marciapiedi la gettavano nel mezzo, ed allora 
comparivano le slitte, alcune delle quali artistiche dei pa- 
trizi, che con veloci cavalli correvano sulla neve entro e 
fuori della città; di queste slitte ancora giovinetto ne vidi 
in rimesse di alcuni palazzi. 

I nomi delle vie non erano scritti sugli angoli, non 
numerate le case, solo i palazzi aveano cornicioni ai tetti 
e, se anche ora si lamentano abitazioni insalubri, pensate 
quante e quali ve n' erano allora. 

Cinque vie avevano il nome di corso, cioè: quello dei 



I* 

Cappellai, dei Mercanti, dei Barberi, dei Paroloni, del Gam- 
bero, ed era chiamato Corsetto la via di S. Agata, ma il 
vero Corso era da Porta Bruciata a Porta S. Giovanni 
(sul percorso dell" antica Via Emilia romana che attraver- 
sava Brescia uscendo a porta S. Andrea al Rovarotto, 
scomparsa nel secolo XV; e quel Corso portava i diversi 
nomi di Corso Orefici, Corso Mercanzie, Corso della Pal- 
lata formando il gran Corso, sul quale comparivano nel- 
l'Agosto le eleganti carrozze e giungevano fino in Campo 
Fiera che in quel mese era per due terzi come un porto 
franco di mercanzie esposte in tanti casotti di legno sim- 
metricamente stabiliti, essendo l'altro terzo destinato ai 
giuochi ed alla fiera di bestiami pei quali oltre i portici 
che, in parte rifatti, ancor si vedono, ve ne erano altri 
di legno (i). 

L'illuminazione notturna della città consisteva in qual- 
che lumicino dinanzi a divota immagine dipinta sul muro. 
Il buio propizio al ladro e all'assassino, veniva pel patrizio 
e pel ricco borghese rotto dalla lanterna che il lacchè o 
il buio armato gli portava innanzi e pel popolano dal lan- 
ternino portato da lui stesso o dal cane ammaestrato. 

Strettissime alcune vie, a stento davano il passo alle 
carrozze allora molto larghe ed alte. La via Dolzani p. e. 
era quasi otturata dall' antica Torre Teofila aderente al 
palazzo Martinengo, i quattro angoli del Cantone degli 
Stoppini quasi toccavansi talché appena vi si passava. 
Quattro quinti dell' attuale Mercato Grani erano occupati 



(i) Averoldi - Le scielte pitture di Brescia. Tip. Rizzardi. 



19 
dalla cinta dell'orto dei monaci cassinesi. Il mere no grani 
era ancora ai portici del Granarolo, ai cui fondachi trassero 
nella penuria del 1765 gli 800 triumplini armati per voler 
pane e farina ed al rappresentante veneto che voleva cal- 
marli risposero: « Voi Eccelenza che consumate tanta farina 
per imbiancare i vostri capelli e la vostra parrucca, datene 
anche a noi che abbiamo fame ». 

Dove sta ora il monumento dedicato da Re Vittorio 
Emanuele II alle vittime del 1849 (1), su alto piede- 
stallo ergevasi una colonna sormontata dal leone alato, 
artistica scoltura del nostro Medici, gettata a terra e ri- 
dotta in pezzi dai giacobini nel 1797; la colonna fu levata 
nel 1822. 

Nel 1765 era stata trasportata in piazza del Lino, ora 
detta Nuova o dell'Erbe, la vendita dei commestibili, con 
tutti i casotti che ingombravano la bella piazza dei Co- 
mune, lasciando però sotto la Loggia i venditori di vesti 
fatte e della tela, licenziati poi anch'essi dopo il 1848. 
Eranvi allora in piazza vecchia, centro del movimento cit- 
tadino, i due rinomati caffè del Bergamasco, quello dei 
Grigioni ed il pasticciere Mostaccino, forse l'unico in città, 
essendo quest'arte quasi privativa delle monache. 

Gli uffici dell' Illustrissima Città ( municipio ) erano 
come tutt'ora nel palazzo della Loggia, tranne che in luogo 
delle tre attuali sale, era una sola grande sala ad occidente 
tutta dipinta dai nostri pittori Marone e Bona destili ita alle 
adunanze del Consiglio Generale. Nell'edificio accanto alla 



(1) Opera del bresciano scultore Giambattista Lombardi. 



20 

Loggia avea sede il Collegio dei Giudici e sulla porta 
d'ingresso alla sala maggiore leggeasi la seguente lapidaria 
iscrizione: 

HIC LOCUS ODIT, AMAT, PUNIT, CONSERVATA HONORAT, 
NEQJJITIAM, PACEM, CRIMINA, JURA, BONOS (i). 

A mezzodi della piazza il severo edificio dei due 
monti di Pietà, nella cui parte occidentale stavano le 
prigioni per gli uomini condannati. Le carceri delle donne 
erano nella torre della Palada, quella de' processagli in 
Broletto, le politiche in Castello. 

Ed in Broletto stavano gli offici governativi. Xel pian- 
terreno il corpo di guardia militare alla porta occidentale 
chiusa da cancelli, alla parte orientale gli sbirri (guardie 
di polizia). Stavano pure in pianterreno la Camera Ducale 
o Tesoreria del Principe, i notai al Malefico (Cancelliere 
Criminale) le prigioni e le poste, e sotto i portici nei 
giorni non feriali eravi notevole movimento di cittadini 
che chiacchieravano e strillavano. 

Seduti a qualche banco stavano certi scrittori che per 
proprio conto e senza mandato officiale servivano i popo- 
lani analfabeti o poco intelligenti nello stendere suppliche 
o ragioni curiali, come tanti azzecca garbugli detti dai bre- 
sciani mangiacarte, altri poi erano sollecitatori di palazzo, 
causidici, clienti ed uscieri che fra loro discorrevano prima 
che si aprissero le udienze (2). 



(1) Gambara - Ragiona menti di Storia Patita - Voi. 1. pag. 128. 

(2) Notizie avute dall' Avv. Paolo Cassa che nel 1796 era inter- 
veniente presso i tribunali della città. 



21 

La parte del Broletto a monte era riservata ad abita- 
zione del Capitano e agli uffici del Governatore dell'armi, 
del Collaterale e dei Direttori delle Finanze (Fisco) i quali 
però tenevano anche delle case di loro abitazione allora 
di proprietà governativa N. 3 e 5 in piazza del Duomo. 

La parte a mezzodì spettava al Podestà in unione agli 
uffici degli assessori o giudici del Maleficio (Tribunale 
Criminale) e dei giudici della Ragione (Tribunale Civile). 
A tutti questi uffici si ascendeva per lo scalone ora detto 
del tribunale o per la chiocciola della torre, perchè la scala 
della attuale Prefettura, fu eretta più tardi occupando 
una parte dell' ora distrutta chiesa di S. Agostino di cui 
rimase la bella facciata del secolo XIV nel vicolo omonimo. 

Le dette principali abitazioni del Broletto erano deco- 
rate di affreschi, di quadri, di statue (1), ma la rivoluzione 
del susseguente anno, molti rovinò e distrusse e non ri- 
masero che alcuni vólti dipinti dal Sancirmi e dal Gandini 
ed una sala del Capitaniato dipinta da Lattanzio Gambara, 
ed in quei travolgimenti andò perduto il quadro rappre- 
sentante Brigida Avo^adro sulle mura a difesa di Brescia 
contro P esercito dei Visconti sotto il quale vi era la se- 
guente inscrizione : 

Brayda Avogadra — Patriam Insubri hoste petitam — 

cum matronis concivibus ceterarumque eceminarum 

manu viriliter defend1t mcdxxxiix (2). 



(1) Chizzola (vere Carboni) Le pitture e scolture di 'Brescia nel 
1760 per Rossini. 

(2) Brognoli - Memorie spettanti all' assedio di Brescia 143S - 
Brescia, Berlendis 1780. 



22 

La nuova Cattedrale fondata sull' antica di S. Pietro 
de Dom nel 1604 non era ancora finita nel 1796; la 
maggior parte era scoperta, le Capelle non ancora com- 
pletate e monca della cupola. 

Di faccia al Duomo vecchio, l'isola, che ha per confine 
i portici e le due vie prospettanti la Cattedrale, era oc- 
cupata dall'arsenale militare (il ove fino al cadere del 
secolo XVII eravi fonderia di cannoni, ma nel 1796 usa- 
vasi solamente per deposito di armi bianche e da fuoco 
mentre quelle dell'artiglieria venivano somministrate dalle 
due fabbriche e fonderie del Bailo in Sarezzo e del Torri 
a Castro sul Sebino. 

In città diverse case e varie vie aveano ancora aspetto 
medioevale; alcune furono in qucll' anno riattate, parecchie 
si lasciarono come erano, p. e., la Rua Confettora ed al- 
cune vie presso il Carmine ed in Cittadella vecchia furono 
più tardi trasformate. 

La Dogana era sul Corso della Pallata nella casa an- 
cora segnata col N. io, la dispensa del sale sul Corso de' 
Parolotti, e del Sale chiamossi il vicolo retrostante. Nella 
casa N. 7 in via Cavalletto era l'ufficio dei Deputai al Ter- 
ritorio (Provincia) che lasciò il nome alla via di mezzodì. 

In fatto d' arte non era Brescia in penuria, oltre i 
dipinti ad olio ed a fresco ed i monumenti in scoltura 



(1) Questo arsenale dopo aver servito anche di caserma ai sol- 
dati francesi nel 1797, fu dal Demanio venduto al signor Tolotti che, 
rifabbricatolo con disegno dell' architetto Berenzi, alla sua morte lo 
lasciò all'unica figlia sposa del francese Faucanié Ora la vasta casa 
è divisa fra più proprietari. 



23 

nelle Chiese, pregiate collezioni artistiche e numismatiche 
conservavansi presso nobili famiglie da costituirne nn vere; 
museo. Le gallerie dei Nobili Averoldi, Avogadro, Fena- 
roli, Brognoli, Mazzucchelli, Barbisoni, Gaifami 3 Marti- 
nengo, attestano quanto fossero i nostri maggiori amanti 
dell'arte. Non parlo degli argenti e delle artistiche orefi- 
cerie appartenenti a Chiese ed a privati converse di poi 
dalla ingordigia francese in tanto rubato denaro. 

Tale era lo stato materiale di Brescia nel 1796, e noi, 
a torto paragonando il vivere de' nostri avi di più di un 
secolo fa col nostro presente, e tanti disagi e sconci d'allora 
coi comodi nostri e coi nostri desideri, lontani dal sentirsi 
soddisfatti, chiameremmo gli avi quasi inerti o retogradi? 
Viventi in un'epoca di vertiginosa operosità non possiamo 
essere giudici spassionati di quelli che si mostrarono so- 
vente più operosi e progressisti del Veneto Governo. 

E ne sia prova la tenacità con cui il cittadino Con- 
siglio instò per dieci anni presso il Governo di S. Marco 
affinchè riformasse i regi stradali ridotti in sì deplorevole 
stato, che sovente lo stesso corriere di S. Marco era co- 
stretto anche in pianura tirar innanzi coi buoi, e la città 
avrebbe pensato alla riforma delle vie territoriali. I voti 
dei bresciani furono finalmente esauditi; ma l'importante 
riforma cominciò solo nel 1790. Giambattista Albrici con 
pieni poteri del Governo ordinò che alla regia strada 
dall' Oglio al Mincio si restituisse 1' originale larghezza 
di 24 braccia bresciane (12 metri) avendo da tempo i 
frontisti occupato terreno alla regia via appartenente; e, ze- 
latore fermo nella sua missione, non badò a lagni ed a 



24 

proteste e felicemente compì la grande riforma di quella 
strada maestra. 

Il Consiglio cittadino nel 1793, dietro l'esempio del 




GIROLAMO FENAROLI 

(da ritratto presso il Conte Federico Bottoni) 

veneto rappresentante, commise ai patrizi Girolamo Fe- 
naroli e Cesare Bargnani (1) la riforma della strada dalla 



(i) Girolamo Fenaroli del Co: Bartolomeo (1 760-1802) fu mem- 
bro del Governo provvisorio (1797), deportato poi a Cattaro dagli 
austro-russi, membro dell'Istituto di Scienze a Bologna, matematico 
e giureconsulto. 



25 

Mandolozza ad Iseo, ciò che essi fecero con tanta attività 
e prontezza che stante la pubblica soddisfazione il Consiglio 
ordinò che fosse posto alla Mandolozza un monumento a 




CESARE BARGNANT 

(da ritratto presso la'] Contessa Donati in Adro) 

ricordo dell' opera ed a lode dei direttori come leggeasi 
sul basamento portante una piramide (i). 

Co: Cesare Bargnani figlio del nob. Gaetano (1757-1825) segre- 
tario del Ministro Prina durante il Regno Italico, ben a Metto a Na- 
poleone che lo nominò conte e gran Groce della Corona di Ferro. 

(1) Quel monumento tu durante la rivoluzione (1797) disfatto 



26 

E quegli esempi ebbero valenti imitatori. 

11 celebre matematico prof. Coccoli ed il giovine inge- 
gnere o geometra (come allora diceasij Antonio Sabatti (i) 
apparecchiarono per conto del Comune vari progetti per 
agevolare con nuove strade 1' ascesa nelle valli Trompia 
e Sabbia e tu gloria del Governo provvisorio (1797) vi- 
verne incominciata l' esecuzione, seguita poi sotto la Ile- 
pubblica Cisalpina e sotto gli altri governi fino a noi, ond'è 
che la nostra divenne una delle provincie in Italia più 
ricche di buone vie. 

Secondo poi il Nuovo Giornale di Brescia stampato 
dal Bendiscioli per l'anno 1796 la popolazione della città 
era di abitanti 44915 e della Provincia, allora detta Ter- 
ritorio, era di 341.059. 



ed una parte di esso fu dai demagoghi Iscani portato al loro paese 
e vi conficcarono sopra 1' albero della libertà e poi spezzato alla ve- 
nuta degli austro-russi in Iseo (1799). 

(1) Coccoli Domenico di Brescia celebre matematico, professore 
accademico in Brescia, indi Ispettore generale delle strade ed acque 
nel regno Italico (1747-1812). 

Antonio Sabatti ingegnere, discepolo del Coccoli (1758-1843). 
Ebbe pubbliche missioni, fu vice prefetto e nominato cavaliere e barone. 



LE AUTORITÀ VENETE E CITTADINE 



La giurisdizione amministrativa nel XVIII secolo 
presso di noi differiva siffattamente dalle attuali nella cir- 
coscrizione territoriale, nella competenza, nella forma e 
perfino nei nomi, che malegevole ritorna il dover dare di 
esse un' adeguata idea. 

Che se vuoisi in qualche modo intendere l'organizza- 
zione allora vigente è necessario portarsi col pensiero agli 
antichi e gloriosi reggimenti dei Comuni, in cui le città so- 
vrastavano bensì ai Comuni rurali, ma solo tanto quanto era 
spediente per mantenerli in federazione, e quindi a quei 
comuni rimaneva una certa autorità sovrana, discutevano 
e facevano da se stessi le proprie leggi (statuti), giudica- 
vano da se le controversie civili, almeno in prima istanza, 
ed amministravano anche una parte della giustizia puni- 
tiva. E come, secondo gli antichi loro statuti, le città stesse 
erano tenute ad assumere un Podestà forestiero ad ammi- 
nistrare specialmente la giustizia, così la città spediva suoi 
rappresentanti presso le unioni più o meno numerose di 
comuni rurali, e quei delegati dovevano giudicare nelle 



28 

cause di loro pertinenza a seconda dei diversi statuti cit- 
tadini o comunali che fossero. 

La Repubblica Veneta, riserbandosi gli atti di politica 
e di alta amministrazione, accettò e mantenne la condi- 
zione posta dai Bresciani nelP atto di loro dedizione, di 
conservare e rispettare tutti gli statuti, e quindi anche 
quella organizzazione che, con poche riforme, era ancora 
più o meno in vigore nel 1796 prima che ci venisse quella 
violenta bufera, la quale doveva schiantare tutte le antiche 
istituzioni de' padri nostri, e tutto innovare con concetti più 
chiari e leggi più uniformi, ma certo meno libere, sebbene 
nate sotto il grido della libertà. 

Fino al 1797 adunque i Comuni rurali erano governati 
da Consoli eletti popolarmente in comizi di tutti i capi 
famiglia (1). I Consoli rappresentavano la comunità, ve- 
gliavano alla esecuzione degli statuti, erano amministratori 
e di solito tenaci conservatori delle proprietà comunali 
allora assai ricche e, oggi si può dire sfumate. 

I Comuni che più degli altri conservarono i propri 
statuti nel pieno loro vigore furono i settentrionali, cioè 
quelli di Valcamonica, di Yaltrompia, di Yalsabbia e della 
Riviera Benacense e noi stimiamo sia ciò avvenuto in forza 
della federazione che tenevali fra loro uniti, per mezzo 
di sindaci generali, difensori dei loro diritti, dai Comuni 
stessi a questo scopo eletti (2). 

(1) I Comizi nelle loro antiche forme radunansi ancora in quei 
Comuni quando trattisi di nominare il Parroco di elezione popolare. 

(2) Il sindacato e Consiglio di Yaltrompia si radunava nel 1796 
in Tavernole e quello di Yalsabbia in Xozza. Il sindacato di Yalca- 
monica risiedeva in Breno e quello della Riviera in Salò. 



2 9 

I comuni rurali invece della pianura ben pochi ave- 
vano conservato in vigore i propri statuti e nelle 24 Quadre 
in cui era divisa quella parte del nostro territorio, quasi 
tutti, per molta inerzia e poco interesse, avevano perduta 
quella autonomia che con gelosa cura avevano conservata 
gli abitanti dei monti. Oltre poi i Comuni compresi nelle 
quadre, vi erano 15 ville nelle chiusure o suburbi di Brescia 
che dipendevano dalla città, però con propri ordinamenti, 
sette o otto paesi erano privilegiati e si reggevano da se; 
sei erano le comunità feudali, e su quelle nulla potea la 
città, ma tutto i feudatari; ed i luoghi forti avevano spe- 
ciali statuti e sovente erano soggetti a poteri straordinari 
di capi militari spediti in luogo dal veneto senato (1). 

Con tutto ciò la città conservava però un' alta giuri- 
sdizione sul territorio così montano, come della pianura 
e spediva i suoi luogotenenti, i quali, come vedremo, as- 
sumevano titolo di Capitano, di Podestà o di Vicario a 
seconda delle facoltà di cui erano investiti e de' luoghi in 
cui erano inviati. 

Salvi dunque i molteplici statuti cittadini e rurali, i 
privilegi ed i diritti feudali, 1' alta autorità stava raccolta 
nelle mani dei rappresentanti della Repubblica. 

Fin da quando Venezia, invocata da padri nostri, preso 
possesso nel secolo XV venne a reggerci, usò sempre se- 
condo la sua costituzione spedir qui due principali reggitori 
che chiamavansi, l'uno Podestà o Pretore, l'altro Capitano 
o Prefetto e queste due cariche ricordavano i Podestà ed 
i Capitani di popolo del medio evo. 



(1) V. 1' Elenco delle Quadre e dei Comuni App. I" in line. 



3 o 

Il Podestà teneva il primo posto col mandato di ve- 
gliare sulla pubblica sicurezza, sul buon costume, sul culto, 
sulle corporazioni regolari e laicali, sulle scuole, sulle arti, 
sul commercio, sulla pubblica sanità, sull'annona, sulle 
acque e strade, ed aveva inoltre la giurisdizione e com- 
petenza sulle cause civili e criminali. 

Il Podestà teneva udienza ogni dì non feriato, riceveva 
le petizioni ed i ricorsi, decidendo in materia civile i 
processi compilati dal giudice o assessore alla Ragione ; 
l'appello era portato a Venezia dinnanzi agli Uditori od 
alla Quarantia o Consiglio dei XL al Civile. 

Il Vicario Pretorio ne taceva le veci. Ogni causa cri- 
minale andava prima in mano del giudice od assessore al 
maleficio a cui spettava 1' istruttoria, come or si direbbe, 
e la relazione per le cause che venivano avanti al Podestà 
per revisione di appello. Dal detto giudice le cause pas- 
savano al Podestà, il quale, unito agli assessori e qualche 
volta al Capitano ed a due giudici di collegio, dava la sen- 
tenza. Intorno ai delitti politici il Podestà non poteva che 
denunciare ed istruire per mandato i processi, essendo il 
giudizio di sola competenza del Consiglio dei Dieci in 
Venezia (i). 

Spettava al Capitano vagliare e giudicare sulle gra- 
vezze pubbliche dirette ed indirette, sulle questioni doga- 
nali e fiscali, ed era si può dire il governatore militare 



(i) Romanin - Storia T)oc. di Venezia. Ivi Muratori eh. 1859, 
Tom. 8 p. 395. - Bettoni Co. Franc. - La Xobiltà Buse, nel « Brixia » 
pag. 98. - Cappelletti - Relazione Storica della Magistratura Veneta, 
Venezia, 1873 Tip. Grimaldi, pag. 81. 



3' 
di Brescia e del territorio ad eccezione di luoghi forti. 
Nel suo duplice ufficio civile e militare aveva un duplice 
consiglio; il finanziario, composto di lui e dei due camer- 
lenghi, ed il militare, in cui col Capitano avevano voto 
il governatore dell'armi ed il Castellano di Brescia (i). 

Durante i primi lustri del secolo XVIII la Repubblica 
sia per difficoltà nel trovare due patrizi che volessero as- 
sumere di venire nelle città di provincia in un ufficio bensì 
onorevole, ma dispendiosissimo, perchè poco retribuito, 
sia per recidere ogni occasione di attriti che sovente na- 
scevano fra i due rappresentanti, decretò di concentrare 
nelle mani di uno solo le due cariche; ed inflitti nel 1726 
essendo stato chiamato ad altra missione Pietro Grimani 
Podestà di Brescia, fu ingiunto a Federico Tiepolo Ca- 
pitano di reggere i due uffici col titolo di Capitano Vice- 
Podestà e da quell'anno fino alla caduta della Repubblica 
fu sempre uno solo il rappresentante veneto in Brescia 
collo stesso titolo di capitano-vice-podestà. 

Non vi fu clic un'unica eccezione nel 1748 nel quale 
anno vennero qui spediti Alni or Pisani Podestà e Leonardo 
Dolfin Capitano (2). 

Secondo la costituzione veneta i rappresentanti gover- 
nativi non dovevano rimanere in carica che un anno ma 
nel fatto vi stavano ora 14, ora 16 mesi ed anche più, ra- 
gione per cui noi troviamo alcune volte in uno stesso 
anno quattro o due rappresentanti, invece di due o di uno. 



(1) Bettoni - i e. - 'Diario Bresciano per l'anno ijoi - Brescia 
per Bendiscioli. 

(2) Vedi Peroni Serie dei Rettori di Brescia. Ivi per Nicolò Bettoni s. 1. 



3 2 

Nel 179S terminava il suo reggimento presso di noi 
il Senatore Antonio Savorgnan ed il governo della Ile- 
pubblica gli dava a successore Luigi od Alvise Mocenigp 
che fu l'ultimo dei .rappresentanti veneti in Brescia. Figlio 
di Gio. Alvise e di Bianca Morosini nato in Venezia nel 
1721 entrò nel gran Consiglio della Repubblica nel 1742. 
Sostenute in patria varie magistrature e l'alta carica di Con- 
sigliere Ducale venne spedito a reggere Vicenza 1 78 1) 
indi Podestà a Verona 1785 -86 . 

Ritornato in Venezia rientrò nel Consiglio de 1 Pregadi 
e tu eletto Provveditore sopra i feudi, allorché il Senato 
volle che assumesse il reggimento di Brescia mentre la 
bufera politici e militare addensavasi sul capo alla Re- 
pubblica (1). 

Il MocenigOj cosi scrive un suo contemporaneo, alla 
parola ed al tratto era signore e cortese e sebbene di età 
piuttosto avanzata, pure aveva vita vigorosa. Dama colta 
era la moglie sua Chiara Marcello che però per poco 
tempo rimase in Brescia. 

La sua Corte, che con tal nome chiamavasi il com- 
plesso degli ufficiali della duplice rappresentanza, constava 
delle seguenti persone. 

Podestarili cariche 'Pretorie: 

Carlo Autonio Piccoli, Vicariò Pretorio. 

Spiridione Cazaiti, Giudice al Maleficio | 

Benedetto Sarchielli, Giudice alla Ragione | 

Filippo Novi, Cancelliere Pretorio. 



(1) Litta - Le Famiglie Italiane - Fam. Mocenigo. 



33 
Capitaniato o cariche Prefettizie : 

Zuanne Barbaro, Nob. Ven. Camerlengo l. 

Piero Soranzo, Nob. Ven. Camerlengo II. 

Antonio Zanini, Cancelliere Prefettizio. 

Giuseppe Torre, Vice Collaterale sergente. 

Conte Antonio Stratico, sergente maggiore, sostituito 
poi dal Colonello Gio. Antonio Soffietti, gover. dell'armi. 

Antonio Pisani, Nob. Ven. Castellano. 

La Repubblica Veneta spediva pure altri suoi rappre- 
sentanti in alcuni luoghi del nostro territorio, cioè un 
Provveditore in Salò per tutta la Riviera con mandato 
quasi eguale a quello del Capitano Vice-Podestà di Brescia 
eccettuato però il giudizio delle cause civili, che era riser- 
vato al Podestà eletto dal Consiglio Generale di Brescia. 

Nel 1796 era Provveditore in Salò il Nob. Almorò 
Condulmier poi Francesco Cicogna. 

Vi erano Veneti Provveditori in Asola Andrea Corner, 
in Orzinuovi Autonio Badoer, in Lonato Barbaro Giu- 
seppe in aprile 24 ed in Rocca d'Anfo dal 7 novembre 
1795 Barbarigo da Riva tutti nobili Ven., i quali però non 
aveano, che poteri militari. Due castellani stavano uno in 
Asola Piero Corner dal 15 febbraio 1795 e l'altro in 
Pontevico Vincenzo Soranzo -Girolamo indi Corner 31 
marzo 1796 scelti anche questi dal Patriziato della do- 
minante (1). 

Fin qui le autorità venete; ora osserviamo le cittadine. 
Nella veneta costituzione 1' autorità cittadina o municipio 



(1) "IsLhovo giornale di 'Brescia per V anno 7796 - il Sole foglietto 
curioso e istorico - Bendiscioli p. 8^- 



34 

era molto maggiore di quella degli altri comuni del ter- 
ritorio ed anche della odierna municipale,, come chiara- 
mente ci verrà manifesto dall' esame che facciamo delle 
varie istituzioni cittadine. 

L' autorità maggiore risiedeva nel Consiglio Generale 
il quale fino alla prima metà del secolo XV fu popolare 
e come nelle antiche repubbliche, constava di un rappre- 
sentante in vita per ogni famiglia estimata e domiciliata 
in città. 

In seno poi di quel consiglio popolare stava un con- 
siglio speciale detto anche di Credenza composto di 72 
cittadini con limitate facoltà legislative e piene esecutive 
insieme ai Consoli e Podestà, il quale, per le esigenze 
giuridiche di quei tempi, dovea sempre essere un forastiere 
alla città (3). 

La Repubblica Veneta venuta in possesso della nostra 
città e territorio preparò colla sua influenza gli animi ed 
ottenne che il Consiglio Generale pigliasse forma del Con- 
siglio o Senato della dominante e difatti in un consiglio 
generale popolare del 1475 venne determinata con speciale 
statuto che da quell'anno in avanti non avessero voti in 
Consiglio, se non quelli appartenenti ad antiche e beneme- 
rite famiglie cittadine, che aveano sostenuti incarichi citta- 
dini e sostenuti i pesi o che avessero prestata 1' opera loro 
nel valoroso assedio della città nel 1438, tempore dine 
obsidionis) riserbandosi il Consiglio di a^^re^are al consiglio 
stesso altre famiglie quando si verificassero in esse le con- 



(1) V. Statuto di lì restili, De Potestate. 



35 
dizioni determinate dal riformato statuto. Il perche ogni 
due anni nel gennaio si riformava il Consiglio Generale, 
cioè si eliminavano dall'albo dei consiglieri i morti, i de- 
caduti per qualcune delle condizioni di esclusione, si in- 
scrivevano i nomi de' discendenti che erano arrivati all'età 
legale ed i nomi di quei cittadini ammessi per la prima 
volta fra i patrizi., indi si pubblicava la %tjormatio Con- 
stili general is, che era un foglio stampato volante, su cui 
secondo l'ordine alfabetico si registrava colla massima pre- 
cisione il cognome, il nome ed i titoli (Dottore, Cavaliere, 
Conte, Marchese) di ognuno de' consiglieri e quel foglio 
era considerato un documento pien provante il patriziato, 
la nobiltà ed i titoli (i). 

Oltre il consiglio generale eravi un' altro consiglio 
detto speciale in cui avevano voto 12 consiglieri che si 
cangiavano ogni due mesi in modo che in fine d' anno 
72 erano i consiglieri che avevano fatto parte del con- 
siglio speciale insieme ai 7 consiglieri formanti la con- 
sulta, dimodoché il consiglio speciale era composto di 
19 membri. Le deliberazioni del Consiglio Generale e dello 
speciale erano nulle se non interveniva il Podestà Veneto, 
il quale però non aveva voto. Le deliberazioni del Con- 
siglio Generale erano definitive, quelle invece del Consiglio 
speciale non avevano valore se non erano approvate dal 
Consiglio Generale. 

Un terzo consiglio era chiamato la Consulta o Banca. 

Ogni due anni, e precisamente in gennaio, quando si 



(1) Cagnola Agostino - Orazione ai Nob. Consiglieri di Brescia. 
S. F. 1775. 



36 

rivedeva., o, come allora dicevasi, si riformava il Consiglio 
si eleggevano quattro Abati e quattro Avvocati ; 1' un dopo 
l'altro stavano in carica sei mesi occupando così due anni. 

Le persone che dovevono occupare quei due uffici si 
sceglievano dai Dottori Giudici di Collegio e si nominavano 
per acclamazione. I tre Deputati si eleggevano ogni anno 
dal Consiglio Generale dopo Natale in apposita adunanza 
e duravano in carica un anno. I sindaci finalmente si eleg- 
gevano ogni anno e stavano in ufficio due anni, ma ogni 
anno doveva uscirne uno. In tutti questi uffici nessuno 
titolare poteva essere rieletto alla scadenza; ma fra queste 
e la rielezione dovevano passare almeno due anni. 

Per l'anno 1796 risultarono Abati Gio. Batta Appiani 
e Gaetano Palazzi ; Avvocati, Giuliano Montini e Conte 
Rutilio Calini; Deputati, Paolo Chizzola e Flaminio Ma- 
rasmi; Sindaci Ottavio Luzzago e vacante il 2. 

Erano allora in carica i due patrizii cancellieri nobile 
Ottavio Patuzzi e nobile Ilario Borgondio che tenevano 
la direzione degli uffici, la redazione degli atti e la cu- 
stodia degli archivi ed erano retribuiti. 

Essi non avevano voto senonchè nel Consiglio Gene- 
rale e di solito erano Notai, o ad essi pareggiati. Come 
cancellieri scadevano ogni cinque anni. E per toccare una 
questione araldica accenneremo al fatto che nella sala del 
consiglio stavano dipinti su tavolette di legno gli stemmi 
dei consiglieri con sopra la corona comitale. Non so se 
il fatto corrispondesse a un diritto riconosciuto o solo 
del consiglio preteso. La ragione di quella corona ci è 
data da alcuni testimoni in processo di nobiltà del 1755. 



37 
« Siccome, (così tre di quei testimoni) tutti i consiglieri 
a di questa città sono feudatari e conti col diritto di mero 
« e misto impero e podestà di spada del luogo di Asola 
« e suo territorio e della Riviera Benaccnse, con giurisdi- 
« zione piena e civile, e della tortezza di Lonato, con 
« giurisdizione come sopra e della Valcamonica della for- 
ce tezza di Orzinuovi e delle terre di Chiari e Palazzolo, 
« oltre undici altri Vicariati,, e conseguentemente tutti li 
« Consiglieri hanno diritto di avere le loro armi colla 
« corona comitale (i). 

La città di Brescia e per essa il Gran Consiglio aveva 
conservata anche una notevole parte di quella autorità che 
esercitava sul territorio al tempo dei Comuni e perciò e- 
leggeva e spediva al governo dei centri territoriali e delle 
quadre e nei Comuni, (eccettuati i privilegiati per feudi 
o per esenzioni) persone che in di lei nome governavano. 
Gli inviati erano sempre scielti dal Consiglio Generale ; 
solamente ai Vicariati minori poteasi eleggere anche un 
borghese, e tutti gli inviati stavano in carica come allora 
si costumava dai 12 a 16 mesi (2). 

Oltre la Magistratura principale del Comune altre vi 
erano in Brescia (col nome di Collegio) Magistrati, Giu- 
dici, che dipendevano immediatamente dal Consiglio cit- 
tadino, più che dalle autorità venete e ne daremo 1' e- 
lenco (3). 

(1) Processo autografo per l'ammissione all'ordine di Malta di 
Giulio Fé. - Ms. presso di me. - Quelle tavolette furono abbruciate 
in Piazza Vecchia nella rivoluzione del 1797. 

(2) Nuovo giornale 1796. - Il solo di Brescia. 

(3) V. Appendice N. 2 in fine. 



3§ 

Grande influenza esercitava il Collegio de' Giudici il 
quale fino al 1560 ebbe privilegio di conferire le lauree 
in diritto e tenere lezioni di diritto romano e degli statuti, 
ma questo privilegio gli fu tolto dal governo veneto per 
favorire l'Università di Padova. Per essere giudici di Col- 
legio avuta la laura doveasi sostenere un rigoroso esame 
per essere a suo tempo proclamato giudice, ma 1' eletto 
non poteva entrare nel Collegio se non aveva 30 anni 
d' età e se non era inscritto nel Gran Consiglio Comu- 
nale. Nel 1796 fino alla rivoluzione dell'anno dopo furono: 

Ci indici di Collegio 

Nob. Pietro Soardi Priore. 

» Luigi Arici 

,.,. ' . . Consiglieri. 

» U10. Appiani I 

» Co : Pier Paolo Calmi | 

n . ,. Sindaci. 

» Pietro Masperoni | 

Giudici 

Nob. Agostino Montini. 

» Co : Lodovico Emili. 

» Pietro Soncini. 

» Giuliano Montini. 

» Co : Paolo Caprioli. 

» Gio. Batta Peroni. 

)> Alessandro Scovolo. 

)> Francesco Poncarale. 

» Paolo Barsrnani. 



39 

Nob. Gaetano Palazzi. 

» Achille Barbera. 

» Ottavio Maggi. 

» Co : Ippolito Calini. 

» Pietro Cazzago. 

» Bartolomeo Arici. 

» Pompeo Maggi. 

)> Alessandro Luzzago Cancelliere. 

Da questo Collegio scieglievansi come dicemmo le 
persone che dovevano coprire le principali cariche citta- 
dine, e durante il tempo che occupavano tali cariche non 
poteano giudicare fino alla scadenza di queir ufficio. E qui 
affinchè meglio si comprenda quale fosse la competenza dei 
diversi tribunali (i) devo ricordare in prima che fino a 
tutto il secolo XVIII non conoscevasi la codificazione civile 
e penale ; le prescrizioni intorno ai diritti e doveri dei 
cittadini erano esposte o negli statuti o in molteplici leggi 
venete, pubblicate in diversi tempi con differenti obbiet- 
tivi, e molte volte l'ima contraddiceva all'altra, perchè non 
sempre pubblicandosi una nuova legge dichiaravasi abro- 
gata la preesistente, per cui lo studio e la trattazione delle 
cause civili era malagevole e penoso. 

Se poi in una data causa i principali fondamenti legali 
sui quali si appoggiava l'attore, dipendevano dagli statuti 
cittadini, anche incidentalmente, la causa era di compe- 



(i) V. appendice 2* in fine l'elenco dei Vicariati ed il nome dei 
Vicari nel 1796. 



4o 

tenza dei giudici di Collegio, se dipendevano invece da 

leggi venete, la competenza spettava al Podestà. 

Senonchè questa regola lasciava aperto 1' adito a pro- 
lungare in definitivamente le liti, imperocché in qualunque 
pun^o si trovasse la causa una delle parti potea far insor- 
gere la questione dell'incompetenza sostenendo essere prin- 
cipale la prescrizione degli statuti se la causa stava din- 
nanzi al Podestà, o delle leggi venete se stava presso 
i giudici cittadini. 

La decisione di competenza era data dal Tribunale 
avanti a cui si era portata la petizione, ma vi era 1' ap- 
pello, o al Podestà contro la sentenza dei giudici di Col- 
legio o agli avvogadori o alla quarantia in Venezia contro 
quella del Podestà. Gli avvogadori poi potevano o giudi- 
care della competenza e rimettere le parti al giudice di- 
chiarato competente, o giudicare del merito, ma la torma 
di quel giudizio non impediva alla parte soccombente di 
riprendere la lite. 

E finalmente potevano sentenziare col non transetti 
colla quale dichiarazione non definivano, non rimettevano, 
ma fermavano per tempo indefinito V effetto dell' ultima 
sentenza ed allora doveasi ritare tutto il processo o discus- 
sione dinnanzi ad essi per ottenere il transeat, o ricorrere 
al Senato come ultimo appello. 

Meno intricata ed un po' più precisa era la giurisdi- 
zione così detta onoraria che stava presso i giudici o con- 
soli de' quartieri. 

Il giudizio d' appello era di spettanza del Collegio di 
giudici cittadini. 



4i 
Il Corniani attcsta che nel Collegio dei Giudici si stu- 
diavano molto e bene le cause, ma se la giustizia non 
riusciva molte volte a trionfare era cagione l' arruffata 
procedura che apriva tante vie per distogliere le cause 
dai giudici naturali., moltiplicare gli appelli a Venezia e più 
di tutto ottenere colà sospensioni coi non transeat, ed i 
facili passaggi da un tribunale all' altro (i). 




C. GIO. BATTA CORNIANI 

legisperito, letterato, economista (1743-1813) 

Non si creda però che tutti questi inconvenienti av- 
venissero per colpa del governo veneto, essi erano conse- 



(i) Rapporto al Ministro di Giustizia in Milano 1802 presso Parche 
gen. gov. 



42 

guenza della condizione dei tempi ed erano comuni a tutti 
ì governi; nessuno ancora pensava in Europa ai Codici 
di procedura civile, ed anche sotto quei governi che van- 
tavansi allora progressisti, come la Toscana, Napoli e 
Milano, si tentò togliere gli abusi ed abbreviare i processi, 
ma la procedura rimase ancora arruffata perchè la riforma 
consegnata a tante notificazioni poggiava sopra base sba- 
gliata. Forse, dice lo Sclopis, la più razionale delle pro- 
cedure civili era allora quella di Roma, ove avvocati e 
giudici usavano ogni possibile cura per non allontanarsi 
dal Diritto Romano, ed il celeberrimo Tribunale della Rota 
nelle sue saggie ed uniformi decisioni tracciava sovente le 
regole di una razionale procedura. 

Le cause civili erano presso di noi trattate in scritto 
o colle arringhe, e Brescia aveva esperti e rinomati legi- 
speriti, che divideansi in due classi cioè gli Intervenienti 
che nei Tribunali potevano vergare, ma non parlare, e gli 
Avvocati a cui era demandata la difesa orale delle cause. 

Il giovane avvocato per emergere dovea recarsi a far 
pratica in Venezia, per imparare se non altro la singolare 
mimica, considerata allora indispensabile ad ottenere ef- 
fetto ; conciossiachè il bravo avvocato se montava la bi- 
goncia dovea nel bello dell'arringa in straordinario modo 
gesticolare, battere sul parapetto, sfiatarsi e sudare, e se 
arringava in piedi nello emiciclo dei giudici poteva, secondo 
che pareagli spediente, muoversi, camminare, imitare mo- 
vimenti altrui, strillare, piangere ed escire con improvvise 
citazioni di pa^si e di libri che nulla aveano che a fare 
colla causa, ma tirar innanzi. 



43 

Era libero 1' arringare in Ialino., in italiano od in vol- 
gare, cioè in quel misto di italiano e di dialetto che allora 
diceasi lingua veneto-italiana. 

Mi sta sott' occhio l' arringa di un celebre avvocato 
d'allora (i) che difendeva un ricco padre contro le pretese 
d' un figlio prodigo. Riferisco 1' ultima parte della sua 
orazione che, Dio sa,, da quali gesti sarà stata accompa- 
gnata. 

« Da tutto ciò dunque che finora so vignù dicendo, 
sarete ancor voi convinti che il genitor la xe una persona 
intacabile, no la xe crudel, ma benevola, no la xe avara, 
ma generosa, e che quel bardassa di figliolo ne ha fatte 
di tutte, F ha ferio nel mezzo del cor F uomo più buono 
de ste tera, lo dilaniò nel suo onor, F ha magna, F ha 
bevuo, F ha stravizia, F ha consuma, F avria dato fondo 
al tesor de Creso se fosse stato in suo poter e poi ebbe 
il vergognoso coraggio de accusare suo padre in modo 
indegno. Oh ! se ste figlio ingrato, che non conosco de 
vista, fosse tramezzo a ste zente che ci sta dintorno mi 
vorria dirghe: quell'uomo, che vi ha dato sangue e vita, è 
buono e tenero come il padre evangelico. Vigni qua in- 
ginocchiatevi qua in mezzo e battendovi il petto dite col 
cuore : Ne reminiscaris delieta juventutis mee, e vostro 
padre con tanto d' anima ve concederà venia, perdono e 
bezzi ». 

Caduta la Repubblica Veneta i vecchi avvocati conti- 
nuarono ad usare la stessa forma delle arringhe, la quale 



(i) Cirelli. - Arringa iris, favoritami dal fu egregio avv. Paolo 
Cassa già interveniente sotto il governo veneto. 



44 

però considerata torse troppo comica dai Ministri della 
Repubblica italiana venne proscritta e da altre norme re- 
golate, fino a che Napoleone, divenuto Re d' Italia, istituì 
appositamente presso l' Università di Pavia una cattedra 
di eloquenza forense chiamando ad occuparla il nostro pro- 
fessore Angelo Anelli di Desenzano. 




ANGELO ANELLI (1761-182 
(da un ritratto presso il nipote suo G. Cozzoli di Rovato) 

Le cause commerciali poi venivano sentenziate dal 
Magistrato della Mercanzia formato da 14 giudici fra pa- 



45 
trizi e borghesi, se non che la Corporazione del Lanificio 
per antico privilegio aveva un proprio magistrato com- 
posto di 1 5 cittadini negozianti e possidenti. Alla Sanità 
-ed alle biave presiedeva un altro magistrato composto di 
sette patrizi, ma i suoi decreti o sentenze non avevano 
che un valore amministrativo. 

Libero, poi era l' ufficio del Notariato e per esercitarlo 
non erano sempre necessari gli studi legali universitarii, 
ma doveasi fare la pratica presso un notaio e subire 
gli esami presso il Collegio de' Notai, dare serie prove di 
onestà e cauzione materiale. 

La Repubblica Veneta fu il governo che, primo in Eu- 
ropa, fondasse archivii notarili, ordinando con saggi regola- 
menti che vi si conservassero tutti gli atti rogati dai defunti 
notai della città e del territorio ; e fu allora che si apri- 
rono gli archivi notarili di Brescia, di Salò e di Breno 
-che ancora sussistono. 

Il Collegio dei Notai (i) di cui faceano parte i soli notai 
cittadini, esercitava una vera giurisdizione su tutti i notai 
che distinguevansi in cittadini, territoriali ed episcopali od 
ecclesiastici, distinzione che conservavasi anche nell'archivio 
stesso, almeno per le due prime classi, imperocché gli atti 
rogati dai notai ecclesiastici si conservavano anche dopo 
la loro morte presso 1* archivio della Curia Vescovile. 

Nel 1796, 40 erano i Notai di collegio. 



(1) Il Collegio dei Notai risiedeva nella casa ora Finadri in Piaz- 
zetta Beccarie comperata poi dai Rusca indi dai Finadri. 

Il notariato esercitato per nWti anni, anche da padre in figlio era 
uno dei titoli per esser ammesso al nob. Consiglio del patriziato. 



4 6 

Il notaio fino dalle sue origini, ricevuta P autorità di 
rogare gli atti, era considerato il probiviro di cui era 
sacra la parola, la quale bastava a far piena prova della 
verità. È vero che negli atti e ne' suoi Breviarii (che ora 
diconsi protocolli od originali) citava sempre i testimoni 
che erano stati presenti all'erezione dell'atto, ma essi non 
si firmavano, la sola afférmazione del notaio colla sua 
firma e col suo tabellionato valeva per tutto e per tutti; 
e come era nelP origine così continuò sotto il dominio 
veneto fino alle nuove norme pubblicate in sul principio 
del secolo scorso. 

Dal fin qui detto rendesi manifesto che quasi tutte le 
cariche cittadine, poche eccettuate, erano in mano delle fa- 
miglie inscritte nel Consiglio generale detto anche dei 500 
perchè di solito tale era il numero de' Consiglieri, seb- 
bene nel 1796 non fossero che 422, e questo conccntra- 
mcnto dell' autorità in un ceto coli' esclusione de^li altri 
non fu P ultima fra le molte cause buone e tristi della 
rivoluzione; e rendesi pure manifesta la profonda diver- 
sità che passa fra l'attuale organizzazione amministrativa, 
municipale e giudiziaria e quella che funzionava allora, 
delle di cui intricate forme più non rimane ricordanza nella 
nostra generazione. Da molti anni tutta si è spenta la 
generazione di quei dì, ma da quella potei tuttavia racco- 
gliere anni addietro qualche memoria, il resto conobbi per 
paziente ricerca sui libri, sulle cronache e sugli atti e ma- 
noscritti esistenti nel nostro archivio generale governativo. 



SCUOLE - ACCADEMIE - UOMINI DOTTI 



Fino al 1774 l a c ^ tv ^ nostra non ebbe mai vere scuole 
pubbliche, cioè a tutti aperte e per tutti gratuite. Condu- 
ceva bensì dei Maestri, facendoli venire anche da altre 
città, retribuiva loro una pattuita mercede con obbligo di 
insegnare gratuitamente a chi non aveva beni di fortuna, 
ma rare volte allestiva case o stanze per uso di scuola, 
non dettava regolamenti o programmi, lasciava al maestro 
libertà di insegnamento e d'orario, ed essa limita vasi solo 
ad una ben larga sorveglianza. Un grave fatto però avvenne 
che indusse la città ad assumersi pubbliche scuole. So- 
pressa nel 1773 la compagnia di Gesù, il governo veneto 
spedì tosto nelle provincie suoi incaricati ad incamerarne 
i beni ed a licenziare tutti i membri di quella congre- 
gazione. Anche a Brescia furono da quei pubblici uffi- 
ciali incamerate le case coi mobili ed immobili che i 
gesuiti possedevano nel collegio di S. Antonio e nella 
loro casa delle Grazie e furono in quella occasione chiuse 
le due chiese delle Grazie ed altrove trasportati i para- 
menti e le argenterie di cui andavano ricche. 



48 

La chiusura principalmente del santuario, dai bresciani 
riguardato sempre con speciale devoto attaccamento, com- 
mosse la popolazione, la quale, rivoltasi ai Priori del co- 
mune pregava che si impegnassero a far riaprire quelle due 
chiese e ad esse restituire tutto ciò che dalla pietà de' fedeli 
era stato offerto a quegli altari. I magistrati del comune 
spedirono allora a Venezia il giudice collegiato Francesco 
Ganassoni onde ottenere l'intento, ed il Senato per aderire 
al desiderio dei Bresciani concesse il convento e le chiese 
delle Grazie colle relative possidenze mobili ed immobili 
alla nostra città a condizione però che in quella casa si 
continuassero a mantenere il culto e le pubbliche scuole 
fondate dai gesuiti nel 1677 e da essi condotte fino a quei 
giorni. (1) 

Si accettò il contratto; e la rappresentanza cittadina 
manifestò allora l' intenzione di aprire in quel convento 
anche un collegio convitto, ma poi, sia che a tale progetto 
non tacesse buon viso il Consiglio Generale, sia che fosse 
riconosciuto non adatto il locale, fatto si è che l'idea del 
convitto svanì ; ed ogni sollecitudine fu diretta alla rior- 
ganizzazione delle scuole, le quali nel 1796 da 23 anni 
erano dirette dalla città per mezzo di due delegati scielti 
dal Consiglio Generale. Nel 1796 erano Delegati i Nobili 
Pietro Soardi e Giovanni Averoldi. (2) 

Nelle scuole delle Grazie non da vasi il primo elemen- 
tare insegnamento delle lettere, ma piuttosto quello che 



(1) Storia di Brescia, part. 2*, Codice ms. Chiaramonti ora presso 
l'Abate Deruschi, pag. 253. 

(2) II nuovo giornale di 'Brescia, 1796. 



49 
ora si impartisce nei ginnasi e ne' licei. Un Pretetto, 
T erudito Abate Gio. Batta Domenico Corbellini, quelle 
scuole governava, le quali, seguendo il metodo allora vi- 
gente componevansi di otto anni o classi, la prima aveva 
un insegnamento come or direbbesi preparatorio, indi ve- 
niva un anno per l' infima grammatica, due per la media, 
uno per la suprema, ed un' altro per la rcttorica od uma- 
nità. In due anni svolgevasi l' insegnamento scientifico, 
della filosofìa, della teologia speculativa o metafisica, della 
matematica, della fisica, della geografia, della storia e del 
disegno. Il più distinto dei maestri di que" giorni era il 
discepolo del gesuita Cavalli il matematico Domenico Coc- 
coli, che fu più tardi Ispettore generale delle acque e strade 
del Regno Italico. 

È pur duopo confessare che la lingua latina era allora 
al confronto de' nostri dì, o meglio insegnata, o meglio 
appresa e forse con maggior diligenza si attendeva anche 
allo studio della lingua italiana, quantunque importazioni 
straniere ed arcadiche leziosità avessero falsato il gusto 
dei maestri. 

Non potei rinvenire quanti alunni frequentassero nel 
1796 le scuole delle Grazie, due anni prima però erano 
280. Lo stesso insegnamento impartivasi anche nel Collegio 
Convitto di S. Bartolomeo diretto dai Padri Semaschi (ora 
Arsenale Militare) e con 116 allievi; nel Collegio Convitto 
di S. Antonio, assunto dopo la partenza dei Gesuiti dal- 
l'abate Gaetano Maceri, con 56 scolari, e parte anche nel 



(1) Libro delle scuole atti amminis. e disciplinari. (Ms. Curia). 



50 

Collegio Peroni che stava ancora nella casa assegnatagli 

dal fondatore in contrada Bazziche al N. 1996. 13. 

Sotto il governo veneto l'istruzione secondaria come la 
primaria erano libere, la responsabilità era tutta dei padri 
di famiglia, e quindi molti giovinetti erano istruiti nelle 
lettere e nelle scienze da docenti privati. Mercè tale libertà 
gli allievi divisi in tante e svariate scuole erano meglio 
tenuti allo studio, e non essendo allora l'insegnamento 
quasi enciclopedico, come a dì nostri, era più facilmente ap- 
preso e ritenuto. 

Le scuole elementari, che allora chiamavansi della Santa 
Croce, erano tutte private, così le maschili come le fem- 
minili, ed in esse non si imparava che a leggere l'italiano 
ed il latino, il catechismo, a scrivere ad a far conti. Queste 
scuole vivevano sotto la sorveglianza delT autorità eccle- 
siastica, ragione per la quale potei rinvenire nell'archivio 
della Curia Vescovile che nel 1795 insegnavano in Brescia 
gli elementi di lettere 36 maestri e 27 maestre non com- 
presi i docenti nei monasteri e Pii Istituti. La prima 
istruzione dei tìgli maschi dei signori era data in casa dal 
cappellano o dal pedagogo vivente in famiglia, o da mae- 
stri che venivano alla abitazione dell' allievo e ciò fino 
che il fanciullo raggiungeva l' età necessaria per essere 
ricevuto in collegio. Che se l' istruzione della gioventù 
maschile era, a seconda dell' esigenza di quei tempi, ab- 
bastanza larga, l' istruzione della donna, specialmente di 
signorile condizione, versava in difetto. Molte bambine 
ai io o 12 anni ancora non sapevano ne leggere ne scri- 
vere, e si consegnavano poi a qualcuno dei molti conventi 



5i 

femminili por ossero educate ed istruite. Senouchè di tutti 
i monasteri di donne allora esistenti in Brescia non ve 
ne era uno che per regola tosse chiamato alla educazione 
ed istruzione delle fanciulle ed ogni volta che voleasi ri- 
ceverne alcuna, era mestieri invocare un indulto dalla 
Curia Romana (i). Avveniva poi che quelle monache in- 
segnavano bensì quel che sapevano, ma non sapevano 
molto più in là del leggere scrivere e far conti e quelle 
giovinette apprendevano assai poco ed era fortunata ecce- 
zione se una suora meglio dell'altre istruita allargava più 
dell'usato l'insegnamento e se qualche giovinetta appas- 
sionata per lo studio in esso perseverava anche dopo la- 
sciato il Collegio. 

L' istruzione primordiale era data anche nei villaggi e 
nelle borgate del territorio (Provincia) e solitamente la 
scielta del maestro collo scarso salario era fatto dal Par- 
roco, dal Comune o da qualche ente di beneficenza e quasi 
sempre l'istruzione era affidata al curato od al Cappellano, 
ma scarso era il numero degli alunni. 

Senonchè nelle maggiori borgate come Chiari, Salò, 
Desenzano, Asola, Breno, Lonato ed Orzinuovi, più eruditi 
erano i docenti, più larga l'istruzione fino all'insegnamento 
dei principii della scienza speculativa. E qui debbo accen- 
nare ad un fatto strano. In Vione piccolo paese appicci- 
cato sul versante d'una montagna dell'alta Vallecamonica 
per iniziativa di quei possidenti ed incoraggiamento di 
colti professionisti vigoreggiò lassù per molti anni una 



(i) Atti dei Monasteri e licenze apostoliche. Arch. Curia Vescovile. 



52 

scuola completa di grammatica e scienze elementari, alla 
quale accorrevano dalla Valle altri giovani di buona vo- 
lontà e da questa scuola dicesi che ne derivasse l'amore 
allo studio per ogni giovane che in numero relativamente 
maggiore degli altri della Valle, si portavano in città od 
alle Università a completare i loro studi (i). 

Ma ciò che turbava la serenità dell' istruzione, special- 
mente primaria, era il deplorevole uso dei castighi cor- 
porali ritenuti dal pregiudizio necessari per ottenere dagli 
allievi studio, ubbidienza, morigeratezza, e sebbene si fossero 
proibiti alcuni gravi castighi qui introdotti sulla fine del 
secolo XVII e saliti all' apogeo della severità per opera 
del famigerato maestro Barbetta 2 pure nell'almo di cui 
parliamo erano ancora in uso le sardelle, il cavallo, i pi- 
gnoli, la bacchetta, gli schialìi e le tirate d'orecchie. 

I governi posteriori al veneto proscrissero, anche sotto 
comminatoria di pena, i castighi corporali, ma l'istruzione 
non fu liberata dalla sferza se non quando fini la gene- 
razione di quei maestri guasti dall' antico pregiudizio. 

Un titolo accademico acquistato alla università era con- 
siderato dai patrizi e dai borghesi come necessario al com- 
pimento della loro educazione. L' Università di Padova 
era la sola riconosciuta dallo Stato sulla quale sebbene 
si reggesse con statuti propri il veneto Senato esercitava 
un' ingerenza sovrana per mezzo dei Riformatori, che così 



(1) Riz/a B. - Illustrazioni della Valle Camonica - Treviglio 1870 
p. 819. 

(2) La morte di Barbetta celebre ludimagistro bresciano. - Riz- 
zardi 1740. 



chiama Vii usi i Deputati sopra gli studi superiori e sopra 
la revisione delle stampe. Il governo veneto però tollerava 
e facilmente riconosceva i diplomi anche delle più celebri 
università estere specialmente italiane. Per facilitare ai gio- 
vani di scarse fortune T applicazione agli studi, molti be- 
nemeriti bresciani avevano legato in tutto o in parte le 
loro sostanze e per singolare combinazione i fondatori delle 
tre maggiori istituzioni scolastiche furono tre medici. Gi- 
rolamo Lamberti., distinto medico bresciano vivente in Pa- 
dova, aveva con atto di sua ultima volontà ai 27 giugno 
1509 fondato nella propria casa il Collegio che da lui 
chiamossi Lambertino in cui in proporzione alle rendite, 
la città di Brescia, chiamata esecutrice de' suoi divisamente 
dovea mantenere tanti studenti bresciani nella medica fa- 
coltà. Quel collegio visse autonomo fino al 1772 anno in 
cui il governo veneto lo incorporò nel collegio di S. Marco 
allora nascente in Padova, e la casa Lamberti in con- 
trada S. Lucia fu per decreto dello stesso governo venduta 
nel 1779. 

Nel 1796 cinque erano i bresciani che godevano i posti 
Lamberti nel collegio di S. Marco. Conquistata Padova 
dai Francesi, quel collegio fu soppresso ed avocato al De- 
manio il suo patrimonio insieme al Lambertino, e fu solo 
dopo il 1 814 che Brescia potè ottenere almeno in molta 
parte la restituzione del patrimonio Lamberti coi redditi 
del quale sussidia anche oggidì alcuni eletti giovani stu- 
denti in medicina fi). 



(1) Archivio Comunale. Atti Legato Lamberti 



54 

Un altro benemerito medico Girolamo Fantotii di Salò 
volle aiutare i giovani di scarsa fortuna a percorrere gli 
studi primari e superiori di filosofìa, teologia, legge e me- 
dicina istituendo con suo testamento del 1587 una Com- 
missione incaricata ad amministrare il pingue patrimonio 




GIROLAMO FAXTON'I (1510-1587) 

ed a mantenere quanti più giovani studenti poteansi. Nel 
1796, sedici giovani della Riviera Benacense fruivano delle 
pensioni Fantoni (i). 

Francesco Peroni terzo medico rivolse il suo pensiero 
ai giovinetti di nobili e civili famiglie impossibilitati per 



(1) Bruxati. - Dizionario degli uomini illustri della Riviera di Salò. 



55 
mancanza di mezzi ad essere istruiti secondo la loro con- 
dizione e per porgere ad essi un aiuto, istituì con suo 
testamento 27 aprile 16^4 un collegio che da lui ebbe il 
nome nella casa che aveva servito alla sua abitazione isti- 
tuendo anche dei perpetui Commissari Amministratori 
nelle persone del Rettore prò tempore del Pio Istituto 
Orfanelli, dell'anziano della nob. famiglia Peroni e da un 
signore della contrada nominato dai due che nel 1796 era 
il Conte Paolo Caprioli. L'istruzione che davasi a quei con- 
vittori era della grammatica e della filosofia e nel 1796 
erano 12 i giovanetti che in quel Collegio ricevevano gra- 
tuita istruzione ed educazione (1). 

Ad incremento poi della coltura letteraria e scientifica 
erano aperte in Brescia varie accademie delle quali la più 
antica era quella degli Erranti fondata nel 1619 da Lat- 
tanzio Stella, da Ottavio Rossi lo scrittore di cose patrie 
e da Paolo Richiedei che scielsero ad impresa la luna cre- 
scente col motto 11011 errai errando. 

Nei primi anni tenne sue adunanze nel monastero dei 
Ss. Faustino e Giovita indi si ricoverò in casa del conte 
Camillo Caprioli ed ebbe per primo principe o preside 
il conte Girolamo Martinengo. Nel 1634 fu riconosciuta 
dal governo veneto, il quale oltre un annuale sussidio donò 
ad essa anche certe case in Paganora un tempo occupate 
per la fabbricazione della polvere pirica e dopo dal Vicario 
Collaterale (2). 



(1) Dei due suddetti fondatori patrizi Bresciani non furono mai 
ricordati né con ritratti nò con monumenti. 

(2) Del Teatro di Brescia, sue origini. - Cenni Fed. Odorici. - 
Brescia, 1864, pag. 4. 



56 

Quelle case furono dall'accademia insieme al Comune 
rifabbricate e fu allora che si costruì il teatro, ritatto poi 
nel 1734 con disegno del bolognese Carlo Manfredi. Nella 
attuale sala del ridotto 1' accademia teneva le sue adunanze 
e le feste durante il carnevale. Senonchè col principio del 
secolo XVIII lo scopo primario di quell'accademia, cioè la 
coltura letteraria e scientifica, fu rivolto agli esercizi gin- 
nastici e cavalleres;hi, indi anche ai drammatici e filar- 
monici. L'accademia poco a poco si ridusse in mano al 
patriziato che formava la maggioranza degli accademici, 
i quali si radunavano spesso e quasi sempre o per trat- 
tare affari teatrali o per dare in versi e in prosa il buon 
viaggio e il felice arrivo ai rappresentanti veneti che fini- 
vano od incominciavano il loro temporaneo reggimento. 

Gli accademici inscritti nel 1696 erano ]~o 1 . 

I due presidenti erano eletti dal Consiglio Generale 
della città, il principe ed i consiglieri cioè i veri reggitori 
dell' accademia erano scielti dal congresso dei soci. 

L'ultimo principe fu il giovane conte Pietro Provaglio 
(1750-1814). 

Chiusa dopo la morte del conte Ciò. M. Mazzucchelli 
la celebre adunanza dei dotti che da lui aveva nome, gli 
studiosi, che in Brescia non erano pochi anche nel patri- 
ziato, non potendo nell' accademia degli Erranti pel can- 
giato indirizzo radunarsi a comune istruzione di lettere o 
scienze, sentivano il bisogno di congregarsi in altro modo. 
Dietro iniziativa del Yallombrosano Ferdinando Facchini 
e di Luigi Chizzola nel 1764 diversi cittadini si raduna- 



(1) Nuoro giornale di Brescia per Vanno 7796. - Tip. Bexdiscioli. 



57 



rono nelle sale della Biblioteca Queriniana, fondarono 
l'Accademia Agraria e scelsero per impresa il Seminatoio 
del llizzetti ed un gelso al cui pie eravi un fascio di rovi 
carico di bozzoli, col motto Res magna quam fedi colonus. 




Co: PIETRO PROVAGUO (1747-1821) 

Questa accademia fu incoraggiata dagli Economisti e dal 
governo veneto, il quale nel 1768 vi incorporò l'accademia 
di risica sperimentale, mentre un' altra accademia agraria 
fondava il conte Carlo Bertoni in Salò nel 1769, ed un'altra 
ne fondava il Quartari detta degli Eccitati in Breno. 

Senonchè all'elemento giovane e studioso della Società 
Bresciana parvero troppo serie e poco operose quelle due 



53 

accademie, per cui nel 1790 sorse l'accademia dei Leali, di cui 
furono iniziatori l'ab. Zucchini che mori poi arcivescovo di 
Laodicea, il conte Girolamo Fenaroli, Pietro Caprioli,, l'ab. 
Borgondio ed il dott. Pietro Ricobelli. Questa accademia 
mirava alla coltura delle scienze, delle lettere e delle arti. 

Sull'esempio di questa, e quasi figlia, ebbe vita la ac- 
cademia del Diametro ospitata in casa del nobile signor 
Leandro Polusella, giovane assai erudito ed ardente. 

In questo ritrovo di studiosi amici, scrive il Forna- 
sini (1) l'ordine era semplice e stretto coi legami di vera 
e candida amicizia. Di tempo in tempo si scieglieva un ar- 
gomento da trattare in poesia, in disertazioni ed in pia- 
cevoli conversari, ora in città, ora nelL amena villa di 
Cellatica del nostro arciconsole Leandro Polusella. 

Tutte queste accademie non resistettero alla bufera che 
da oltremonte entrò nella nostra città colla rivoluzione, 
d' ogni ordine sociale innovatrice ; i giovani soci distratti 
dagli straordinari avvenimenti le abbandonarono, gli altri 
si ritrassero senza vigore ; quelle istituzioni s'erano sner- 
vate per una vita sdolcinata senza quei nobili intenti che 
solo poteano infondere in esse la forza di sussistere. La 
sola accademia agraria durante la politica crisi tacque, ma 
non morì ; tenuta in vita da un nobile scopo, si riformò 
e divenne accademia di lettere, agricoltura ed arti, ed il 
nostro Ateneo da lei ricevette i primi aliti di vita e dalla 
Repubblica Cisalpina i mezzi di esistere e prosperare (2). 

(1) Elogio del nob. Leandro Polusella dedicato al nob. Ottavio 
Odasi. - Brescia, Pasini, 1799, in 8. 

(2) Gallia prof. Giuseppe. - L' Ateneo di Brescia in Brix ; a - 
Tip. Apollonio 1882, pag. 383. 



59 
I pittori Santo Cattaneo (1739-18 19) Giuseppe Teosa 
(1 758-1848), Domenico Vantini (1765-1821), Giovanni 
Ceni (17 3 7- 1805) ed altri minori avevano già allora com- 
piuti chi sulla tela, chi a tresco lavori di merito non co- 
mune, e l'arte bella del dipingere ebbe allora due distinti 
cultori patrizi il conte Aimo Maggi (1737- 179 3) che sa- 
rebbe salito a bella fama se morte non V avesse appunto 
in quei giorni involato in assai giovane età, ed Ales- 
sandro Sala (1771-1841) che molti di noi abbiamo co- 
nosciuto e stimato quale integerrimo cittadino ed erudito 
cultore d'ogni arte bella. 

Vivevano allora due buone pittrici, la nob. Ortenzia 
Poncarali Maggi (1732-1811) ed Eleonora Monti felice nel 
pinger ritratti, la quale dichiaravasi bresciana sebbene figlia 
di un bolognese, e Pietro Beceni (1755-1829) incisore 
della distinta tavola allegata alle Fabbriche di Brescia dello 
Zamboni e stimato per altri suoi lavori di bulino. 

E qui ricordiamo che Brescia non era in quei giorni 
a nessuna seconda fra le città di provincia pel numero e per 
la valentia degli studiosi e degli scienziati (1). Fiorivano il 
celebre Preposto di Chiari Stefano Antonio Morcelli (1737- 
1821) scrittore insigne della classica lingua latina e felice 
epigrafista onorato in Roma e fuori d' Italia, Baldassare 
Zamboni arciprete di Calvisano dotto teologo, storico e pa- 
leografo pazientissimo, Giuseppe Nember (1752-181 5) Lo- 
dovico Ricci (1730-1805) Germano Gussago, (1747-1827) 

(1) Non ricordiamo qui tutti i bresciani che si distinguevano nelle 
lettere e nelle scienze, accenniamo solo a coloro che in quel tempo 
esercitavano in città maggiore influenza colla loro operosità. 



6o 

G. Batta Guadagnali, il dott. Gio. Giacomo Comparoiii 
(176 5- 1824) e Pietro Ricobelli (1773 -175 6) ai quali dob- 
biamo un tesoro di notizie storielle raccolte colla mas- 
sima diligenza, salvate dall'oblio e vagliate con critica. 




GAETANO MAGGI 



Distinguevaiisi come scrittori Gio. Andrea Erculiani, 
(1749-18 17) Giuseppe Marini 1760- 1809 amico del- 
l'Alfieri, l'abate Bighelli 1742-1812 , Mauro Bettolini 
(1769- 1808, Bernardino Rodolfi (1755-1838) e Mattia 
Butturini (1759-18 17), e nel patriziato Antonio Brognoli 



6i 
(1724-1816), Carlo (1758-1838) e Gaetano Maggi (1763- 
1847), Pietro (17 16- 1804) e Diogene Valotti (1729-1804), 
Giovanni Labus (1775- 185 3), Vittorio Barzoni (1763- 1843) 
Gio. B. Cornianij letterato ed economista, Scipione Gar- 
belli (1737-1807), e letterati ed appassionati bibliografi 
erano Vincenzo Peroni, Franco Piazzoni (1727-1805), Luigi 




GAETANO FORXASINl 

Arici (1764- 1810) e Gaetano Fornasini (1770-1830) amico di 
Foscolo fin da quell'anno, Domenico Colombo ( 1745-18 1 3). 
Coltivavano con onore le scienze fisiche e matematiche 
Domenico Coccoli fi 744-1 8 12), Gio. Fran. Cristiani ( 179 1- 
1833), l'abate Turbini (1728-1803), erudito architetto 
maestro di Pietro Douegani, l'ab. Avanzini (1753-1827), 
Bernardo Marzoli e Antonio Sabatti (1757- 1843). 



62 

Nelle scienze naturali onoravano Brescia Francesco Zu- 
liani (1743-1806), Lodovico Dusini (1767-1834), Cristo- 
foro Pilati (1729- 1808), Gaetano Castellani (1773- 1875), 
G. Batta Mosti (1745- 1837) c Giuseppe Mocini ( 1741- 
1797) tutti medici assai stimati e conosciuti anche fuor 
della cerchia della nostra provincia, perchè quasi tutti ave- 
vano scritto scrivevano schierati prò o contro il sistema 
di Brown nella lotta che allora ardentemente ferveva. 

Fra i giureconsulti e giurisperiti avevano allora bella 
fama di valenti e studiosissimi gli avvocati Tomaso Quar- 
tari (173 5-1807) Bortolomeo Dusini (1736-1806), Gio. 
B. Chiaramonti (1736-1796), Giuseppe Beccalossi (1747- 
1 8 1 6 ) , Carlo Venturi (1 758-1826 , Giuseppe Toccagni (1760 
-1815), Pietro Picinelli 1759-1808)3 Faustino Girelli 
(17 38- 1798 ed i giudici conte Ippolito Calini, Achille 
Barbera, Alessandro Scovolo, Gio. B. Appiani e Pietro 
Soardi. 

Dilettavansi poi più meno felicemente dello studio 
della poesia il conte Carlo Roncalli 1 7 52-181 1), Giuseppe 
Colpani (1736-1823), il canonico Carlo Girelli 1735-1814) 
Tomaso Rambaldini 1754- 1797 , ed \ngelo Anelli avea 
già pubblicate due sue tragedie. 

Senonchè non tutti i dotti e gli artisti bresciani erano 
in quei giorni fra noi; 1' ab. Vincenzo Rosa 1749-1818) 
considerato fra i primi naturalisti lavorava ed insegnava 
nell'Università di Pavia, ove lo Scarpa avea chiamati da 
Brescia l'incisore Faustino Anderloni 1776- 1848; per in- 
cidere le tavole della sua grande opera anatomica, e vi 
andò col fratello Pietro 1785- 1949 allora giovinetto e 





Conte CARLO RONCALLI 
Pax- 78. 



GIUSFPPE COLPAN1 
Pag. 62. 




VINCENZO PERONI 
Pag. 61. 




\\s. (,. ANDREA ZULIAN] 
Paii. 63. 




BALDASSARE ZAMBONI 
Pag. 59. 



6 3 

che dovea poi divenire incisore anch' esso celebre quanto 
e torse più del fratello. Michele Gerardi (1731-1791) 
amico e discepolo di Mascagni era onorato scrittore e 
professore di medicina nelF Università di Parma ; Gio. 
Andrea Zulianì (176 1 -183 5) era in Venezia da tutti pro- 
clamato uno fra i primi avvocati di quella dominante, e 
nel dì che cadde la Veneta Repubblica fu uno dei capi del 
governo provvisorio : in Venezia viveva pure allora il di- 
stinto medico e letterato Gio. Girolamo Pagani, nelF a- 
bazia di Praglia il dotto bibliofilo Fortunato Federici (1778 
-1842) e fra i Cassinesi di Firenze Michelangelo Luchi 
(1743-1802) rinomato orientalista che fu poi cardinale. 

p] questo eletto drappello di uomini dotti, mentre ren- 
devano testimonianza che in Brescia fiorivano anche allora 
gli studi, furono di eccitamento e di buon esempio alla 
generazione allora crescente che diede a Brescia l'Arici, 
F Ugoni, il Bucelleni, il Lechi, il Saleri, lo Scalvini, il 
Barzoni, il Torricelli, il Bianchi, il Vantini, il Labus, il 
Zambelli e tanti altri che pochi de' miei lettori avranno 
conosciuti. 



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POPOLANI E PATRIZI 

OSSIA LA SOCIETÀ BRESCIANA NEL 1 796 



Dopo trecento anni di convivenza la popolazione di 
Brescia avea fatti suoi i costumi della vita famigliare e 
sociale di Venezia sì ben descritti dal Molmenti fi), ed io 
come discepolo a maestro, a lui spesso mi sarà speditane 
ricorrere. I bresciani però differivano allora dai veneziani 
per carattere più risoluto e torse erano troppo maneschi 
ed armigeri. 

Fino dal secolo XV i visitatori della nostra città facevano 
elogi alla popolazione di Brescia accennandola vivace, labo- 
riosa, ospitaliera e tale quale la dissero per tre secoli, così 
stimo fosse anche sulla fine del secolo XVIII sebbene 
fossero di molto cangiate le condizioni sociali. 

Il popolo tenuto lontano dal governo della pubblica 
cosa, che vedemmo tutta in mano al patriziato, continuò 
con libera larghezza di vita l'opera sua intelligente e pra- 



(1) La storia di Venezia nella vita privata. - Bergamo, Ani 
Grafiche, 1096. 



66 

tica e trovò modo di spiegare le forze complesse nelle 

corporazioni delle arti o paratici e nelle associazioni. 

Queste corporazioni popolane con somma gelosia con- 
servavano e difendevano i propri statuti, i quali erano 
diretti ad accappararsi una certa influenza al cospetto della 
cittadinanza, non mai però per recar danni o sovrastare alle 
altre classi cittadine, ma proteggere i propri interessi spe- 
cialmente collo escludere chi non era Bresciano dalla con- 
correnza al lavoro e dai privilegi e vantaggi che le leggi 
e le stesse corporazioni elargivano ai propri affigliati (i). 

Allorché si chiuse al popolo l'entrata ai Consigli ed 
uffici cittadini, quasi per forza di imitazione si serrò anche 
1' ingresso alle corporazioni delle arti, e perciò il monopolio, 
come ben osserva il Molmenti (2), fu ridotto a metodo e 
come nei traffichi si vietava l'ingresso nello stato alle 
merci straniere per proteggere le nostre produzioni, cosi 
le industrie e le arti furono interdette a chi non era ascritto 
nelle matricole dei paratici, delle confraternite, scuole o 
fraglie. 

L' artigiano posto tra la sua operosità e la agiatezza 
dei patrizi era ancora negli ultimi anni del secolo XVIII 
fautore di pace, e col patriziato aveva comuni le pratiche 
e le convinzioni religiose e politiche, ed infatti nelle pro- 
cessioni e nelle feste religiose e civili le corporazioni delle 
arti seguivano il patriziato, e questo e quelle faceano a 
gara nel mostrare i ricchi gonfaloni e la magnificenza degli 
ornamenti. Il reggimento però aristocratico dello stato si 



(1) Molmenti - 1. e. - p. 6y 

(2) Idem idem. 



67 

rifletteva anche nell'ordinamento delle associazioni artiere 
in cui dominava una specie di aristocrazia, quella dei maestri 
d'arte privilegiati fino nei figli. Non era però come ci av- 
visa il Sagredo (i) un'aristocrazia chiusa, ma sempre viva 
e rinnovantesi giacche ogni garzone sapeva che compiuto 
il tirocinio diveniva lavorante, e dopo subita una prova 
diveniva maestro e legava ai propri figli il privilegio di 
diventare maestri senza prova, purché continuassero nel- 
l'arte del padre. Leggendo gli statuti di tante e svariate 
associazioni, sebbene incontransi in essi alcune prescrizioni 
frivole ed altre la di cui importanza difficilmente ora noi 
comprendiamo, è però mestieri conchiudere che erano 
nella sostanza istruzioni sode, atte a svolgere le modeste, 
ma austere virtù popolari ed avevano nobili intenti (2). 

Moltissime erano in Brescia nei tre secoli che prece- 
dettero il XVIII, le corporazioni d' arte o paratici, ma nel 
1796 molte si erano già fuse con altre che avevano con 
loro relazione, alcune non davano più quasi segni di vita, 
ed altre per le cangiate condizioni sociali videro scemarsi 
l'antica propria importanza. La fabbrica d'armi p. e. istituita 
dai Reali di Piemonte con salari elevati attirava a se molti 
de' nostri operai, mentre il cangiato sistema di guerra avea 
già dato crollo a tante nostre fabbriche d'armi bianche,! 
di cui magazzini e vendite occupavano si può dire tutta 
la via che ancora chiamasi delle Spaderie (3). 



(1) Sagredo. - Della conservatoria delle Arti - Venezia, 1857, 
cap. II. 

(2) Molmenti. - 1. e. 

(3) Statuti di Brescia e Stat. dei Paratici. - Arch. Com. 



68 

Si aggiunga che anche i nuovi metodi introdotti in 
altre città nei telai del tessere fecero rovinosa concorrenza 
alle moltissime nostre fabbriche di tele e fustagni. 

Un'altra classe di operai non ascritta ad arte alcuna, 
ma che tutte le serviva, era quella dei facchini allora più 
che adesso numerosa e ad ogni arte ed industria necessaria. 
La maggior parte dei facchini proveniva dalla valletta di 
Corteno in Valcamonica ed erano assai stimati per la loro 
forza fisica e per la fedeltà. I meno forti stavano seduti 
sui loro cesti sulla piazza di commestibili come sì bene 
seppe copiarli il Ceruti negli ammirabili suoi quadri, pronti 
ad ogni cenno di compratori, gli altri posavansi sugli an- 
goli delle vie più mercantili col loro sacco in spalla in 
attesa d'essere invitati da questa o da quell'altra arte al 
lavoro. Nell'inverno poi molti tornavano al loro paese al- 
pino ed altri venivano occupati da alcune famiglie e dai 
pizzicagnoli nella fabbricazione dei salati. 

Nel 1793 i facchini in Brescia denunciati sommavano 
a 316 1 quali, dice il Bono, per forza risica valgono 1000 (1). 
La classe operaia non era vinta in numero che dalla classe 
agricola sparsa su tutto il territorio bresciano. Anche allora 
dividevasi questa classe in braccianti, in bifolchi, in mez- 
zadri e negli arfktuali, colla diversità però che i mezzadri 
erano in maggior numero allora che attualmente. Xel 
secolo XVIII la mezzadria, il più onesto di tutti i sistemi 
agricoli, era assai divulgata nella nostra provincia e perciò 
la popolazione agricola stava meglio imperocché i brac- 



(1) Boxo D. G. Batta. - Memorie cittadine del secolo XVIII. 
Manoscritto presso di me. 



6 9 
cianti, (cioè i veri discredati agricoli) essendo villici come 
i mezzadri erano da questi meglio trattati di quello che 
ora fanno i proprietari che non vivono di solito in mezzo 
a loro e meno ancora gli affittitali che per cupidigia di 
guadagno facilmente costringono i villici a loro soggetti 
a non potersi che malamente nutrire, ed intanto mentre 
nel nostro secolo andava diminuendosi il sistema delle 
mezzadrie, cresceva il terribile nemico dei mal nutriti, la 
pellagra. E che i mezzadri dello scorso secolo dovessero 
vivere discretamente bene basta dare un'occhiata alle scrit- 
ture di mezzadria che ancora si leggono negli archivi 
delle famiglie patrizie, scritture indulgenti e larghe verso 
gli agricoli, fino a concedere i due terzi del raccolto, i 
quali contavano non solo a decine, ma anche a centinaia 
gli anni del loro lavoro sotto lo stesso padrone. 

Senonchè un' altra classe popolana che non apparte- 
neva uè alle arti né alla agricoltura era quella dei servi- 
tori allora numerosissima. Le famiglie patrizie e le ricche 
borghesi oltre avere un mastro di casa ed un proprio cap- 
pellano credevano di non poter mantenersi in decoro se 
non con un numero di camerieri^ credenzieri, cocchieri e 
lacchè maggiore di quello che importavano le esigenze del 
servizio. È bensì vero che relativamente agli attuali salari 
la retribuzione in denaro era meschinissima, ma nella 
maggior parte di quelle famiglie i servitori tutti erano 
mantenuti di vitto e di vestito. 

L'aristocrazia bresciana non fu mai col popolo né al- 
tiera ne tiranna, ma gentile e piacevole e si può dire che 
non vi era nel secolo scorso testamento di patrizio che 



yo 

non lasciasse a suoi dipendenti mezzi per trarre meno di- 
sagevole la vita, o non li sciogliesse dai debiti verso il 
padrone. Un altro pietoso costume eravi fra i Signori 
Bresciani di sciegliere cioè i servitori fra gli esposti, i 
quali tolti dalle oscurità e preservati dalla miseria si affe- 
zionavano ai padroni, li riguardavano come padri più che 
signori. Di solito i domestici entrati in una famiglia pa- 
trizia difficilmente l'abbandonavano, mentre le loro attri- 
buzioni di lavoro essendo in molti erano poche. Le tre 
sole famiglie dei Conti Martinengo Cesaresco avevano nel 
1793 un 84 famigliari da mantenere, 32 la famiglia Mar- 
tinengo Colleoni e 29 la famiglia del Marchese Archetti (1). 

Era orgoglio di famiglia difendere sempre i loro fa- 
migliari contro gli estranei alla casa, anche al cospetto 
della giustizia, sebbene diverse volte non meritassero difesa 
alcuna. 

L'aristocrazia ed i ricchi borghesi bresciani hanno sem- 
pre dimostrato di voler bene al popolo e di ciò rese in 
Brescia più che in altra città solenne testimonianza, la be- 
neficenza elemosiniera ed ospitaliera di cui i ricchi bre- 
sciani furono sempre generosi cultori. La pubblica bene- 
ficenza non era allora vincolata dalle leggi di commutazione 
di assimilazione e di trasformazione come ai dì nostri^ le 
diverse benefiche volontà dei fondatori erano sacre e ri- 
spettate fino nelle forme, e la Repubblica Veneta non in- 
gerivasi se non con una lieve tutela sui patrimoni. La 
beneficenza elemosiniera non obbligatoria, ma spontanea 



(1) Scheda storica dell'abate Lodrini. — Arch. Munic. presso 
l'Ateneo. 



7i 
e privata era data dai signori e dai claustrali i quali ogni 
giorno satollavano centinaia di poveri. Quella obbligatoria 
poi era per la maggior parte distribuita dalla Congrega 
Apostolica, che deve al suo antico ordinamento ed alla sua 
saggia amministrazione i generosi frutti che sempre recò 
all' indigenza. 

La minor parte poi era amministrata e distribuita da 
famiglie private, da Commissari o dai parrochi chiamati 
a questo ufficio dai fondatori. Senonchè la carità de' Bre- 
sciani non si era fermata alla sola beneficenza elemosiniera 
propriamente detta, ma aveva creati ed arricchiti anche 
stabilimenti ospitalieri. E nelP anno di cui discorriamo 
eravi 1' Ospitai Grande a S. Luca col Brefotrofio, l'Ospi- 
tale Femminile cogli uniti istituti delle trovatelle e delle 
orfane alla Pietà, la Casa di Dio od ospedale dei men- 
dicanti, L Ospizio degli Orfani a Porta S. Giovanni, il 
duplice Istituto delle Zitelle agli Angioli, quello delle Con- 
vertite alla Carità e delle derelitte a S. Andrea del soc- 
corso, ed i diversi Paratici costituenti la Mercanzia tene- 
vano ancora aperto un ospitale a favore delle donne che 
presso i mercanti avevano lavorato, rese di poi inferme od 
impotenti (i). 

Tutti questi istituti di beneficenza erano diretti ed 
amministrati anche allora gratuitamente da tante Commis- 



(i) L' ospitale od ospizio della Mercanzia era unito alla casa ove 
ora è la Camera di Commercio (figlia ed erede dell'antica Mercanzia), 
indi fu trasportato nella casa ove lino a ieri eravi l' Albergo della 
Torre di Londra e finalmente in una casa agli spalti dello Spedale 
al N. 32 ove ancora ha sede. 



sioni e chiamavansi Consulte composte di patrizii e bor- 
ghesi largamente possidenti che portavano a codesti Pii 
Luoghi amore, vigilanza e sovente anche eredità. 

La rivoluzione del 1797 come vedremo rispettò questi 
asili della sventura anzi ad alcuni accrebbe di molto il 
patrimonio, e solo in nome della libertà soppresse 1' Isti- 
tuto del Soccorso (1) e delle derelitte, perchè la dimora 
delle fanciulle era in esso forzata, istituzione che colle 
stesse norme coercitive ed in nome della moralità rivisse 
nel principio di questo secolo per opera di un celebre 
uomo di stato inglese sotto il nome di riformatori ed ora 
anche presso di noi governi e privati vanno a gara a fon- 
dare o sussidiare ricoveri di questo genere. 

Il patrizio legavasi colla sua beneficenza al popolano 
a cui ancor più avvicinavasi col tenerne a battesimo od 
a cresima i tigli, non sdegnando nemmeno di salire nei 
poveri abituri a visitare le puerpere e regalarle. Un'altra 
prova che i patrizi vivevano a fidanza col popolo era quella 
c\\q la notte i portoni dei palazzi stavano sempre aperti, 
anzi spalancati, ed i proprietari per lo meno tolleravano 
che specialmente d' estate chi non aveva tetto venisse a 
passare la notte sotto i portici o negli atri delle loro abi- 
tazioni. Questo uso si diminuì dopo la rivoluzione quando 
le scorrerie ora dei tedeschi ora dei francesi minacciavano 
il saccheggio, ma del tutto però non si tolse se non dopo 
1' orrendo fatto dell' assassinio del Conte Gio. Balucanti 



(1) L'istituto di S. Andrea del Soccorso era nella casa ora se- 
gnata col civ. N. 42 in contrada del Lauro ora Corso Carlo Alberto 
a S. Nazaro e quella casa è volgarmente chiamata ancora il Soccorso. 






75 
avvenuto nel 1817 (1). Allora si incominciò a munire di 
cancelli gli atri dei palazzi ed a porre custodi alle case 
che furono poi ira noi detti casanli. 

Il popolo nostro era piuttosto amante degli ordini 
antichi, rispettoso per culto e tradizione verso la vecchia 
Repubblica, e non sentiva il bisogno di una vita più piena 
e libera. La trasformazione che a poco a poco avveniva 
nella società non era da esso considerata. 

Il popolo non seguì nel secolo XVIII la moda della 
parrucca venuta di Francia, perchè la stimò subito orna- 
mento di patrizi, o dei cittadini più eminenti; seguì però 
sebbene tardi il nuovo costume dei signori introdotto di 
radersi tutta la barba e portare il codino quale acconcia- 
tura di poco costo (2). 

Quando capitarono le idee francesi ad entusiasmare 
gli animi specialmente di alcuni giovani educati e studiosi, 
il popolo non se ne diede per inteso, ma raccappricciò 
quando udì raccontarsi che il popolo francese aveva giu- 
stiziati il re e la regina e per parecchi mesi non credette 
alla notizia. 

L' aristocrazia bresciana constava non solo delle fami- 
glie patrizie, ma eziandio di altre le quali sebben non 
avessero diritto di sedere nei Consigli cittadini, ne di oc- 



(1) L' ultimo fatto con cui il Bono chiude la sua breve cronaca 
è quello dell' assassinio del Conte Balucanti, raccontando appunto- 
come specialmente prima della rivoluzione i signori tenessero aperti 
i loro portoni di notte. 

(2) L' ultimo in città che portò il codino fu tra i patrizi il Conte 
Giuseppe Martinengo Colleoni (1 767-1 848). 



74 

cupare uffici municipali pure vivevano con certo splendore 

e con tal quale influenza. 

Le comitali famiglie dei Bettolìi, dei Lechi, dei Peliz- 
zari_, dei Luchi, dei Tosi, dei Morani, dei Fioravanti, dei 
Traccagni, dei Viglio, dei Corni ani e dei Faglia avevano 
larghi possedimenti in Brescia e nel territorio. Alcune di 
queste famiglie ed altre ricche borghesi avrebbero deside- 
rato cT essere ascritte al patriziato, ma il Gran Consiglio 
cittadino andava assai a rilento a ricevere nel suo grembo 
nuove famiglie e qualunque lieve argomento contrario ba- 
stava per non ammetterle. Narravasi a questo proposito 
dai nostri vecchi che durante gli ultimi anni della Repub- 
blica Veneta avendo una famiglia bresciana e che già da 
tempo viveva more nobilium chiesto l'ingresso al patriziato, 
l'avvocato della città in apposita adunanza consigliare non 
avendo altri argomenti per contrariare la proposta, disse 
che in quella famiglia composta di più fratelli ve ne era 
uno ammalato nel capo e che sfortunatamente non si sapea 
quale fosse e passata ai voti la parte, la famiglia non fu 
accettata (i). 

Negli ultimi 50 anni della Repubblica Veneta, la mol- 
lezza della dominante vinse anche il nostro patriziato nel 
quale andava sempre più crescendo quell' ozio dissipatore 
ed effeminato che è la rovina di ogni società. Uno dei 
gravi torti della Repubblica Veneta fu quello di non cu- 
rarsi della gioventù signorile di terraferma alla quale non 
apri mai un campo d' operosità nello Stato. Esclusa dalle 
rappresentanze o cariche amministrative del governo nulla 

(1) Bono - 1. e. 









75 
potea soddisfare l'amor proprio di quei giovani fuor della 
cerchia della loro città. I posti di carica nell'annata navale 
erano riserbati ai patrizi veneziani e fra questi non nove- 
ra vansi che cinque famiglie bresciane cioè tre Martincngo, 
l'Avogadro e la Gambara, e l'armata di terra (nella quale 
i nostri patrizi anche nelle guerre d' Oriente aveano per 
1' addietro acquistati gradi, onori e gloria) era sì decaduta 
ed avvilita al cospetto della pubblica opinione che il pa- 
trizio sdegnava entrare in un'armata resa fiacca ed infido- 
riosa dal Consiglio dei Dieci e da un Senato che avendo 
sposato il pericoloso principio della neutralità disarmata 
avea obliato quel baluardo che se fosse stato rialzato ed 
avvalorato dalle cure del governo avrebbe forse salvata la 
indipendenza della vecchia regina del mare. 

Non tutti i giovani patrizi però poltrivano, ma quelli 
che erano più avidi di gloria uscivano dai confini della 
Repubblica ed andavano o ad arruolarsi in esteri eserciti 
od a chiedere uffici civili in estere corti e bisogna pur 
confessarlo che codesti giovani tennero alto in estero paese 
il buon nome bresciano e mostrarono quel valore che non 
avrebbero potuto manifestare nella Repubblica. Intorno 
alla metà del secolo di cui ragioniamo un giovane Bet- 
toni arrolatosi nelle milizie dell' impero valorosamente 
combattendo nelle guerre per la successione di Polonia 
indi contro i Turchi in Ungheria e nella guerra di sette 
anni, seppe col suo valore ascendere al grado di Luogo- 
tenente Maresciallo e Comandante della Lombardia e morì 
nel 1773 mentre stava per essere nominato alla più co- 



7 6 

spicua carica militare dell'impero: maresciallo di campo (i). 

La fortunata carriera del Conte Bettolìi eccitò la emu- 
lazione di varii giovani della aristocrazia bresciana e di- 
vennero operosi : Gaudenzio Valotti datosi al servizio del 
Duca d' Este comandò giovanissimo nella guerra dei 7 
anni un corpo di Modenesi indi divenne sagacissimo mi- 
nistro di quel Duca che lo insignì del Marchesato di Ca- 
stellavano nella Garfaguana e Conte di Monzone. 

S' arrolarono nelle truppe dell'impero il Conte Giu- 
seppe Lechi (2) che si distinse poi nella rivoluzione e negli 
eserciti Napoleonici, mentre il conte Estore Martinengo (3) 
ed il Conte Giovanni Mazzucchelli entrarono nell' esercito 
di Federico 1° di Prussia, il Conte Artemio Viglio i:el- 
P esercito Bavarese, due tìgli del Conte Durante Duranti 
ed un Salvi davano il loro nome all'esercito dei Reali di 
Savoia insieme al Conte Orazio Calini, Girolamo Maggi 
già Colonnello del Duca di Parma e tre fratelli Fé mon- 
tavano le galere di Malta a combattere i Corsari (4). 

Altri giovani che non erano inclinati al mestiere del- 
l' armi avevano cercata operosità presso altri governi; un 
Fenaroli presso la Corte di Napoli, un altro Conte Ignazio 
Calini presso quella di Parma ed Annibale Covi e Mar- 
cantonio Martinengo Palatino presso quella di Toscana, e 
non li citai tutti ma solo i principali. 



(1) Bettoxi - Storia generale di sua famiglia - Brescia. 

(2) Sue memorie - Manoscritto presso la Biblioteca Queriniana. 

(3) Vedi BoxoMi - // Castello di Caverna^o e i Conti i\(arti- 
nen^o-Colleoni . - Bergamo, Tip. Bolis - pag. 482 e seg. 

(4) Annali della famiglia Fé nell' Archivio di famiglia. 



77 

Dopo qualche anno però, quando, cominciarono a dila- 
tarsi in Europa le idee Francesi, quasi tutti i giovani che 
erano fuorusciti rimpatriarono, dimodoché la rivoluzione 
del 1797 li trovò tutti ai patri lari. 

La vita pubblica dei patrizi bresciani svolgeasi nella 
breve cerchia degli impieghi cittadini, che apportavano 
oneri molto minori di quelli che pesano sulla vita degli 
uffici de' nostri giorni, e la vita privata aveva tutti quei 
difetti in cui era caduta la vita dei patrizi della dominante. 

Ignota ad essi in quei dì la vita del caffè o della o- 
steria, andavano alla bottega, come anche allora diceasi, 
solo per assorbire un caffè, un cioccolato, od un gelato, 
ma giammai per fermarsi lunghe ore, come corre a dì 
nostri il costume. 

I luoghi delle lunghe conversazioni, delle discussioni 
e dei giuochi erano i casini ed i ridotti. 

In Piazza Vecchia (che, come dicemmo, era il centro 
della vita sociale di Brescia) e precisamente in Strada 
Nuova eravi il casino de' Nobili, ed un altro poco lungi 
ne aveva la borghesia specialmente mercantile. 

In questi ritrovi si consumavano le ore diurne e not- 
turne, quivi intervenivano anche le signore, si davano feste 
da ballo, banchetti, serate e mascherate non senza licenza 
e voluttà, quivi la spensieratezza ed il rilassamento di 
costumi si accomunavano colla passione dei giuochi d'az- 
zardo che chiamavansi bassetta, biribissio, panjìl e Faraone, 
e più che le vincite, le perdite erano fatte dai patrizi, e 
frattanto si assotigliavano le sostanze, ed era si sfrenata 
la passione che molte famiglie sarebbero rimaste sul la- 



78 

strico se i beni feudali maggioraschi e fedecomissari non 

fossero stati intangibili. 

Fa duopo credere però che in Brescia la passione del 
giuoco fosse antica come quella de' Veneziani, perchè noi 
vediamo ne' nostri statuti fino dal medio evo decretate 
pene contro i giuocatori che intestavano la città. 

Anche nel 1796 il giuoco smodato e rovinoso conti- 
nuava in Brescia non ostante che la Repubblica Veneta 
pubblicasse leggi rigorose e comminasse non lievi pene 
contro i biscatori ed i giuocatori, come puossi vedere nella 
legge in Pregadi 1774 che tutte le antecedenti ordinazioni 
riassume e compendia. 

Non tutti i patrizi ne i borghesi trascorrevano le sere 
o le intere notti al casino, ai ridotti od al giuoco, ma 
molti divertivansi ad intervenire alle conversazioni che di 
sera ed anche di mattina teneano aperte non senza dispen- 
dio alcune dame. 

Fra le molte conversazioni nel 1796 era ancora ambita 
quella della Contessa Bianca Capcce della Somaglia ma- 
ritata in Uggeri, donna colta, spiritosa, conoscitrice di più 
lingue ed amica di letterati e dei cultori della scienza 
che a gara dedicavano ad essa i loro scritti. 

Questa conversazione oltre essere tenuta viva dalla fa- 
cile ed arguta parola della Dama, diveniva in quei giorni 
ancor più interessante per la discussione sugli avvenimenti 
politici che agitavano allora la Francia, discussioni che ri- 
cevevano in quel ritrovo una certa importanza dalla pre- 
senza del Conte Carlo Roncalli, il quale innamoratosi nella 
sua età giovanile degli enciclopedisti e filosofi francesi, 



79 
erasi portato a Parigi, ove rimasto per notevole tempo, 
volle personalmente conoscere i detti filosofi, e volle ad 
ogni costo visitare anche il misantropo ginevrino in quel 
tempo appunto che avea la follia di non voler vedere nes- 
suno. Ed il Roncalli compiacevasi in quella conversazione 
di descrivere l'abitazione di quell'uomo e narrare i dialoghi 
con esso avuti. Senonchè gli ulteriori tragici avvenimenti 
di Francia aveangli diminuita l'ammirazione per quei fi- 
losofi ed egli stesso narra in una sua lettera che dopo una 
viva discussione avuta con un gallomano che frequentava 
quella conversazione nell'inverno 1796 egli mandava alla 
contessa Bianca i seguenti epigrammi contro la Uberto e 
1' egalitè francesi : 

DECRETO DI LIBERTÀ 1795. 

Libero pensi ognun coinè desia: 
Ma se qualcun non pensa come noi, 
Ghigliottinalo sia. 

DECRETO DI EGUAGLIANZA 

Pena di morte per chiunque segua 
Col 'Petrarca a cantar ch'essa è Colei 
« Che le disuguagliante nostra adegua ». 

EPIGRAFE ALLA LIBERTÀ IN UN LUOGO CAMPESTRE 

Te, che invan fra le genti ognor cercai, 
In questi boschi ascosa al [fin trovai, 
In queste selve apprenda ogni mortale 
Che ognor varia è natura, e che non avvi 
In bosco foglia ad altra foglia eguale (1). 



(i) Lettera del Roncalli 4 Aprile 1799 comunicatami con memorie 
dal Nob. Angelo Zambelli; questi epigrammi furono pubblicati e stam- 
pati in Parma dal Mussi, 1806. 



8o 

Erano frequentatori di quella scelta conversazione An- 
tonio Brognoli, il matematico Coccoli, che molte volte in- 
terveniva col giovane suo discepolo Antonio Sabati, il 
vecchio ed erudito architetto ab. Turbini, Girolamo e Giu- 
seppe Fenaroli cugini della Dama, il Conte Diogene Va- 
lotti, i conti Francesco e Gaetano Maggi, i conti Girolamo 
e Carlo Duranti, Leandro Polusella e Vincenzo Peroni, 
l'abate Scevola e molti altri : così era rappresentata la parte 
studiosa di Brescia. 

Un' altra conversazione, forse più tranquilla ma non 
meno numerosa ed istruttiva, era quella che teneva aperta 
la contessa Margherita Fenaroli sposa del conte Girolamo 
Negroboni nel palazzo ora detto Bevilacqua. 

La frequentavano i figli di Antonio Brognoli, il dotto 
bibliotecario Bighclli e l'ab. Apollonio, il Chiaramonti, il 
Nicoli Cristiani, il conte Domenico Bottoni, Luigi Arici 
e Francesco Piazzoni. 

Anche in questo ritrovo le idee francesi avevano so- 
stenitori nei giovani conte Pietro Ducco, Gio. Labus e 
nel giudice di Collegio Pietro Soardi che tu poi il primo 
presidente del governo provvisorio. 

Tenea parimenti circolo anche la Nobil Donna Lodo- 
vica Ostiani moglie a G. Batta Fé, la quale era anno- 
verata tra le letterate bresciane « sì cara a Febo ed al 
santo ctonio coro » come la cantò il Brognoli i . 

Era essa stata amica della Solar d'Asti Fenaroli e di 
Medaglia Faini, verseggiattrici che più non vivevano nel 
1796; era stata educata in Arcadia e nella lettura di quegli 

(1) Brognoli - Elogi di Bresciani- Brescia, Tip. Vescovile. 1705. 



8i 

insulsi romanzi del nostro ab. Chiari, e sebbene leggesse 
con aviditi i libri che ci venivano da oltre alpi, pure non 
fu mai francese nelle sue convinzioni. Appartenevano al 
crocchio della Ostiani, Giuseppe Colpani, i conti G. Batta 
padre e Roberto figlio Corniani, il Canonico Girelli, Lu- 
crezio Long\>, Bartolomeo Cazzago, il D/ Bodeo, il conte 
Estore e fratelli Martine ago Colleoni e diversi altri, e le 
idee francesi erano in quella conversazione rappresentate 
dall' ab. Colombo di Gabbiano, dall'Aw. Beccalossi e dal 
movane ab. Bianchi, e gli acerbi m isolili erano Francesco 
Poncarali, 1' ab. Bono ed un Patrizzi. 

Nei palazzi de' nostri signori eravi molto lusso spe- 
cialmente nei mobili, nelle decorazioni, nei cristalli di 
Murano, nelle porcellane, nei damaschi ed anche in arazzi 
e nelle argenterie, ma nulla di ciò che il progresso della 
delicatezza portò Ira noi più tardi. Non stoffe, non doppie 
veniate, non sedie o poltrone molli od elastiche, non lusso 
di pavimenti e pochi tappeti in confronto dell'uso attuale. 

Le ampie sale erano dipinte (e molte ancora se ne 
veggono) : le più antiche da Lattanzio Gambara o da suoi 
scolari, e le più recenti dal Sandrini, dal Gandini, dallo 
Scalvini, dal veronese Marco Marcola e dai milanesi Lechi 
e Meniti Leonino, che sapevano dare a quelle volte molto 
effetto col grandioso barocco. 

V'era pure molto lusso in quel genere di carozze che 
anche allora chi. ima vansi bastarde o fruì Ioni, le quali se 
erano grandi ed alte più assai delle attuali e con alte 
ruote e con lungo passo e tirate da grossi cavalli, così 
esigeva la necessità meccanica di varcare le frequenti buche 



82 

lungo le vie e di guadar torrenti non attraversati da ponti; 
vi era lusso anche nelle slitte bellettate ed iudorate per 
viaggiare sulla neve che mai non veniva spazzata e ricche 
erano finche le portantine entro le quali molte signore 
giravano per città, specialmente la sera, portate dai lacchè. 

Analizzando la società di quel tempo ci si para innanzi 
un altro latto, che rende testimonianza della rilassatezza 
dei costumi della vita sociale, voglio dire il fatto dei Ca- 
valieri serventi. 

S' introdussero essi nel secolo XVII, crebbero nel se- 
guente e continuarono sotto la stessa forma fino alla ri- 
voluzione. Diceasi allora che le progredite convenienze 
sociali esigevano che i domestici affetti non dovessero far 
mostra di se in pubblico, ma quella moda era invece una 
viva prova che si erano diminuiti i vincoli di confidenza 
fra i coniugi specialmente patrizi, e questo pregiudizio era 
entrato siffattamente negli usi sociali che spesso i cavalieri 
serventi erano pretesi nei patti nuziali i . 

Il cavalier servente visitava la dama ogni mattina, ad 
essa chiedeva il progranì ma del servizio e mentre sorbiva 
una chicchera di cioccolate, bibita immancabile a quei dì 
nei ricevi me a ti del mattino, udiva gli ordini della signora, 
indi accompagnavala alla chiesa, al passeggio, alle conver- 
sazioni. Nelle ore pomeridiane ritornava al servizio ed era 
a lei fido compagno alla trottata, al teatro, al casino, al 
ridotto. Il maggior numero di cavalier serventi di nulla 
aveauo bisogno, erano ricchi, indipendenti, ma una volta 
scelti da una dami credevano doveroso farsi schiavi della 



(i) Molmexti. - Storia di Venezia mila vita privata, pag. 309. 



«3 
galanteria anche se finivano ad annoiarsi. Tempi corrotti 
e corruttori nei quali il marito non poteasi far vedere 
in pubblico colla moglie senza esporsi al ridicolo di una 
Società imbastardita e perciò Fuonio dei legittimi affetti 
scompariva dietro la turba dei cavalier serventi nobili 
o parassiti poetastri o maestri di musica che fossero, e 
quella società effeminata nulla vedea di male se que- 
st' uomo corteggiava la moglie altrui, o si dedicasse cava- 
liere ad una mima, ad una cantante ed anche ad una 
perduta. 

Contro l' infiacchimento morale de' nostri avi e contro 
i corrotti costumi non tutti tacevano e la fine satira del- 
l'Alfieri e del Parini e 1' assennato libro del nostro abate 
Marini sopra i corteggi (i) dimostrano che il sentimento 
dell'onestà e della virtù virile avea ancora in alcuni un 
culto sincero. Non mancavano nemmeno artisti arguti se 
non finiti, i quali col disegno e col bulino pubblicavano 
certe caricature specialmente contro le dame servite ed i 
cavalier serventi e le fogge del vestire del patriziato, che 
molto divertivano il nostro popolo, e siccome allora non 
era ancor sorta la potenza giornalistica, così quelle carica- 
ture divulgavansi incolandole sulle roste, dette da noi ven- 
tole, e così entravano in ogni famiglia. Ecco il perchè an- 
cora oggi quando il popolo nostro vede una persona dalle 
forme o dalla conciatura ridicola la dice figura di ventola. 

Un'altro abuso certo non edificante correva allora tra 
noi. 

Non potendosi sciegliere, a reggere i principali uffici 

(i) Saggio sopra i corteggi. - Brescia, Venezia, 1795. 



8 4 

cittadini, se non persone patrizie nessuno sotto pena potea 

rifiutarsi ad assumere la carica a cui era stato destinato. 

Siccome poi gli ecclesiastici sebbene patrizi erano e- 
sclusi dal grande Consiglio e da pubblici unici, così non 
pochi patrizi celibi sia per naturale inerzia, sia per go- 
derne l'ozio o qualche gentilizio beneficio, o per poco 
amor di patria fuggenti dal serio lavoro, tanto qui come 
a Venezia troppo facilmente ottcnnevano dai Vescovi la 
tonsura, per la quale ascritti al clero si liberavano di ogni 
dovere civile della loro condizione, e vivevano, salvo le 
solite eccezioni, secondo i loro desiderii sfaccendati e 
mondani privando così la patria de' loro servigi. Codesti 
ehiamavansi allora abati di mondo od abbatini, ai quali 
alludevano non senza ragione i satirici poeti di quei giorni. 

I bresciani sì del popolo come del patriziato seguaci 
sempre degli snervati costumi della dominante erano appas- 
sionatissimi per le maschere. 

Ai 7 gennaio aprivasi il Carnevale e tosto appariva la 
maschera la quale « livella » come dice un cronista di quei 
giorni //////- gli ordini cittadini ». Le signore si presentavano 
all'opera in maschera, e molte la tenevano sul volto anche 
durante lo spettacolo ; alle persone mascherate era lecito 
visitare tutti i palchi e poteano anche intervenire come 
spettatori ai pranzi che in carnevale davano i veneti Rap- 
presentanti, e se durante quella stagione la campana del 
popolo chiamava i patrizii al Consiglio Generale molti 
popolani metteansi la maschera, ed era ad essi lecito fer- 
mare sotto loggia i consiglieri e dar loro ammonimenti ed 
esprimere lagni, e quei patrizi lermavansi ad udire con 



85 

una pazienza che non avrebbero mai portata per un po- 
polano senza maschera. Signori e signore andavano in 
maschera ai casini ed ai ridotti, e mascherati davano sfogo 
alla passione del giuoco. E più il Carnevale avanzava e 
più cresceva il numero delle maschere, e fino le servette, 
le bambinaie ed i bambini tutti mettevano la maschera. 

Negli ultimi giorni poi compariva la mascherata del 
patriziato, che per lusso di carri, carrozze e cavalli ed ab- 
bigliamenti non se ne viddero più di simigliatiti nel nostro 
secolo e fra le altre rimase ricordata quella che rappresen- 
tava i trionfi di Selim primo Imperatore Ottomano comparsa 
nel carnevale del 1792 (1) e fu forse l'ultima strepitosa, 
perchè osserva il Bono che questi universali sollazzi di 
Brescia andarono diminuendo nel triennio 1794- 1796 (2). 

Una certa aria di previsione intorno a future catastrofi 
si diffondeva anche fra i bresciani. Diverse delle nostre 
ricche famiglie portavansi nell'inverno a Venezia, ove puossi 
dire che il carnevale durava più che la metà dell'anno, e 
colà sprecavano le reudite e sovente intaccavano il patri- 
monio. 

Dopo il carnevale i divertimenti ricomparivano nella 
nostra città colla fiera d'Agosto. 

La fiera faeeasi allora nel campo che ancora porta questo 
nome fuori di Porta S. Giovanni. 

In forza de' nostri antichi statuti dalla Veneta Repub- 
blica rispettati, il deposito delle merci, che colà faeeasi in 
quel mese, godeva del privilegio del porto franco d' entrata 



(1) Selim 1°. - Mascherata ij<.)2 - Canzone in Brescia - Pasini. 

(2) Bono - Memomie cittadine ms. presso di me. 



86 

e di uscita, e colà si radunavano i negozianti nostri e fora- 
stieri 3 colà i produttori della seta, dei tessuti in lino e lana 
e gli industriali del ferro e d'armi, e vivissimo faceasi il 
commercio mentre l' affluire di tanta gente apportava alla 
città prezioso guadagno. 

Dicemmo già come erano in quel campo distribuiti i 
casotti mercantili e come la sera tutto quel campo fosse 
illuminato. La fiera era aperta dal Rappresentante Veneto 
e dalle autorità cittadine, che in gran treno portavansi sul 
luogo e visitavano i varii negozi. Indi era colà un continuo 
andarivieni, ed in sul vespro poi si può dire che tutti i 
cittadini affluivano in quel campo a piedi o in carrozza e 
fatto un giro lungo il quartiere commerciale, passavano a 
vedere entro e fuori le mera\ iglie proclamate dai cantastorie 
sulle entrate dei casotti, nel quartiere dei divertimenti. L'ari- 
stocrazia ci teneva a far divertire il popolo, al quale però 
era qualche anno che non si davano due spettacoli per 
esso molto interessanti: La giostra, e la corsa del barberi 

Le giostre o tornei dei nostri patrizi! di quei giorni 
non erano più la prova del coraggio e della forza delle 
membra, non consisteva più in assalti di scherma a cavallo 
che sarebbe stato un valido esercizio a divenire prodi nel- 
1' armi, ma le giostre di quegli anni erano diventati giuochi 
da fanciulli. Yestivansi bensì quei giovani patrizi d'elmi 
e di corazze, od in strani modi militari, ma tutto il valore 
consisteva nel correre a cavallo sotto un anello che dall'alto 
penzolava ed infilzarlo colla spada. Eppure questa corsa 
dilettava il nostro popolo che a lolla correva od in Piazza 
Vecchia od in Mercato Nuovo secondo che o qui o colà 



«7 
era eretta la lizza, e si entusiasmava : il Brognoli descri- 
vendo una di queste giostre, cantava : 

Ma già la folla, turba impaciente, 

Io veggo come ondeggi ed urti e calchi, 
Scorgo già piena d' influita gente 
Tutte d* intorno le finestre e i palchi, 
E il popolo, che il rumor vicino sente, 
xAvvìen che sopra i tetti ancor se n valchi 
Onde il coniuìi de sire al fin sia pago 
In rimirar spettacolo si vago (i). 

Anche la corsa dei barberi entusiasmava il nostro po- 
polo. L'ultima corsa avvenne nel 1794 e l' abate Bono ci 
lasciò intorno ad essa questa breve descrizione (2). Davanti 
egli dice, al Palazzo dei Conti Bucceleni (ora dei co: Zop- 
pola-Bona) si erigeva la scappata, cioè un casotto da dove 
uscivano i cavalli sciolti cogli sproni attaccati ad una fascia 
panciale e correvano lungo le attuali vie Marsala e Carlo 
Alberto. Alcuni palchi raccoglievano due giudici e molti si- 
gnori. I balconi, i poggiuoli, le porte ed i marciapiedi erano 
stipati di gente che applaudiva ed incoraggiava. Alla canto- 
nata di S. Antonio i cavalli correvano verso porta S. Naz- 
zaro ove era eretto un altro palco con altri due giudici e 
sul largo delle porte di S. Nazzaro il palco d' onore voltato 
verso il Borgo su cui risiedeva il rappresentante Veneto 
colla sua corte, la magistratura cittadina e due altri giudici. 
Sotto il palco era tirata una cordicella ed il premio toccava 
al primo cavallo che la spostava. Il quale premio era /'/ pallio 



(1) Brognoli - La giostra dell'anello fatta dai Bresciani - 1766. 

(2) Bono - 1. e. 



88 

cioè bracciaturé di stoffe ed una somma di denaro. Di questo 
divertimento rimase fino a nostri giorni un ricordo storico 
nel nome di quella via che da porta S. Nazzaro va alla 
chiesa omonima (Corso del Barberi): ora però la ricordanza 
scomparve perchè a quel corso fu dato un nome bensi più 
illustre, ma di storia più recente e nazionale. Durante la 
fiera ogni giorno i divertimenti 1' uno all'altro senza posa 
succedeansi e lo spettacolo teatrale del melodramma e del 
ballo era il suggello de' quotidiani sollazzi. 

La musica d'allora, riformata da Cimarosa, da Paisiello 
e dal Pergolese, vinta ch'ebbe l'opposizione dell'antica 
scuola napoletana potè svolgersi ed apparecchiare la via 
alle posteriori riforme ed alle inarrivabili note di Rossini, 
Bellini e Donizetti. 

Qui in Brescia però negli ultimi dieci anni del secolo 
XYII1 due sole volte si poterono udire i lavori del Pergolese 
e del Paisiello, ma più spesso le composizioni dei maestri 
minori, cioè del piacentino Maschi ni, del Lavigna, del Por- 
togallo e dello Zingarclli. Si procurava anche allora dai 
nobili Accademici Erranti che erano proposti al teatro, di 
avere i miglior artisti pei quali facilmente gli spettatori 
si entusiasmavano, come successe nel 1793 colla Banti che 
cantava col nostro concittadino il musico Rubinelli, e nel 
1794 col Pacchierotti e colla Bagliani. 

Anche allora sorgevano le stesse follie per le mime, 
ed i vezzi della Baccelli e della Fabbris cospiravano nel 
1793 e 95 a riammolire sempre più gli animi special- 
mente de' nostri signori, una volta sì rinomati per nobili 
e forti sentimenti. 



8 9 
Nella primavera il teatro aprivasi alla drammatica. 

Le commedie che negli ultimi anni della veneta domina- 
zione si udirono in Brescia erano per la maggior parte 
quelle del Goldoni, le quali avevano dovuto combattere 
assai per sostituirsi alle produzioni fin allora con depravato 
senso gustate dal pubblico, coni' erano fra le altre quelle 
del nostro abate Chiari, piene d'intrecci bizzarri, innaturali, 
impossibili. 

Le commedie italiane si alternavano con alcune del 
teatro francese le quali, fatta eccezione di poche, erano 
maldigeste e mal tradotte in lingua nostra. 

Neil' ultimo decennio comparvero anche sui nostri 
teatri alcuni drammi, nei quali faceva capolino la politica 
e le idee filosofiche ultramontane. 

Nel 1792 l'attore Pietro Cimarelli che dirigeva una 
compagnia comica pubblicò qui coi tipi del Pasini una 
commedia col titolo Federico II Re di Prussia e la dedicò 
ad Andrea da Mula che in queir anno rappresentava in 
Brescia la Repubblica Veneta. 

Anche allora il Teatro degli Erranti in Brescia (ora 
detto Grande) era de' migliori d' Italia, ma minore era 
il lusso e nessuna conformità negli addobbi dei palchi 
poca l'illuminazione ad olio e quasi nulla nella commedia. 
La passione del teatro era in quei giorni straordinaria, 
quella società immersa nei piaceri e dimentica di quei 
sensi virili che sorreggono il bene e la forza sociale era 
tratta a tutto ciò che « voluttà nemica all' noni domanda ». 

Le seduzioni erano molte e se le produzioni e le at- 
trici erano più contenute delle odierne, per effetto della 



9 o 

censura che sorvegliava anche gli abbigliamenti, il riserbo 
delle spettatrici dame e volgari era molto minore e tene- 
vano contegno che parea fatto apposta per preparare la 
via alla spudorata dea che da oltr'alpi tentava visitare queste 
nostre contrade, e maggiore poi era il baccano che faceasi 
così nei palchi come nella platea., in cui durante la com- 
media entravano merdaioli d'ogni specie a vendere frutta, 
manicaretti ed altro. 

La passione del teatro aveva suscitata nella aristocrazia 
anche la passione di farsi attori, e venivano perciò di 
quando in quando cretti palchi scenici nelle grandi sale 
di qualche palazzo e vi si rappresentava al cospetto di 
una società in mezzo alla quale il lusso e la mollezza 
tenevano il primo posto. E già qualche anno prima An- 
tonio Brognoli avea tradotta e ridotta l'Olimpia di Voltaire, 
che fu da una società di dame e cavalieri recitata, rice- 
vendone le lodi da un poemetto di Gio. Batta Corniani (i). 
La moda del vestire era più che un secolo che ci veniva 
dalla Francia, senonché non era ancora si volubile come 
divenne dal secolo nostro. 

Nella seconda metà del secolo XYIII il patrizio aveva 
già lasciata la parrucca a lunghi ed inanellati capelli, 
la quale però rimase ancora in uso presso i magistrati 
nell'esercizio delle loro funzioni. Alla parrucca la Francia 
aveva sostituito il codino, ed i padri nostri patrizi e po- 
polani seguirono quella moda la quale esigeva anche che 
si incipriassero ogni giorno il capo e cosi incanutirsi prima 
del tempo. 

(i) Brescia 1770. 



9i 
Il cappello di gala era a tre pizzi, un fazzoletto di seta 
al collo senza coletto della camicia. 11 panciotto clic alla 
francese chiamavasi giht, ed alla bresciana crosci, era di 
broccato od anche di finissimo panno, e da esso uscivano 
le ricamate arricciature cucite sulla camicia, e per di sotto 
usciva un serico nastro od una catenella munita di chia- 
vette d' oro e timbri stemmati in oro o pietre preziose 
che formavano ornamento all'orologio. Il panciotto rimanea 
sempre manifesto perchè il soprabito teneasi aperto, e forse 
non poteasi nemmeno chiudere. Era pur esso di broccato 
o panno fino senza risvolte, ma dritto scendea fin presso 
il ginocchio, e le persone più attempate lo portavano anche 
più lungo. I calzoni erano corti, stretti sotto il ginocchio, 
le calze di finissima seta, bianche o di colore a seconda 
delle occasioni, e scarpe con grandi fibbie d' oro o d' ar- 
gento. Le patrizie e le ricche borghesi portavano gli alti 
topé incipriati e ricche vesti di broccato strette nella parte 
superiore ed assai larghe nelle gonne che poggiavano sul 
guardinfante, la di cui usanza però cominciava a decadere. 
Il popolano portava anch'esso vestiti presso a poco di 
egual forma di quelle dei ricchi, ma di panno grossolano 
che ci veniva dalle fabbriche di Bergamo, e l'estate di tela 
colorata. Le calze, (quando le portava) erano grossolane 
ed il loro colore più favorito era il turchino. La forma 
invece delle vesti delle popolane poco o nulla somigliava 
a quella delle patrizie ; le loro vesti erano di tela ed in 
tutt' altro modo tagliate. Le popolane non portarono mai 
il topé, ma la loro capigliatura era semplice, modesta e 
sempre quella; solo nelle festive occasioni si ornavano il 



9 2 

capo di gingilli d'argento ed il collo di file di granate o 
di catenelle d' oro e di anelli le dita. 

Neil' incominciare questo capitolo io dissi che da secoli 
la popolazione bresciana veniva designata dai nostri vicini 
e dai forestieri come vivace,, laboriosa ed ospitaliera, ma 
tacqui che nello stesso tempo l' accusavano d' esser troppo 
manesca e che abusava dell' armi, e da qui l' ingiurioso 
detto bressà taja canti). Non posso negare che l'accusa avea 
un lato vero; e certo che popolani e patrizi, sbirri e feu- 
datari danneggiavano assai toli'abuso dell'armi; senonchè 
negli ultimi anni del dominio Veneto in Brescia il lamentato 
abuso era di molto diminuito, i bresciani si erano in ciò 
messi al livello degli altri sudditi e valga il vero. 

L'abuso delle armi erasi così inveterato ed accresciuto 
sul finire del secolo XVII e nella prima metà del XYIII, 
che la Repubblica Veneta si decise di richiamarne in vi- 
gore le antiche leggi ed emanarne di nuove intorno al 
portar armi, e forse i bresciani furono gli ultimi a correg- 
gersi di tale abuso. Senonchè contro queste leggi militava 
la libertà fino allora goduta dai cittadini, e d'altra parte 
la spada e lo stocco era parte integrante del vestito del 
patrizio, il quale avrebbe mancato ad una importante esi- 
genza sociale se si fosse presentato in una testa od in un 
solenne ricevimento senza spada al fianco ; onde per in- 
dicare un signore vestito in tutta festa fino a giorni nostri 
diceasi : è in spada od in spadino, sebbene uè 1' uno né 
l'altra portasse al fianco. I feudatari poi avevano il diritto 
di armare quanti uomini credevano necessari a difesa pro- 
pria e del feudo. 



93 

Le leggi venete però, rispettando ciò che si credette 
allora di non combattere, sarebbero ritornate sufficienti a 
diminuire se non a togliere tanti abusi e tanti assassini, 
aggressioni ed invasioni che si commettevano armata mano 
e tanti altri delitti occasionati da futili e meschini fatti. 

Senonchè queste leggi buone in se stesse mancavano 
sovente della mano forte per farle eseguire. 

I rappresentanti veneti per la maggior parte d'animo 
troppo mite lasciavano correre e così il male non cessava. 

Intorno al 1769 Vittorio Alfiri, giovane ardente, abi- 
tuato ai miti costumi del Piemonte, attraversando la Lom- 
bardia in viaggio per la Germania, visitava le provincie 
di terraferma della Repubblica Veneta, e rimaneva scan- 
dalizzato all'abuso che qui faceasi delle armi, coll'assalire 
i viandanti e coll'uccidere per vendetta e coli' imporsi ai 
deboli od ai disarmati e la ricevuta impressione la ricorda 
nella V sua satira - Le leggi'. 

Il portar armi hanno inibito, è vero, 
Ma non l'usarle in proditoria guisa. 
Legge morta è un infamia e danno mero. 

Ed avendo osservato che in Brescia anche le popolane 
e forse anche le patrizie portavano armi, inveperito esclama: 
t^eggo bresciane donne iniquo speglio 
Farsi dei ben forbiti pugna letti, 
Chi prova è amante infido sposo veglio. 
Tal sou dei lor bustini i rei stecchetti 
Ne ascosi gli hau, ma d'elsa e nastri ornati 
Ombreggiali d'alto orrore i vaghi petti. 

(1) Maggi co: - Del genio armigero dei bresciani - Berlendis, 1781. 



94 

L'unico che in Brescia tenne mano forte e fece ese- 
guire la legge, fu il Labbia venuto qui Capitano Vice 
Podestà nel 1786. Col sequestro delle armi, col multare 
i portatori di esse e cogli arresti ottenne di contenere i 
popolani che da quell'anno più non portarono (se non 
clandestinamente) armi da fuoco o bianche. 

Dai patrizi ottenne d'essere aiutato nella sua missione 
col buon esempio, e la maggior parte di essi non rinun- 
ciarono ma deposero anche la spada, e da quell' anno 
non la ripresero che in occasione di feste o di solenni 
ricevimenti. 

Ed anche cogli uomini d'arme dei feudatari tenne man 
ferma. Qualunque di essi fosse trovato in arme fuori del 
territorio del feudo o senza la così detta placca indicante 
il padrone, veniva condotto in arresto. Proibì finalmente 
quelle armi da fuoco che chiamavansi tromboni, pistoni 
scavezzati pistù scaes) e l'armi bianche triangolari. 

Fu una sventura che il Labbia compiuto il breve reg- 
gimento se ne partisse, perchè egli in pochi anni avrebbe 
certo annientati gli abusi dell'armi. 

I contemporanei spregiudicati, chiamarono ottimo il 
regime di questo veneto patrizio la di cui fermezza suf- 
fragata dall'autorità del Senato diede singolarissimi risul- 
tati, ed il vantaggio di quelle provvidenti misure si risentiva 
anche nel 1796 inquantochè l'uso dell'armi era quasi del 
tutto dimenticato. 






I FEUDATARI ED I BULI 



I feudatari anche imperiali col mero e misto impero, 
non avevano sotto il dominio veneto un potere illimitato 
di sovranità (come l'aveano forse quelli d'altri paesi d'Italia) 
perchè la Repubblica seppe in diverse occasioni mettere 
dei confini alla loro podestà, aumentando sopra di essi 
1' autorità del Senato, colla istituzione dei Magistrati sui 
feudi, e nel secolo XVIII fino alla caduta di quel dominio 
le giurisdizioni feudali limitavansi al giudizio delle cause 
civili, alla nomina degli ufficiali pubblici della amministra- 
zione locale che svolgevasi sotto la diretta influenza del 
feudatario, ed estendevasi anche agli affari penali col di- 
ritto di arresto dei malfattori e dei primi atti di inquisi- 
zione. La giurisdizione comprendeva eziandio i diritti alla 
percezione dei dazi, alla concessione degli esercizi di osteria, 
macelleria, cantine, ecc. ecc. (i). 



(i) Bonomi Avv. Giuseppe. - 77 Castello di Caveruago ed i Conti 
Martine ago Colleoni. - Bergamo, Bolis, 1884, in 4 . 



96 

I feudi con giurisdizione nella nostra provincia, e come 
tali riconosciuti dalla Repubblica Veneta erano nel 1796 
i seguenti : 

a) Il feudo di Urago d'Ogìio con Pavone, spettanti ai 
successori del primo investito Prevosto Martinengo 1396), 
cioè le linee mascoline delle famiglie Martinengo delle 
Palle o Martinengo di Padcrnello o della Fabbrica, e le 
linee femminili che erano le famiglie Martinengo Palatini, 
Oldofredi e Calini di Brescia, e Caleppio di Bergamo. 

b) Il duplice feudo di Verola Alghisi (ora Verola- 
nuova) e di Pralboino con Milzano e Corvione, il primo 
posseduto dai Conti Vincenzo e Bruuoro q. ni Carlantonio 
Gambara e l'altro dai loro cugini Conte Alemanno q. ni 
Alemanno e conte Gio. Batta q. ni Federico pure Gambara. 

e) Il feudo di Muslone già dei conti Lodroni poi 
dei conti Bucceleni e finalmente concesso dal Veneto Se- 
nato al conte Vincenzo Cigola nel 1780. 

ci) Il feudo di Lumezzane con Cacciabelia dei conti 
Avogadro, passato poi e riconosciuto negli eredi conti Fe- 
naroli. 

Altre famiglie bresciane vantavano possessi feudali giu- 
risdizionali nel nostro territorio, ma sia per deficienza degli 
atti originari, sia perchè le prescrizioni stavano a favore 
del Governo, il fatto sta che la Veneta Repubblica non 
volle mai riconoscere altri feudi giurisdizionali se non i 
sopradetti, e tutt' al più riconosceva alcuni possessi come 
appartenenti a quella specie di feudi che chiamavansi ono- 
rabili, cioè davano il diritto alla percezione delle decime 
o canoni o livelli ma non mai alla giuris Jizione. In questi 



97 
feudatari onorabili riconobbe però qualche onore di Si- 
gnoria sui Comuni rurali nei quali possedevano, e questi 
Comuni chiamavansi centi cioè esonerati da certe imposte 
e dalla soggezione alle autorità cittadine e solo dipendenti 
dal Governo Veneto, ed a capo di tali comuni sedeva 
sempre il patrizio signorotto. Così pure le diverse fami- 
glie Martinengo rappresentavano gli esenti Comuni di 
Orzivecchi, Padernello, Motella ed Orlano. 

Altre famiglie della aristocrazia bresciana possedevano 
dei feudi fuori della nostra provincia ex. g. : 

I Conti Martinengo Colleoni erano feudatari di Ca- 
vernago, Malpaga e Clanezzo nel territorio di Bergamo. 
I Conti De Terzi Lana possedevano in condominio con 
altre famiglie il feudo di Sanguineto sul Veronese. I Conti 
Bettolìi il feudo di Schenna nel Tirolo. I Conti Lechi 
quello di Bagnoli nella provincia di Verona e di Medune 
nel Friuli. I Conti Carini erano feudatari della Virgiliana 
nel ducato di Mantova ed i Conti Valotti di Monzonc e 
Castcllarano nella Gartagnnna : i Marchesi Archetti tene- 
vano il feudo di Formigara sul Ferrarese: i Conti Peliz- 
zari ed i Provaglio Conti di Monticelli altre parti del feudo 
di Medune. 

Fino dal secolo XVI molti de' nostri feudatari e si- 
gnorotti gelosi dei diritti che avevano o pretendevano a- 
vere abusavano del loro potere ed obbliando la giustizia 
e la clemenza accompagnavano il loro governo colla vio- 
lenza e colla nequizia. Se le tristi vicende dell'Innominato 
del Manzoni non sono tratte da storia vera, sono però im- 
magini complessivamente veritiere delle azioni dei feuda- 



9 8 

tari dei secoli XVII e XVIII. I feudatari per crescere le 
proprie forze, sovente capricciose e tiranne, si circonda- 
vano di uomini la maggior parte avventurieri, d' animo 
ineducato e violento sempre pronti a difendere o ad ese- 
guire anche col delitto la volontà del padrone che li pa- 
gava. 

Veramente nel secolo XVIII la Repubblica Veneta 
emanò delle leggi abbastanza rigorose ed atte a contenere 
le birbonate dei feudatari, minacciò e castigò, ma mentre 
nelle altre città di terraferma i feudatari avevano perduto 
molto di loro fierezza alcuni de' nostri continuavano le 
loro perverse imprese, e le voci che forse non senza esa- 
gerazione correvano allora intorno alla fierezza de' feuda- 
tari e signorotti Bresciani diede occasione all'Alfieri di 
scrivere nella V sua satira già da noi citata: (i) 
Vili impuniti signorotti i.nin piena 
Di scherani lor corte e uccider fauno 
Chi solt' essi non curva e testa e schiena. 
Fatto si è però che la Repubblica si scosse a punirli 
per cui le prepotenze diminuirono. Altra causa di quella 
diminuzione si rinvenne nell'influenza della donna. Corona 
Fenaroli p. e. andata sposa a Gaetano Bargnani ricco e 
potente patrizio ottenne che fossero dal marito licenziati 



(i) Che l'Altieri alludesse ai feudatari Bresciani lo si desume dal 
tatto che quando quel poeta pubblicò le sue Satire tutti dissero ad 
una voce che nella V Satira si alludeva al Conte Alemanno Gambara 
e ad altri Bresciani, dimodoché scrive il Litta (fam Gambara - Fran- 
cesco Gambara di Alemanno) che il giovane Conte Francesco Gam- 
bara sparlava allora dell'Alfieri per aver calunniato suo padre in 
quella satira. 



99 
tutti i bull o bravi eh' egli teneva al suo comando in 
Brescia, in Adro ed in Bargnano. 

Con tutto ciò però alcuni continuarono ancora nelle 
prepotenze e se nel 1796 Brescia e la Provincia poterono 
considerarsi libere dal malanno dei più fieri signorotti lo 
si deve al Consiglio dei X e più ancora ai Veneti inquisi- 
tori che nel carcere de' Piombi ci liberò dal Conte Gal- 
liano Lechij col bando allontanò da noi il Conte Alemanno 
Gambara e con vigorosa sorveglianza contenne il Conte 
Giorgio Martinengo Cesaresjo, nei quali erano rimasti i 
difetti di una casta che andava trasformandosi, e di un 
tempo che più non era. E di questi tre Bresciani che in 
diversi modi furono spettatori o trovavansi avvolti nel 
turbine della rivoluzione parmi conveniente si conoscano 
le vicende perchè anch' esse servono a darci il ritratto 
morale di quel periodo che si chiuse col 1796. 

Galliano Lechi, figlio di Pietro conte di Bagnoli e 
di Meduna e di Francesca Macca rinclli, nacque in Brescia 
(corsetto di S. Agata all'attuale civico N. 22) il i° agosto 
1739, e battezzato nella Chiesa di S. Agata ebbe a pa- 
drino Antonio Archetti che fu poi Marchese di Formi- 
gara e cons. Int. dell'Imperatore. Educato nel Collegio 
di S. Bartolomeo (ora Arsenale Militare) allora diretto dai 
Padri Somaschi, era egli dotato di non comune talento, 
ma veniva sovente turbato dall' impetuosità del suo ca- 
rattere. Finita la sua educazione, fu dal padre spedito a 
Venezia onde si occupasse di alcuni affari colà pendenti 
per cessati appalti già tenuti da lui a nome del governo. 
Solo, ricco, abbandonato a se stesso, si legò a quella società 



spensierata e voluttuosa che contaminava allora gli ultimi 
anni della Repubblica. 

Richiamato a Brescia, poco dopo mortogli il padre 
(1764) ritornò in Venezia ove passò un biennio nella com- 
pagnia degli amici suoi, fra i quali contava Giorgio Baffo, il 
poeta vernacolo che ebbe (dirò col Gitigliene) la meschina 




CALMANO ÌA'.CHl 



fama di essere il rimatore più osceno e lubrico de' suoi 
tempi, e dicesi che Galliano facesse a sue spese pubblicare 
alla macchia nel 1771 la prima edizione di quelle poesie. 
Ritornato in Brescia nel 1766 sposò sua nipote, la no- 
bile donzella Virginia di Carlo q. Ercole Conforti, gio- 
vane diciottenne, che pose ogni suo affetto nel marito, lo 
protesse, lo difese, sopportò gravi sacrifìci onde toglierlo 
dalle angustie, ma ben poco fu corrisposta. Galliano dalla 



101 

Conforti ebbe un figlio, Pietro (1768), la cui morte avve- 
nuta cinque anni dopo la nascita, lo addolorò, lo indispettì 
ed esaltò, si che rinserratosi nella sua villa di Montirone 
s' attorniò di buli e banditi e diede mano a perverse im- 
prese. 

Io non ripeterò qui tutte le tristi vicende della sua 
vita come leggonsi nella « Vie de Napoleon » del S. r di 
Stendal (1) o nel « Romanzo Storico » del S/ Robustelli (2) 
ne ciò che di lui scrisse il Piccinelli (3), uè tutti riporterò 
i tristi aneddoti che si raccontavano dai padri nostri, per- 
chè fra il vero trovai frammisto il falso o Y esagerato, 
ma riferirò solo quei fatti che dai documenti ufficiali, da 
attendibili storie o corrispondenze letteràrie d'allora emer- 
gono veridici ed abbastanza provati. 

a Facile all'ira ed alla vendetta (cosi scriveva al Supremo 
Tribunale in Venezia Antonio Maria Priuli rappresentante 
Veneto in Brescia nel 1775) di carattere vivo e pertinace 
circondato da uomini sospetti, è da tempo designato au- 
tore diretto od indiretto di gravi percosse e di violenze 
e danni ed anche di attentati alla altrui vita, come avvenne 
nel misfatto di cui spedii querela, eseguito da uno de' suoi, 
credesi per suo ordine. » (4) 

Nel 1779 successe l'uccisione proditoria di Gio. Batta 
Febrano, ufficiale e forse uno de' confidenti del Senato. 



(1) Paris, Calmane Levy 1876 in 8° f. 

(2) Il Conte Diavolo - In append. al Giornale la Pei se-veranda 
di Milano - luglio e seg. .1882. 

(3) Diario cit. 

(4) Archivio de' Frari a Venezia. 



102 

La fama disse tosto che l'omicida era il Conte Galliano; 
l'autorità denunciò l'indiziato al Supremo Tribunale degli 
Inquisitori ed il Conte venne arrestato insieme al suo fido 
Giacomo Allegri. Condotti in Venezia furono processati ; 
il servo dopo qualche mese fu messo in libertà, ma il 
Conte fu condannato a vent'anni di carcere nei piombi (i). 

Correva il secondo anno dacché il Lechi era prigio- 
niero allorché « replicatamente supplicò, attesi gli incomodi 
di sua salute, che gli fosse costituito altro luogo a con- 
sumare la sua condanna. Condiscese il Tribunale a per- 
mettere ciò che poteva contribuire alla di lui cura, ma 
fermo a non cangiargli prigione (2). 

Frattanto Galliano, sua moglie ed i suoi protettori 
pensavano alla sua fuga. Il fido Allegri dimesso dal car- 
cere era rimasto a Venezia ed insieme al dott. Daniele 
Fabrici, che qual medico visitava il prigioniero, faceva 
1' intermediario fra il Conte e la Contessa, la quale ala- 
cremente lavorava pressi) alcuni senatori per ottenere l'in- 
tento. Il primo tentativo di fuga però andò male, sebbene 
fosse perpetrato con tutta circospezione. Il carcerato chiese 
di poter avere da casa una cassetta di limoni e l'ottenne. 
Doppie assicelle- formavano le pareti della cassetta e fra 
le une e 1' altre di quelle assicelle erano riposti varii istru- 
menti atti a segare le ferriate, delle candele, ciò che oc- 
correva ad accender fuoco e varie monete d' oro per 44 
zecchini, nonché il seguente viglietto dalla moglie scritto 



(1) Bazzoni 1. e. 

(2) Idem. 1. e. 



103 
ai 25 luglio 1782: ce L'altro soggetto di riguardo che non 
spiego il nome perchè se venisse scoperto questo loglio 
potrebbe essere iatale per noi, già mi capite. Lui ha detto 
che verrà scoperta la verità di questo fatto, insomma è 
impegnato per noi. Così mi dicono e 1' unica mia spe- 
ranza T ho in lui se sarà eletto, ed ha dimostrato tutto 
r impegno ; questo è quanto io so.... se potete sopendere 
l'intento tino alla nuova muta sarà molto ben fatto, già 
mi capite, ma se non potete sopportare, fate ciò che vo- 
lete, ma guardate bene di fare il colpo sicuro ». Sorte 
volle che nello scassinare la cassetta per la solita visita 
si staccasse una delle due fodere ed il custode sco- 
prisse ciò che ivi stava nascosto. Il Conte Galliano at- 
tese per tre anni il momento propizio a realizzare il suo 
pensiero forse in attesa che si mutassero gli Inquisitori 
e fosse eletto 1' innominato suo protettore. Frattanto il 
dott. Fabrici eragli apportatore di denari, di lettere e di 
oggetti che riceveva dalla famiglia Lechi per mezzo del- 
l' Allegri. Nell'ultima settimana di Marzo del 1785 Gal- 
liano mise a parte del suo segreto Matteo Marsich unico 
prigioniero che vivesse con lui nello stesso camerotto, 
lo regalò di denaro e fecesi promettere di aiutarlo facen- 
dogli balenare l'idea che avrebbe potuto seguirlo nella 
fuga. Il Conte si era fatto mandare da casa delle lenzuola 
grosse assai ; le tagliò in tanti pezzi longitudinali e com- 
pose con essi una corda, indi nella notte 27-28 Marzo 
che era la festa di Pasqua sollevò una tavola del soffitto 
da lui anteriormente sconnessa e rotti cogli strumenti a- 
vuti dal dottore i piombi, montò sul tetto e disceso su 



104 

d' una ferriata della prigione si consegnò alla corda che 
il Marsich per di dentro fermò alla stessa ferriata e così 
po:ò calare nella sottoposta laguna, e slanciatosi a nuoto 
si allontanò, e potè poi nella stessa mattina uscir fuori 
di Venez'a prima che il custode delle carceri, assenziente 
o meno, denunciasse la fuga, la quale, secondo il Balle- 
rini, superò in valore quella del Casanova, e si compì col 
validissimo mezzo dei zecchini costandogli ventimila du- 
cati, e le cattive lingue dissero che quella somma era 
stata divisa fra due inquisitori. Il Molmenti però esclude 
questa ipotesi (i). 

Questa fuga impressionò i Veneziani ed il governo ; 
si arrestarono i guardiani, ed in sulle prime nulla si so- 
spettò del dott. Fabrici indicato da tutti come integerrimo 
e di modi burberi e risoluti, ma scopertesi di poi presso 
il custode alcune lettere dirette al Lechi ebbesi la con- 
vinzione dell' opera prestata dal Dottore, il quale venne 
arrestato, processato e condannalo ad 1 1 anni ai piombi 
ed il custode ed i guardiani a parecchi mesi di carcere ed 
alla perdita dell' ufficio. Frattanto il Lechi era fuor di 
stato, ed avendo il Senato saputo che erasi ricoverato in 
Tirolo scrisse tosto al Principe Vescovo di Trento chie- 
dendo r estradizione, ma il Vescovo rispose che il Lechi 
era veramente comparso in Tirolo, ma che era già di Là 
partito ed ignorava per dove si fosse diretto. Si seppe di 
poi che era passato in Valtellina, ed allora il Senato si 
rivolse tosto al Residente Veneto in Milano onde facesse 



(i) Molmenti - I banditi della Repubblica - png. 299. 



passi coi Grigioiii per riaverlo, ma quel diplomatico ri- 
spose che inutili sarebbero ritornate tutte le pratiche perchè 
il Conte aveva colà caldi difensori (i). Il Lechi fissò sua 
residenza in Bormio ove comperato un antico palazzo a 
suo talento lo ridusse ed abbellì. Menando vita splendida 
si tece degli amici, impresa facilissima a ricco liberale, e 
per tale sua larghezza con minore ripugnanza si tollerava 
dagli abitanti la sua vita di malcostume e gli atti violenti 
che anche là esercitava per mezzo de* suoi buli. Pei suoi 
biechi fini fu a Napoli per procurare la separazione della 
figlia del cav. Alberti dal di lei marito conte Salis, che 
serviva nell' esercito dei Borboni, senonchè accortosi il 
Salis usò di sua influenza in quella Corte e lo fece sfrat- 
tare. Venne allora a Genova ove resosi ancor qui reo di 
non so quali misfatti dovette fuggire e ritornare a Bormio 
portando seco una rapita fanciulla. Attesta il Romegialli (2) 
che quelle due imprese gli costarono mille luigi d' oro. 
. Avvici uavasi intanto l'invasione francese. Il contado di 
Bormio come la Valtellina erano sudditi delle tre leghe 
Grigie, le quali però governavano quei paesi non secondo 
gli antichi patti, ma da sovrano assoluto, e quel repub- 
blicano governo Svizzero con strana antitesi era chiamato 
il ^Principe. Al giungere dei Francesi in Milano tre par- 
titi sorsero in Valtellina ; dei patriota gallomani o giaco- 
bini che voleano unirsi con Milano Cisalpino, dei liberi 



(1) Le annotazioni degli Inquisitori di Venezia pubblicate da Au- 
gusto Bazzoni. - Vedi Arch. Stor. Ital. Serie II Voi. XI pag. 68-73. 

(2) Storia della Valtellina e della già Contea di Bormio e Chia- 
venna - Voi. IV p. 359. 

7 



io6 

che voleano rimanere coi Reti, ma formando una quarta 
lega per godere di eguali diritti, e finalmente dei conser- 
vatori che accettavano ogni spediente fuorché i Francesi 
e la Cisalpina (i). 

Era poi logica conseguenza che il Conte Galliano si 
spiegasse gallomano. L'odio contro la Repubblica Veneta, 
1' esilio e varii dissensi avuti colle autorità Retiche erano 
pel Lechi gravi motivi per desiderare cangiamenti politici 
in Valtellina ed in Brescia. Successa la rivoluzione di 
Brescia Galliano rivide la sua città nativa dopo tanti anni 
di assenza. Tentò d' immischiarsi nel governo provvisorio, 
ma trovò ferma opposizione nei più seri e rispettati mem- 
bri ; ottenne però che si aprisse la sala del Teatro degli 
Erranti per le radunanze della Società patriottica (2), indi 
nelP aprile se ne ritornò in Valtellina col proposito di 
sollevare quella valle e farle accettare la organizzazione 
Bresciana. A Tirano il 9 luglio dichiarassi mandatario del 
Governo Provvisorio di Brescia per fraternizzare colle so- 
cietà patriottiche di Valtellina assicurando mille immagi- 
nari favori. A Sondrio fu ricevuto freddamente, ed egli 
malcontento ritornò a Bormio ove fatti suoi proseliti al- 
cuni fra i più vivaci di quel contado cominciò ad imporsi 
a coloro che poteano fargli opposizione, e come fosse il 
feudatario del paese fece abbattere la colonna della berlina, 
con solennità interrò il catalogo di tutti i titoli di dignità 
dai Re ai semplici nobili; distrusse o cancellò gli stemmi. 



(i) ROMEGIALLI. O. C. 

(2) Avanzini 1. e. 



io7 
Volle impiantato l'albero della libertà ed il lece dipingere 
esteriormente al Pretorio. Fece togliere dal patibolo tre 
giustiziati, indi distrusse il patibolo; ma quando violente- 
mente volle togliere dalla torre l'antica bandiera del con- 
tado per sostituirvi la tricolore, il popolo fremette. S'ac- 
corse il Lechi di non aver destato coli' opera sua quell'en- 
tusiasmo ardente e generale che pure avrebbe voluto, ma 
fermo ne' suoi propositi si pose in arcane intelligenze coi 
terroristi di Valtellina e di Brescia, e minacciò come scrive 
lo storico Romegialli (i) di inaffiare l'arida pianta col 
sangue dei retrivi; ma il contado era stanco e contro il 
Lechi pensava a truci consigli. I legittimi rappresentanti 
di Bormio appartenevano a quel partito che aveva accettata 
la mediazione di Bonaparte per ottenere dai Reti di for- 
mare la IV lega, e voleano quindi spedire al quartier ge- 
nerale francese una deputazione per intendersela col con- 
quistatore di Lombardia. Il Lechi, sapendo che Bonaparte 
avrebbe veduto volentieri che la Valtellina rimanesse Reta, 
sorvegliava per la partenza della deputazione, ma rimase 
deluso. Nella notte del 22 luglio 1797 la deputazione 
partì, non discendendo per la Valle, ma bensì pel Trentino. 
La mattina del 23 saputa dal Lechi la partenza e credendo 
fosse avvenuta per lo stradale di valle, armò alcuni suoi 
fidi ed amici e tutti a cavallo tentarono di raggiungere 
gl'inviati. Ma pel Lechi suonava l'ultima ora. Arrivata la 
comitiva a Molina le campane di quel villaggio suonavano 
a stormo, ed a quel suono risposero le campane di tutte 

(1) 1. e. 



io8 

le altre ville. A Cepina il popolo era congregato allorché 
scoperti gli armati cavalieri di Bormio li assalirono, li 
disarmarono e fecero prigioniero il Lechi e tre de' suoi 
più rìdi amici, benestanti bormiesi. Il primo pensiero fu 
di ricondurli a Bormio e farli processare, ma incolleriti 
dalle minaccie di sangue in cui prorompeva il Lechi ti- 
rarono i prigionieri su di un colle detto il Castelletto, e 
la turba degli assalitori, che continuamente s* ingrossava 
per nuovi venuti, sfogò tutta la sua rabbia fino allora com- 
pressa, e con barbare sevizie chiusero il Conte in una 
stalla e lo legarono ad una mangiatoia indi fatto tumul- 
tuoso giudizio lo cstrassero dalla stalla, lo legarono ad 
una pianta e senza pietà lo fucilarono e così cadde estinto 
al suolo non rispettato nemmeno dopo morto; e fini sua 
vita nella ancora rubusta età di 58 anni. Il suo corpo fu 
gettato nelF Adda, la corrente lo portò qua e colà e si 
perdette finalmente fra i macigni nelle vicinanze di Bof- 
fetto. Frattanto a Bormio si leve la popolazione contro 1 
Giacobini, e la casa del Lechi fu posta a sacco. Il fratello 
e i nipoti del Conte Galliano reclamarono da Brescia sod- 
disfazione presso Bonapartc. il quale col mezzo di Ca- 
meyras, residente Francese presso i Reti, chiese che si pu- 
nissero i rei e fosse accordata ogni protezione agli eredi 
del conte Galliano. Pretesero i Bormiesi di giustificarsi 
con una memoria, ma il Cameyras rispondeva: « Ho letto 
o Signori la vostra Memoria. Galliano Lechi ha tenuto 
una condotta ingiusta e tirannica che avrebbe meritata pu- 
nizione, e l'infliggerla spettava ad un tribunale e non mai 
ad una truppa di rustici e le loro azioni non ponno altri- 



109 

nienti qualificarsi che assassini. » Ma tutto fu messo in 
tacere, così volle Bonaparte (i). 

Alemanno Gambara figlio postumo di altro Alemanno 
e della Contessa Chiara del Conte Gio. Batta Allegri di 




AL KM ANNO GAMBARA 



Verona nacque ai 2 marzo 1734. Ancor bambino fu por- 
tato in casa Martinengo Cesaresco Novarino quando la 
madre sua sposò in secondi voti il Conte Carlo, ove crebbe 



(1) La Contessa Virginia Conforti vedova del Conte Galliano 
Lechi, non seguì il marito in Valtellina ma ritornò in Brescia presso 
la sua famiglia Conforti a S. Lorenzo ove morì il 12 Febbraio 1814 
nell' età di 68 anni. 



no 

acquistando le idee fastose; e violenti del patrigno e la 
sete del dominare. Mortagli la madre nel 1 75 1, ed uscito 
poco dopo di tutela uscì anche dal palazzo Martinengo ed 
entrò nella casa paterna ove era nato in sul Canton d'A- 
damo ora segnata col civico N. 55. Da allora la mag- 
gior parte dell' anno risiedeva nell' avito castello di Pral- 
boino centro del suo feudo e campo delle sue funeste 
imprese. Circondatosi da cagnotti e bravi si pose in lega 
occulta e procellosa coi venturieri più celebri ed arrischiati 
de' tempi suoi e ben presto, scrive 1' Odorici, divenne il 
terrore de' luoghi circonvicini e l'impeto spensierato con 
cui gettavasi a compiere le sue prepotenze, e la serie pa- 
lese ed impensata delle sue sopraffazioni avea fatta credere 
del Conte Alemanno ogni più strana cosa. Signore di 
feudo amplissimo, arbitro di gente avvezza ad ubbidirlo, 
corteggiato da servi e clienti non è meraviglia che di 
buon ora si considerasse al disopra delle leggi. Fra le vi- 
cende che l'Odorici (1) raccolse della vita tristamente av- 
venturiera di questo nostro feudatario narra di due misfatti 
commessi mentre non aveva ancor raggiunto il 27 anno 
di sua età. Mandò egli un giorno alcuni de' suoi bravi a 
compiere una bricconata a Calvisano. Il Vicario cittadino 
che reggeva quel villaggio contro i bravi oppose i suoi 
birri i quali giunsero ad arrestarne uno. Alemanno lo 
seppe, e messo in armi un drappello de' suoi più resoluti 
mandavali a liberare il prigioniero. Assalirono improvvi- 
samente il paese, liberarono il compagno e le guardie del 



(1) LlTTA - Famiglia Gainbara, estesa con qualche inesattezza 
dell' Odorici. 



Ili 

Vicario iurouo da una grandine di palle costrette a riti- 
rarsi in quartiere ed i Gambareschi bravando pel paese 
ritornarono trionfanti in Pralboino. 

Non passò molto tempo ed alcuni birri veneti, inse- 
guendo un malfattore, toccavano le terre del Conte. Questo 
li accolse cortesemente e li convitò. Alla dimane un pe- 
sante carro di verzura entrava in città e soffermato dai 
villici condottieri a mezzo il Broletto, residenza del Veneto 
rappresentante, staccati i buoi 1' abbandonarono. Nessuno 
vi badò. Il giorno dopo scoperchiato il carro apparvero i 
cadaveri sanguinosi degli infelici birri dal Conte Alemanno 
due giorni prima allegramente ospitati. Al grave fatto la 
città fu tutta conturbata, tutti aspettavano una esemplare 
e suprema condanna allorché con sentenza 23 gennaio 1760 
il Consiglio dei Dieci lo condannava a perpetuo esiglio. 
Il Piccinelli (1) attribuisce la mite sentenza alla ragione 
che il Gambara era ascritto alla nobiltà della dominante. 

Minacciato da una occupazione militare del feudo se 
non usciva tosto dallo Stato, il Conte Alemanno partivasi 
con largo sfarzo di cavalli e di famigli, quasi a trionfo 
passava il Po e sostava in sul territorio di Parma ove 
prese in affitto dai Marchesi Casali di Piacenza il castello 
di Monticelli d'Ongina. La presenza in quel luogo dello 
sfarzoso Bresciano invogliò nobili e plebei a conoscerlo 
da viciuo, ed egli tutti riceveva con modi umanissimi e 
gentili e ben presto quel castello divenne il ritrovo di 
nobili personaggi, di allegre brigate, e nello stesso tempo 

ri) 1. e. 



112 

1' adunanza di uomini sconosciuti dalle f accie sinistre e di 
bravi che colà riparavano e ritornando sovente in sul Bre- 
sciano mantenevano fra noi la recondita potenza delle sue 
relazioni. Mantenitore d' una corte al disopra dei mezzi 
di un esigliatOj aveva spesso bisogno di denaro, ed allora 
pensava alla Repubblica Veneta eh' egli chiamava la sua 
grande debitrice. 

Nel fy6y in un bel mattino il traino conduttore di- 
retto a Venezia colle somme di denaro che la Repubblica 
riscuoteva dalla nostra città, venne sullo stradale arrestato. 
Erano i fidi del Conte Alemanno, che, scassinato il for- 
ziere del tramo, levarono non so quante migliaia di du- 
cati sostituendovi una ricevuta a conto firmata dal Conte 
Alemanno. 

Nel 1772 scorazzava fra Parma e Monticelli una bri- 
gata di malfattori contro la quale non valse la cavalleria 
ducale. Il Conte Alemanno volle finirla. Uscito dal castello 
guidando i suoi bravi ben armati, circondati col favor della 
notte quei desolatoti del Parmigiano, li assali, e dopo 
ostinato conflitto liberò per sempre le ville circostanti dai 
fieri ospiti. Ebbe da tutti, compreso il governo, ringra- 
ziamenti ; ma di sua potenza s' ingelosirono i signorotti 
dei dintorni, nonché il Duca, il quale nel 1774 fece in- 
tendere al fuoruscito Bresciano che si trovasse altro luogo 
di dimora fuor del ducato. Usò egli allora della influenza 
di alcuni senatori in Venezia, affinchè il Consiglio dei Dieci 
volesse permettergli di cangiare l'esiglio di Monticelli in 
quello di Zara, che, se si otteneva, era il solito primo passo 
al totale perdono. Dopo molto brigare 1' ottenne, e, la- 



il 3 
sciati i figli in collegio a Parma, si diresse a Zara, ove 
rimase due anni, poi gli tu concesso di passare a Chioggia e 
nel 1782 potè rientrare graziato in Venezia. 

Se non che poco tempo dopo venne al Tribunale degli 
Inquisitori denunciato un delitto successo nella nostra Pro- 
vincia, di cui era indiziato autore un certo Barelli, agente del 
Conte Alemanno. Il Tribunale allora, per ogni cautela, kce 
precetto al Gambara di non muoversi dalla dominante. Or 
ecco come racconta il fatto Ferrante Avogadro in una sua 
lettera diretta da Venezia al Nob. Pietro Luzzago (1): 

« Domenica mattina aprile 1782 fra le 15 e le 16 
ore andò a casa Gambara Cristofori (il famoso Fante degli 
Inquisitori) e domandò di parlare col Conte Alemanno, 
egli che dormiva fu tosto svegliato ed introdotto in ca- 
mera il temuto messaggero. Gli ordinò in nome del Tri- 
bunale Supremo che dovesse subito portarsi dal Segretario 
per ivi ricevere i comandi del Tribunale stesso, soggiunse 
per altro che non si stesse a sgomentirc che nulla gli 
sarebbe nato in contrario. Andò e si sentì a precettare dal 
Segretario istesso Fontana che non dovesse sortir da Ve- 
nezia sino a supremo ordine sotto pena della suprema 
indignazione. Figuratevi che spaimo gli sia venuto addosso 
per tal comando, senza poterne sapere la ragione; la sera 
poi seppe dell'arresto dell'agente. Fsso Conte dice di non 
aver di che rimproverarsi e par che se la passi con tutta 



(1) Il sommo P. Pio VI in Venezia nel suo ritorno da Vienna. 
Lettere inedite del Conte Ferrante Avogadro. - Brescia, Tip. Bersi 
1877, in 4 , pubblicato in occasione del matrimonio Paganuzzi-Pel- 
legrini, p. 2, 



ii4 

l' indifferenza. Anche le notti dopo è stato sempre a gio- 
care al ponte dell'Angelo fino alle 14 ore come impre- 
teribilmente solea fare tutte le notti prima; par per altro 
impossibile che possa avere un temperamento di resistere 
a tanto perchè egli non dorme mai che dalle 13 alle 19. 
Il dopo pranzo fa sempre la sua vita colla Contessa di 
S. Secondo la quale è sempre in moto ». 

Dopo qualche mese il Barchi, agente generale del Come, 
fu dimesso dal carcere per mancanza di prove, ed allora 
fu permesso anche al Conte Alemanno di ritornare in 
Brescia, ove la sua vita dopo tante avventure divenne più 
tranquilla. Egli ne' primi anni del suo esiglio usava pas- 
sare qualche tempo durante l'inverno a Genova: colà co- 
nobbe la giovane marchesa Marianna Carbonaria, d'alto 
lignaggio ma di povere fortune ; si interessò di lei e la 
sposò; non volle uè dote né corredo, l'ima rifiutò, l'altro 
egli stesso offrì. Ebbe da essa tre figli, Uberto, Brunoro 
e Franco, i due primi morti giovanetti e l'altro, che ab- 
biamo ancor noi conosciuto, lo incontreremo ira i gio- 
vani più caldi per le massime francesi e più ancora lo 
troveremo nei rivolgimenti del 1797. Il Conte Alemanno 
non visse in pace colla moglie molti anni : egli 1' accu- 
sava d' infedeltà pei suoi amori col conte Miniscalchi di 
Verona, ed essa lamentavasi delle tresche del marito colla 
contessa di S. Secondo. Vivevano separati ed in aperta 
guerra. Il Picciuelli suo contemporaneo bistratta acerba- 
mente il Conte Alemanno, l'Odorici invece, ammettendo 
i suoi delitti, esalta i suoi sentimenti e fa di lui poco 
meno di un eroe. 



H5 
Era un patrizio colle virtù e coi vizi del secolo ante- 
cedente al suo, tu un uomo fuor di tempo. Signore dalle 
forme affabili e gentili, ma imperiosamente violento, un 
vero tirannello, liberale col supplichevole, ma indomito ed 
implacabile con chi si opponeva al suo volere, fosse pure 
la legge. Dopo il suo ritorno (i) passava molti mesi in 
Pralboino e da quel castello tentò rassettare le sue finanze 
che non erano più tanto floride come gliele avea traman- 
date il padre suo. Era ancora considerato uomo di troppo 
forti propositi, lo si temeva ancora, ma più ristretto era il 
numero de' suoi buli ai quali più non ordinava ingiuste im- 
prese. Nel 1792, in occasione del rincaricamento de' grani, 
il popolo levatosi a rumore voleva fossero deposti i giu- 
dici delle vettovaglie, che ai calmedri sopravegliavano. I 
giudici spaventati rinunciarono ed Andrea da Mula rap- 
presentante Veneto d'accordo con Giuseppe Chizzola abate 
del Comune, con fine accorgimento finse di abolire quella 
magistratura nominando invece due Provveditori che fu- 
rono il Conte Alemanno Gambara e Giorgio Martinengo 
fratelli uterini pei quali il popolo se da un lato nutriva 
rispettoso timore, dall' altro li considerava capaci di tener 
mano forte a beneficio del popolo; e quei due celebri pre- 
potenti, assecondando le viste del governo, seppero acquie- 
tare i malcontenti e finita la crisi annonaria si dimisero 
e si ristabilirono i giudici alle vettovaglie. 



(1) Il Molmenti nei suoi "Banditi sulla fede d' una memoria del 
Fossati pubblicata sulla «Sentinella Bresciana» nel 1888 dice che il 
Conte Alemanno anche dopo il suo ritorno in Brescia continuò sua 
malavita, specialmente in sulla Riviera di Salò ove sovente villeggiava. 



n6 

Il Conte Alemanno viveva ancora nel 1796 e le sue 
avventure aveano fiuto breccia sulT animo del figlio Come 
Francesco che da esse trasse cagione di odio contro la Re- 
pubblica Veneta. Ma sebbene il padre avesse lottato per 
la massima parte di sua vita contro 1' autorità esecutiva 
delle leggi venete, pure nel fondo del suo cuore non o- 
diava la Repubblica anzi parve che coli' incanutire dimo- 
strasse un affetto per la Regina del mare che non si sa- 
rebbe certo creduto possibile, e quindi un giorno trovossi 
dissenziente col figlio, che appena conosciute le massime 
francesi le lece sue, e fu come vedremo uno de' più sfe- 
gatati gallofili con grave dispiacere del padre che volea 
contenerlo e che sovente gli profetizzava quella rovina 
economica che veramente più tardi lo incolse. Successa la 
rivoluzione il Governo Provvisorio ricercò il Conte Ale- 
manno per spedirlo a pacificare le valli, ma per molte 
ragioni si scu>6. Ritiratosi solitario rimpianse la morta 
Regina del mare, non visitava più nessuno e solo qualche 
volta lo si vedea entrare nella Chiesa o nel Convento di 
Cappuccini di SS. Pietro e Marcellino (ora caserma mili- 
tare) e morì il 29 gennaio del 1804, ordinando di essere 
dopo morto vestito dell'abito dei Minori Francescani 'come 
avea prescritto per se anche il Conte Faustino Lechi morto 
in Genova durante il celebre assedio del 1800), e di es- 
sere sepolto nella Chiesa di suo patronato di S. Apollonia 
al Corvione di Gambara (V. 

(1) La marchesa Marianna Carbonara ved. del Co: Alemanno 
Gambara morì in Brescia nella Parrocchia di S. Lorenzo il 17 Maggio 
•1812 nella età d'anni 62. 



iiy 
L'ultimo della triade fti il Conte Giorgio Luigi Giu- 
seppe Martinengo Cesaresco Novarino nato in Brescia ai 
16 Maggio 1744 dal Conte Carlo celebre prepotente e 
dalla Contessa Clara Allegri madre del suddetto Conte 




GIORGIO MARTINENGO 



Alemanno Gambara, Il Conte Giorgio aveva quindi dieci 
anni meno del Conte Alemanno, di cui ebbe le stesse 
tendenze, con questa differenza che il Conte Alemanno le 
sue bricconate provenienti o da orgoglio offeso o da ven- 
detta erano fatte con impeto e con certa pubblicità, mentre 
invece quelle del Conte Giorgio d' indole più calma ve- 



il 8 

nivaoo commesse con meditazione ed in maggior silenzio, 
più lungamine, ma forse più del fratello sicuro ne' suoi 
colpi (i). Mortagli la madre, il padre suo sposò in secondi 
voti la Contessa Matilde Provaglio che fu suocera e zia 
della Contessa Marzia a cui Foscolo indirizzò tante lettere. 
Il Conte Giorgio aveva 17 anni allorché nacque il fra- 
tello Luigi e promise al padre eh' egli non avrebbe mai 
preso moglie ed avrebbe fatto da padre al fratello. Rimasto 
signore del Castello di Orzivecchi, antica signoria di sua 
famiglia, colà passava molti mesi dell' anno e da là or- 
dinava le sue bricconate, ed i suoi buli venivano sovente 
incaricati di fatali vendette, ma più spesso di bastonare chi 
si opponeva alla sua volontà. Egli fu sempre in corrispon- 
denza coli' esigliato fratello Gambara e non poche volte 
venivano al castello d' Orzivecchi i fidi del castello di 
Monticelli, e viceversa quelli d' Orzivecchi passavano so- 
vente il Po. 

Indiziato più volte come autore mediato di delitti, 
mancavano sempre le prove. Ciò non ostante però l'opi- 
nione pubblica (che forse non falliva) asseverava essere 
egli il reo. Il rappresentante Veneto lo denunciò nel 1777 
al Tribunale degli Inquisitori, il quale chiamò il Conte 
alla bussola dei lagni cioè ad audiendum verbum e l'anno 
dopo dallo stesso Supremo Tribunale fu posto sotto sor- 
veglianza, pena l'esiglio nel caso che non si fosse presen- 
tato ad ogni chiamata. Continuò però nelle sue bravate, 



(1) La famiglia Martinengo - Memorie Genecologiche e Biografie 
Manos. presso di me. 



ii9 

ma seppe con molto talento difendersi dalle accuse e schi- 
vare cosi la sorte toccata al fratello Alemanno. Fattosi 
più maturo per età si rallentò nelle prepotenze ed attese 
a conservare ed accrescere il suo patrimonio mentre i suoi 
due fratelli sprecavano arditamente le proprie sostanze. 
Di mano in mano che qualche suo buio o moriva o si 
dipartiva dal suo servizio non lo sostituiva, dimodoché 
nel 1796 non rimaneva che la memoria delle sue passate 
imprese, ed ancora un certo qual timore nel popolo. Uomo 
accorto nelle umane vicende, non fautore delle massime 
francesi, fu egli che consigliò alcuni patrizi a non lasciare 
che nelP imminente movimento, i più caldi fautori dei 
francesi si impadronissero da soli di Brescia. Successa la 
rivoluzione fu invitato ad entrare anch' egli in lizza, ma 
al nipote Conte Francesco Gambara rispose che non sen- 
tivasi in grado di portare il berretto frigio che presto 
sarebbe andato a brani perchè mal cucito mentre il corno 
di S. Marco era d' un sol pezzo e non potea scucirsi. Ben 
profetizzò del primo, male del secondo. Il Conte Giorgio 
dopo la caduta del Governo Veneto vide passare innanzi 
a lui la Repubblica Bresciana, la Cisalpina, gli Austro-russi, 
la Repubblica Italiana, il Regno di Napoleone, il servaggio 
Austriaco, e tutti aggravar la mano sulla sua patria, ma 
egli non se ne diede per inteso. Uscito già da parecchi 
anni dalla casa paterna egli visse tutto solo in un casino 
di sua proprietà sotto i portici a fianco del teatro ora 
segnato al civ. N. 11 ove morì ai 14 dicembre del 1822 
nella età di 78 anni serbando un bel patrimonio ai figli 
del fratello Luisi. 



120 

Ora che abbiamo conosciuto i principali tirannelli bre- 
sciani della seconda metà del secolo XVIII stimo non es- 
sere intuii cosa far conoscenza anche di alcuni dei più 
famigerati esecutori delle loro perverse imprese. 

I bravi (o confidenti come essi stessi chiamavansi) dei 
signorotti si dividevano in più classi. Vi erano i cosidetti 
buli salariati e questi vivevano col signore che li mante- 
neva, li pagava e li comandava per ogni impresa. Alla 
seconda appartenevano coloro che tacevano il bravo per 
proprio conto, vivevano da se e da se si mantenevano, 
prestandosi però, previa mercede, anche ad uccidere o far 
del male per commissione d! altri, e questi chiamavansi 
spadazzini. Ve ne erano altri finalmente che senza essere 
uè feudatari uè signorotti nò bravi di professione facevano 
il prepotente per proprio conto ed avevano compagni o 
sudditi altri buli, e questi dicevansi bari) (baroni). 

Neil" ultimo decennio della Repubblica Veneta sia per- 
chè si erano mansuefatti i signorotti, sia perchè il governo 
si pose a perseguitarli più che potè, il fatto sta che dei 
buli pochi ancora ne rimanevano nel 1796. Il Gambara 
testimonio in questo affare attendibilissimo scrive che a 
diminuire il numero dei buli, specialmente nelle valli, valse 
la potente parola del missionario ab. Beccalossi che ze- 
lante andava in cerca di essi ed a vita più mansueta li 
convertiva. 

Nel 1796 erano ancora viventi e famigerati il Rosso 
del Conte A. Gambara, il Massanti del Conte Galliano 
Leehi, 1' Orso del Conte Giorgio Martinengo, il vecchio 
Mosto dei Conti Avogadro, ed il Bergamasco dei Conti 



121 

Lana di Colombaro e tutti appartenenti alla prima cate- 
goria dei buli 3 i Moreni da Bediz/olc, Galello da Predore, 
Pietro Schieppati della seconda, cioè degli spadaccini, e 
Gio. Maria Borni agli ultimi suindicati. 

La famiglia Moreni si componeva del padre e di tre 
figli, uno dei quali prete, il quale soleva deporre pugnale 
e arma da fuoco in sagrestia, per riprenderle terminata 
la Messa. 

Erano facoltosi ed anzi mantennero del proprio un 
piccolo corpo di insorti, in Tirolo, contro i Francesi nel 
1796 e seguenti; sicché Bonaparte li fece condannare in 
contumacia, tre alla morte ed uno alla galera per dieci anni. 

Narravasi dai vecchi che la famiglia Gambara fosse la 
protettrice dei Moreni, che in Lonato questi avessero uc- 
ciso i due fratelli Scalvini — buli di altro partito — men- 
tre stavano seduti sui due paracarri della loro casa sita in 
Borgo Cor lo. 

La Contessa Gambara, solita dimorare gran parte del- 
l'anno nel palazzo di S. Vito poco lungi dal Ponte S. Marco, 
sullo scorcio del secolo passato fece chiamare di sera uno 
dei Moreni e gli commise di dare una buona lezione ad 
un Tizio che aveva sparlato della sua Casa. 

Verso le ore io di sera il Moreni di ritorno battè al 
portone del palazzo, e fu introdotto dalla Contessa che 
inginocchiata recitava il Rosario colle persone di servizio. 
Ebbene ? rivolgendo interrogazione al Moreni ; questi ri- 
spose, V abbia ni servito a dovere. Bene, replicò la Contessa, 
così s' imparerà a rispettare Casa Gambara : Pater Nosier 
riprese, e seguitò il Rosario. 

8 



122 

Il Conte Tullio Dandolo (come seppi da lui stesso) 
occupossi in sua gioventù a raccogliere memorie e tradi- 
zioni che allora erano ancor fresche intorno ai bravi o 
buli della Franciacorta e del lago d' Iseo, e da un suo 
scritto pubblicato in Milano nel 1838 togliamo i seguenti 
cenni : « Galello da Predore era un buio a se, il braccio 
e l'archibugio aveva sempre in pronto per chi lo pagava, 
e di lui raccontasi fra gli altri il seguente fatto. Una certa 
gentildonna bergamasca che villeggiava sul lago d' Iseo 
diede commissione a Galello d' ucciderle il marito che 
dovea di notte tornare da una villa vicina preceduto da 
un servo munito di lanterna. Avvenne però che in quella 
sera il lume si spense ed il sicario al buio uccise il servo 
invece del padrone ; ma ciò non ostante pretese la pat- 
tuita mercede allegando non doverglisi attribuire a colpa 
1* equivoco dacché 1' indizio della lanterna era mancato. 
Alla gentildonna, che risolutamente ritìutavasi, Galello 
strappò dalla cintola la chiave del forziere, corse, esperto 
com' era della casa, ad aprirlo, cavò alcuni gioielli che 
andò tosto ad impegnare al Monte di Pietà di Brescia 
per la somma di suo credito, indi restimi alla signora i 
biglietti di ricevuta ond' essa potesse ricuperare il fatto 
suo che valeva sei volte d'avvantaggio. Nel 1785 si al- 
logò al servizio dei Conti Lana di Colombaro, ma tre 
anni dopo stanco del legame ritornò al suo antico mestiere 
eludendo sempre i ministri di giustizia che lo cerca- 
vano. Scoppiata la rivoluzione fu zelante a dar la caccia 
ai perseguitati birri veneti, ma un giorno del Novembre 
1797 fu trovato ucciso sullo stradale fra Iseo e Prova- 



I2 3 

glio, freddato forse da suoi nemici, che molti ne aveva ». 
Fu ben più fortunato Pietro Schieppati nato in Ta- 
vernola d'Iseo o nei dintorni nel 1760. Cresciuto vigoroso 
di corpo e coraggioso d' animo non avea ancor vent'anni 
quando un dì, non potendo sopportare che un celebre buio 
Tecchi (non di Vaìsabbia, come dice il Dandolo, ma di 
Valseriana) facesse il rodomonte, lo attese sulla via di Val 
Cavallina, lo provocò e mentre il Tecchi si preparava col 
trombone a rispondergli lo Schieppati più lesto gli tirò 
una fucilata e lo stese morto. Fu questo il primo fatto 
d'armi di Pietro, dopo il quale abbandonò il paese e venne 
in Brescia per cercare padrone che lo proteggesse in ri- 
cambio di servigi. Un dì seppe che un suo camerata era 
stato poco prima arrestato : corse tosto verso il Broletto, 
raggiunse i due birri che tenevano l'amico suo, impetuo- 
samente li assalì e li schiaffeggiò, e nel tafferuglio l'amico 
riusci a fuggire. Non trovando in Brescia d'allogarsi, fece 
ritorno al lago, ove per mandato altrui, ed alcune volte 
per sua vendetta, bastonò ed uccise, fino a che dopo inu- 
tili ricerche per ordine degli Inquisitori arrestato e con- 
dotto in catene a Venezia, venne condannato a 20 anni 
ne' piombi. Contava 37 anni quando la rivoluzione del 
1797 gli aprì il carcere. Libero corse al suo lago e si 
fece capo popolo; due anni dopo venuti gli Austro-Russi 
vincitori dell' armi Francesi si arrolò in un reggimento 
austriaco, ma poche ore prima della battaglia di Marengo 
passò ai Francesi. Bernadotte pose affetto nel buio avven- 
turiero, se lo tenne sempre vicino, e quando quel prode 
generale fu da Napoleone portato sul trono di Svezia 



124 

nominò lo Sehieppati suo Mastro-Caccia, ambita carica di 
Corte. Lo Sehieppati morì in Stocolma quasi ottuagenario 
poco dopo il 1838. 

Narriamo dell'ultimo e così finiremo la storia di questi 
uomini dalle malaugurate imprese. 

Gio. Maria Borni aveva la stessa età dello Sehieppati, 
essendo nato ai 28 Novembre 1760 in Iseo da Antonio 
e Lucia Albrici. Aveva poco più di 18 anni allorché il 
padre suo lo allogò quale agente di negozio presso la ditta 
commerciale Sinistri in Edolo. Di mente perspicace, pronto 
d' animo e di corpo, era caro al padrone solochè manife- 
stava fino d' allora certa tendenza a considerarsi supcriore 
a' suoi coetanei e la manifestava sovente con modi che 
non erano i più temoerati. Quando il Conte Galliano Lechi, 
dopo la sua fuga, pose stanza in Valtellina, usava della 
ditta Sinistri di Edolo, che faceva affari anche in quella 
valle ed a Brescia, quale intermediaria fra lui e la sua 
famiglia. Questo finto fu occasione che fra il Lechi ed il 
Borni, che varie volte per commissione lo visitava, si con- 
traesse stretta relazione molto più che nell' indole loro 
si somigliavano. Il Borni contava appena 24 anni allorché 
sposò in Edolo Rosa Stefanoni figlia di Francesco, e tol- 
tosi poco dopo dalla casa commerciale Sinistri chiamò in 
Edolo il fratello Carlo e con lui negoziò per proprio conto. 
Raccontasi che un dì, venendo il Borni a cavallo su per 
la valle, s'imbattè in una brigata di amici ch'egli credette 
gli venisse incontro per contendergli il passo. Dato subito 
mano all'arma da fuoco, che sempre portava seco in viaggio, 
la rivolse contro quelli che venivano verso di lui, e ad 



125 

uno della comitiva che l'assicurava essere tutti suoi amici 
rispose: io non ho che un'amico: il trombone; e così 
dicendo tirò, gravemente ferendo due di que' giovani. 
Fattosi per questo triste avvenimento de' nuovi e fieri 
nemici, pensò bene ritirarsi in Valtellina, ove si strinse in 
lega con Gio. Massanti, uno dei fidi del Conte Galliano 
Lechi, che andava e veniva da Brescia secondo il volere 
del Conte, e coi banditi G. Batta Ottini di Breno spadac- 
cino, G. Batta Boni detto Bia e Pietro Brio l'uno e l'altro 
di Vestone. A G. Maria Borni premeva vendicarsi di certo 
Bartolomeo Zani, detto Boarni, assuntore dei dazi in Edolo 
e trovò pronti all'opera il Massanti e l'Ottini, i quali, en- 
trati in Valcamonica e seguito lo Zani fino a Brescia, in 
una sera del Febbraio 1788 con arma da fuoco lo ucci- 
sero fuor di porta Torlunga. Il Borni nel 1789 ritornò 
in Valcamonica, ma vagante qua e là, ai 19 Maggio diresse 
un' aggressione fra Sonico e Malonno a danno di Fran- 
cesco Della Via mercante bresciano. Nel 1792 venne in 
Brescia latore di lettere del Conte Galliano e fu allora 
che conobbe per la prima volta la famiglia Lechi dalla 
quale fu ospitato. Nella notte dal 9 al io Settembre 1794 
successe un' invasione a mano armata nella casa del ne- 
goziante Domenico Maria Sinistri in Edolo collo spoglio 
di denaro rimanendo ferito il padrone di casa e morto 
Lodovico suo figlio. Gli indizi accusarono tosto Gio. M. 
Borni come direttore di quella invasione e Carlo suo fra- 
tello, Carlo Portesi, Gio. Batta Boni e Pietro Brio quali 
immediati esecutori, ed i Tribunali n'ebbero le prove come 
consta da una sentenza stampata. Ricercato dalla giustizia 



I2Ó 

in Valle il Borni rifugiossi nascostamente in Brescia,, ma 
in una notte nell'inverno 1795 venne arrestato ed im- 
mantinente condotto a Venezia, ove dinnanzi al Tribunale 
Supremo degli Inquisitori subì un processo per risse, fe- 
rimenti e proditori omicidi, e condannato a morte; pena 
che però gli fu tramutata nel carcere perpetuo. Sebbene 
dal cenuo che si conosce della sentenza contro di lui non 
sembri che fosse condannato ai piombi, il fatto si è però 
che nel dì in cui la rivoluzione invase Venezia ed aprì le 
porte di tutte le prigioni di S. Marco, Gio. Maria Borni 
fu trovato nei pozzi con Antonio Bruni, Domenico Su min 
detto Barbetta, ed Andrea Gaole, unici dice il Fulin, che 
si trovassero in quel carcere e tutti rei di delitti comuni. 
Lasciata Venezia il Borni venne a Brescia ricevuto dalla 
famiglia Lechi come antico conoscente. In quella famiglia 
conobbe il gcn. Murat corteggiatore della Lechi Gerardi. 
L'indole irrequieta del futuro re di Napoli simpatizzò collo 
strano carattere del Borni. Passato il Murat in sulla fine 
del 1797 all'armata del Reno fu colà visitato dalla Lechi 
Gerardi accompagnata dal Borni. Venuti gli Austro-Russi, 
seguì l'armata francese e col generale Giuseppe Lechi, che 
comandava l'avanguardia dell'esercito trionfatrice di Ma- 
rengo, ritornò in Brescia. Sbolliti i primi ardori della ri- 
voluzione e riordinatasi alla meglio la Repubblica Cisal- 
pina cui Bonaparte, l'arbitro di que' giorni, concesse che si 
potesse chiamare Italiana, il nuovo Governo, presieduto dal 
Melzi, diede nuovo assetto ai Tribunali affinchè si proce- 
desse regolarmente anche contro i rei fumiti dal carcere 
rimasti fino allora liberi e non tocchi. 



Il borni vide la malparata ed assieme ad un Ada- 
mini, altro pregiudicato Bresciano, lasciò la Republica 
Italiana e si rifugiò in Genova, che portava ancora in 
quei giorni il nome di Republica. Per la nuova ed in- 
naturale circoscrizione dei dipartimenti nel 1798 la Yal- 
camonica erasi compresa nel Dipartimento dell'Adda o 
Valtellina, e in Sondrio, ricostituiti i tribunali, vennero 
appunto giudicati il Borni, assente, ed i suoi amici. Con- 
dannati a morte fu la sentenza confermata con altra del 
Tribunale d' Appello il 28 Settembre 1802. In quella 
sentenza, che fu stampata, sono sommariamente citati i 
delitti del Borni, pel quale veniva aggiunta anche la con- 
fìsca de' beni, salve le ragioni dei discendenti, ascendenti 
e creditori. 

Il governo di Milano però, a mezzo del suo rappre- 
sentante presso la Republica di Genova, ottenne l'estradi- 
zione del Borni, che venne infatti arrestato mentre pran- 
zava coli' Adammi j e posto nelle carceri di Genova a 
disposizione del governo di Milano, il quale avrebbe man- 
dato la forza a levarlo. Senonchè la forza armata doveva 
passare pel territorio del Piemonte ove tenea il comando 
il gen. Murat e fu d'uopo che il Melzi chiedesse a lui il 
permesso di transito. Murat si corruccio a questa do- 
manda, indugiò a rispondere, finalmente diede il permesso, 
ma frattanto il Borni fuggi dal carcere aiutato dall' Ada- 
mini, da Maghello e da Botto. Queste notizie ce le dà 
il Melzi nelle sue lettere 8 e 31 Luglio 1803 dirette a 
Marescalchi a Parigi, nelle quali non tace il suo sospetto 
che quella fuga sia stata cooperata da Murat e da quei 



128 

patrizi Bresciani, che avevano in altri tempi usata del- 
l' opera del Borni pei loro biechi intenti ; indi conclude : 
Io abbandono dunque interamente alla vergognosa loro com- 
piacenza tutti i vilissimi protettori ed amici d' un assassino 
e non mi occupo di cercare per quali potenti influente sia 
fuggito. Ove si fosse rifugiato il Borni non mi fu dato 
sapere, ma suppongo sarà rimasto poco lontano dal po- 
tente suo protettore, perchè più tardi, cioè quando Murat 
divenne re di Napoli (1808), il Borni era alla sua corte 
e colà lo trovarono i due fratelli Camillo e Filippo Ugoni 
allorquando, finita la loro educazione, intrapresero un viag- 
gio in Italia, ed ebbero da lui atti di favore e gentilezza. 
Il Borni rimase fido a Murat e quando nel 181 5 volse 
a male la sorte dell' amico e protettore fu dei pochi che 
ai 20 Maggio lo condussero fino al naviglio che dovea 
portarlo via da Napoli. Murat mal ricevuto in Francia 
riparò in Corsica da dove, d'accordo cogli amici napole- 
tani, tentò lo sbarco al Pizzo e lo realizzò, ma quasi su- 
bito preso e sottoposto a giudizio statario fu dopo cin- 
que giorni fucilato. Allora il Borni fuggì, e, dopo aver 
ramingato per l'Italia, giunse in Genova, ove avea vecchi 
amici e sotto altro nome vi rimase fino ai primi del 18 17. 
Riconosciuto di poi fu arrestato e consegnato all'Austria che 
lo aveva chiesto. Condotto in Valtellina fu colà sottoposto a 
nuovo processo per gli antichi delitti, ma il processo non ebbe 
seguito perchè il giorno 14 Ottobre 18 19 il Borni morì nelle 
carceri di Sondrio nella età d'anni 59. Si disse allora che si 
fosse tolta da se la vita, invece nell'atto officiale di denuncia, 
avuto in copia, sta scritto che morì di malattia infiammatoria. 



2£ 



LA DIOCESI ED IL CLERO 



Fino al 1773 la Diocesi nostra si estendeva al di là 
degli attuali contini imperocché ad essa appartenevano an- 
che tutte le 25 parrocchie, che ora stanno sull'una e l'altra 
riva del basso Chiese fino a Canneto o Mosio, eccettuatene 
però 7 che erano governate dall'Abate Nullius di Asola. 
La Diocesi nostra non comprendeva Bagolino, Tignale ed 
Urago d'Oglio; le due prime soggette al Vescovo di Trento, 
l'altra al Vescovo di Cremona. 

Il governo imperiale, allora Signore del Ducato di Mi- 
lano e di Mantova, per ragioni di Stato volle che nessun 
Vescovo estraneo ai due Ducati reggesse Parrocchie esistenti 
entro i confini dei Ducati stessi, e la S. Sede permise che 
Bagolino, Tignale ed Urago passassero sotto il regime del 
Vescovo di Brescia , ed al Vescovo di Mantova quelle 
suddite dell' impero. Nel 1796 la Chiesa Bresciana se- 
gnava i medesimi attuali confini, salvochè non avea giuri- 
sdizione sulle due parrocchie di Remedello, che continua- 



130 

rono ad appartenere, anche dopo la nuova circoscrizione 
del 1773, alla abazia di Asola sotto la giurisdizione civile 
della Repubblica Veneta. 

Eranvi nella Diocesi circa 4200 sacerdoti del clero se- 
colare, cioè poco più dell'uno per mille sul numero degli 
abitanti; del clero regolare contavansi 57 monasteri, case 
o collegi, 28 maschili e 29 femminili, dei quali 32 in città, 
14 maschili e 12 femminili. 

Novanta chiese eranvi in Brescia aperte al culto, delle 
quali 12 parrocchiali; 35 sono ora distrutte o converse 
ad altri usi (1). 

Il Capitolo della cattedrale aveva 24 canonici, dei quali 
sei dignitari, sei mansionari e dieci cappellani residenti. 
Sedeva come Vicario Vescovile il Canonico Penitenziere 
Pietro Valossi e Pro-Vicario il D.r Faustino Rossini Pre- 
posto di S. Giorgio, quello stesso che nello scorso secolo 
fondò l'orfanotrofio che ora porta il suo nome. 

Eranvi nella Diocesi sette chiese collegiate cioè : San 
Nazaro in città con due dignitari; Chiari, Calcinato, Gam- 
bara, Rovato, Verola Alghisi ed Orzi vecchi in Diocesi, 
con una dignità cadauna. 

Il Clero secolare, a norma delle prescrizioni del Con- 
cilio Tridentino, si educava e si istruiva in Brescia nel 
seminario di S. Gaetano (ora ospedale militare), in altro 
piccolo seminario in Lovere e nel Collegio di Salò. Sic- 
come però la casa di S. Gaetano era angusta al grande 



(1) Nell'appendice N. 3 diamo l'elenco delle chiese ora profanate 
e distrutte. 



i3i 
numero di chierici^ molti di essi abitavano in citta fre- 
quentando le lezioni del Seminario o le scuole cW erano 
allora aperte presso i Domenicani, i Filippini, i Benedet- 
tini, o presso alcuni sacerdoti designati dal Vescovo, i quali 
nella propria casa insegnavano lettere, filosofia e teologia. 




Card. GIOVANNI MOLIN 



L' insegnamento del Seminario di Brescia era salito a 
bella lama allorché nella prima metà del secolo XVIII i 
Vescovi nostri Cardinali Barbarigo e Quirini ridestarono 
l'amore allo studio usando dell' opera dei dotti Ab. Gar- 
belli, Can. Gagliardi, P. Gradeoigo ed altri, chiamando 
poi ad insegnare le greche lettere il greco Ab. Panagiota 



132 

di Sinope, che fece tanti studiosi discepoli fra i quali PAb. 
Barzani, che per molti anni illustrò il Seminario coli' in- 
segnamento del greco ed ebraico idioma, da lui studiato 
sotto il celebre canonico Rasini. 

Senonchè passato qualche lustro mentre , come ve- 
demmo, le massime de' filosofi francesi entravano in Italia 
e mercè speciose forme e nomi arridevano a molti nel 
campo filosofico e politico, altre massime, anch'esse d'im- 
portazione forestiera, erano discese dall' alpi ed avevano 
fatto proseliti in Italia nel campo religioso e teologico. 

A poco a poco sorsero qua e là ecclesiastici a soste- 
nere, difendere e scusare certe teologiche proposizioni levate 
dal libro postumo di Giansenio Vescovo d'Ipri, che erano 
già state cond.mnate da Innocenzo X, Alessandro VII e 
Clemente XI. 

La propagazione di queste massime fra il clero non 
fu a tutta prima osservata da molti Vescovi e non abba- 
stanza combattuta; da taluni fu anzi difesa, e questa fu la 
precipua ragione del loro dilatarsi in Italia e dell'ardore 
della lotta successa dappoi. 

Il giansenismo, che nel campo religioso co' suoi prin- 
cipi dogmatici falsa l'idea della grazia di Cristo e quindi 
quella del libero arbitro, che co' suoi rigori raffredda nel- 
l'uomo la fede e la speranza nella divina misericordia [i), 
e nelle sue applicazioni recide i nervi della ecclesiastica 
autorità facendo salire dal basso in alto, contro la volontà 
del fondatore, il potere e la giurisdizione a simiglianza 



(i) Vedi la bolla, i brevi e le dichiarazioni dei Pontefici. 



133 
delle teorie dei democratici politici (i) incominciò con 
riserbo a serpeggiare fra noi sotto il Vescovo Card. Que- 
ruli, ma certo vigore, ed allo scoperto, acquistò sotto il 
regime del Card. Giovanni Molili venuto fra noi nel 1755. 
Il Molin aveva passati alcuni anni alla S. R. Rota, era 




Vescovo NANF 

versato rella giurisprudenza e nella teologia, ed era d'a- 
nimo mite, ma difensore delle massime e dei diritti 
della apostolica Sede, nonché amante de' giovani studiosi. 
Rimaste vacanti alcune cattedre nel Seminario il nostro 
Cardinale, non pensando forse a ciò che poteva avvenire, 



(1) Lafeau - Istoria della Costituzione Unigeniti^ - Colonia 1742. 



134 

chiamò nel 1762 ad insegnarvi due giovani sacerdoti stu- 

diosissimi, di irreprensibile vita e di non comuni talenti, 

Pietro Tamburini di Brescia d'anni 25 e Zola Giuseppe di 

Concesio d'anni 24, in quell'anno Vice Bibliotecario della 

Queriniana. 

Al primo fu affidata la cattedra di teologia dogmatica, 
all' altro quella di morale collo insegna mento delle let- 
tere greche. Viva ed attraente era la parola, chiaro il loro 
discorso, elette le frasi latine, specialmente delio Zola, 
quindi agevolmente poterono instillare nella mente di gio- 
vani uditori ciò che essi insegnavano, e nei primi anni 
nessuna osservazione fecesi sul loro insegnamento; ma verso 
il 1768 si cominciò a dubitare che quei due lettori aves- 
sero fatto i loro studi sui libri di giansenisti francesi ade- 
rendo fors'anche ad alcune massime erronee di que' scrittori. 

La prima critica fu fatta sulla troppa rigidezza della 
massima morale dello Zola, su quelle del Tamburini come 
di equivoche e meno rette (1). 

Il Cardinale incaricò i Deputati al Seminario di far 
sentire ai due professori il rammarico suo per tale accusa, 
indi invitati ad udire la sua parola li redarguì di non più 
manifestare dalla cattedra le accusate enunciazioni. 

Ma Tamburini trovò l'occasione per rispondere a suo 
modo alle accuse de' suoi avversari. 

Esigevasi anche allora che quelli che desideravano ot- 
tenere la licenza in filosofia ed in teologia dovessero per 
esame sostenere alcune tesi al cospetto del Vescovo, del 



(1) Collezione di documenti e note intorno il giansenismo in 
Brescia mss. presso di noi. 



135 

Capitolo e d'altri eruditi ecclesiastici e laici, ai quali era 
libera la discussione col candidato. 

Il Tamburini preparò per uno dei più bravi suoi di- 
scepoli, Giambattista Marini, alcune tesi tratte da una 
teologica dissertazione, che egli stava scrivendo intorno 
alle grazie di Cristo. 




TAMBURINI 



Sostenne il Marini la resi (i) ed ebbe per contraddi- 
tori Antonio Medici Vicario Generale, il quale avvertì il 
candidato che, sostenendo alcune di quelle tesi, contrariava 
alle massime della retta teologia ed alle esplicite dichia- 
razioni dei Pontefici Innocenzo X, Alessandro VI e Cle- 



(i) Theses in varìis humana ?iatut\c statibus et de grafia Christu 
Trovansi riprodotte nella seguente dissertazione del Tamburini. 



i 3 6 

mente XI nella bolla Unigeniius. Obbiettarono anche il 
P. Marco da Venezia e qualche altro, ma con minor forza 
e dottrina (i). 

Frattanto il Tamburini compì il suo lavoro sulla Grazia 
di Cristo che vide la luce nel 1771 (2); la dottrina in 
esso esposta fu il segnale della divisione del clero. 

E di già favorivano il Tamburini alcuni studiosi ec- 
clesiastici, ira i quali, oltre i due suoi discepoli Giam- 
battista Marini e Giuseppe Tavelli, eranvi i due Canonici 
della Cattedrale Bocca (173 5 -1800) ed Arici 1 757-1807), il 
Ricci Canonico di Chiari (1730- 1805), ^ Rotigiii Ab. di 
S. Faustino, il Canctti Preposto di S. Giorgio, l' Altaici 
prete dell' Oratorio, 1' Ab. Rodella ed il Guadagnali Ar- 
ciprete di Cividate, fra tutti il più studioso ed azzardato 
teologo. 

Il venerando Cardinale sebbene nutrisse singolare amo- 
revolezza verso quei due professori e ne apprezzasse l' in- 
gegno, pure per troncare angosciose responsabilità e danno 
dottrinale all' insegnamento nel suo Seminario pensò es- 
sere venuta 1' ora di allontanare lo Zola e il Tamburini 
dalle cattedre che occupavano, e così fece. 

Se ne dolsero i due professori, ed era naturale che 
essi, nella crisi gesuitica allora manifestatasi, contro l'Or- 
dine rivolgessero le loro accuse, attribuendo a quei Padri 
di essersi adoperati presso il Cardinale per il loro licen- 
ziamento. Accusarono pure altri claustrali e diversi sacerdoti 



(:) T>c stimma catholica Dei grafia prestantia et necessitate. - Brescia, 
Rizzarci i 177 1 . 

(2) Collezione 1. e. 



i 3 7 
e signori della città, e fra questi il Co: Durante Duranti 
ed il Co: Onofrio Maggi (i). 

Primo a rispondere al Tamburini fu Francesco Moroni 
noto teologo gesuita, il quale pubblicò quattro lettere ano- 
nime sotto il titolo di - un Parroco campestre (2) - le quali 




GIUSEPPE ZOLA 

diedero occasione al Tamburini di rispondere con altre 
quattro lettere pure anonime dirette ad un Conte (ere- 
desi il Co: Filippo di Gio. Maria Mazzucchelli) datata 



(1) Da una lettera di Mons. Ricci Vescovo di Pistoia risulta che 
il Co: Onofrio Maggi era avverso alle novità giansenistiche e rega- 
liste. — Nella Coli, cit 

(2) Lettera d' un Curato campestre in risposta al libretto stam- 
pato in Brescia da Pietro Tamburini 1772. 

9 



i 3 8 

da Brescia ai io, 14 e 27 Giugno 1773 (1). Poco prima 
il Guadagni ni con altra lettera, pure anonima, aveva di- 
feso il Tamburini (2). 

Dopo due anni di completa cecità ai 13 Marzo 1773 
morì il Card. Molili, ed ai 17 Aprile successivo il Pon- 
tefice Clemente XIV gli dava un successore in Giovanni 
Nani Nobile Veneziano e Vescovo di 'Porcello, il quale 
senza pompa e solennità, fece il suo ingresso nella nostra 
Cattedrale nel Giugno di quell' anno. 

Giovanni Nani nacque in Venezia dal Senatore Antonio 
e dalla Nob. Lucrezia Lombardi il 28 Febbraio 1727. Ebbe 
la prima educazione in famiglia, studiò in Venezia e compì 
sua istruzione in Padova. Raggiunta l' età legale venne 
inscritto fra i membri del maggior Consiglio della Repu- 
blica, occupandosi nelle prime magistrature che a giovani 
patrizi soleansi conferire. 

Senonchè nelF anno ^5 dell'età sua passò allo stato 
ecclesiastico, ponendosi sotto la disciplina del celebre teo- 
logo P. Borsati somasco, dal quale apprese la teologia più 
largamente di quello che credevano i suoi avversari, ben- 
ché più tardi l'abate Zola gli rendesse giustizia (3 . 

Entrato Mons. Nani al regime di questa vasta Diocesi, 
devoto come era alla S. S. e contrario alle massime gian- 



(1) Osservazione di un teologo ad un Conte contro le difficoltà 
prodotte nelle quattro lettere del Curato campestre contro la disserta- 
zione del Tamburini. — Firenze 1776. 

(2) Tre lettere in risposta alle Kotiiie Letterarie di Firenze nelle 
quali si dà giudizio della dissertazione del Tamburini. — Milano 1772. 

(3) Gussago sotto il pseudonimo dell'Ab. Senesio Ven. (Venezia 
1821, tip. Alvisopoli). 



139 
senistiche credette conveniente approvare tutto ciò che il 
suo antecessore aveva deliberato a favore della verità della 
cattolica dottrina, riformò 1' insegnamento nel Seminario 
chiamando ad erudire la gioventù sacerdoti sicuri ne' teo- 
logici e filosofici principia Visitò la Diocesi lasciando nelle 




GUADAGNINI 

Parrocchie sapienti decreti, usando carità verso i sacerdoti 
dissidenti, solo ritirando le facoltà vescovili ai Vicari 
Foranei troppo ardenti oppositori alla 'Bolla Unlgenitus. 

Visitò anche i Monasteri femminili lasciando oppor- 
tuni decreti contro alcune mondane usanze a poco a poco 
introdottesi in qualche cenobio e contro le professioni più 
o meno forzate, dalla chiesa deplorate e dichiarate nulle. 



140 

I contemporanei tutti consentivano che compassione- 
vole e generoso era il cuore di Mons. Nani come più 
volte si manifestò, soda e costante la pietà verso Iddio. 

Fra le pochissime lettere di Mons. Nani una ne trovai 
diretta al P. Provinciale degli Eremitani di S. Agostino 
residente in Bergamo, nella quale richiamava l'attenzione 
di quel superiore sul Convento di S. Barnaba in Brescia, 
ove pare che la disciplina vada ogni dì scemando (i). 

Non so qual' esito avesse la lettera, ma stimo che il 
giudizio di Mons. Nani trovasse un testimonio di verità 
nella lettera firmata da quei frati e pubblicata negli atti 
del Governo Provvisorio di Brescia nel 1797 (2). 

In tempi adunque ed in circostanze diffìcili assumeva 
Mons. Nani il governo di vasta Diocesi e le iniziate cause 
civili del suo Capitolo contro il Vescovo Molili, e la con- 
traddizione degli erranti giansenisti lo tenevano in continua 
sofferenza che doveva poi crescere in avvenire fino all'e- 
streme altrui violenze. 

In Roma in quei giorni avvenivano gravi fatti ; Cle- 
mente XIV, dopo quattro anni di peritanza, con Breve 22 
Luglio 1773 soppresse la Compagnia di Gesù. 

Cittadine conturbazioni e straordinari rigori seguirono 
quella soppressione, in forza della quale rimasero vacanti 
qui in Brescia il Collegio di S. Antonio e le scuole delle 
Grazie, assunto poi il primo dall' Ab. Maceri ex gesuita, 
e le seconde dalla città ; ed in Roma rimasero senza do- 



(1) Arch. Vecchio Curia Vescovile — Fascicolo corrisp. A. 

(2) Raccolta dei Decreti del Governo Provvisorio di Brescia. Ivi 
Tom. 2, pag. 44. 



141 
centi molte cattedre di scienze e lettere già occupate dai 
gesuiti nei diversi istituti d' istruzione, dei quali sempre 
ricca fu la città eterna, e ad occupare quelle cattedre fu- 
rono chiamati sacerdoti secolari, anche da ogni parte d'Italia. 

Dal Card. Mario Marefoschi, allora molto influente in 
Roma e forse propenso alle massime giansenistiche, fu- 
rono chiamati a Roma i due teologi bresciani, ed al Tam- 
burini fu data la cattedra di Teologia nel Collegio Irlan- 
dese, allo Zola la direzione del Collegio Faccioli or 
non più esistente), de' quali il Card. Marefoschi era pro- 
tettore. Da Roma i due bresciani, com'era naturale, tene- 
nevano corrispondenza letteraria e confortavano i loro fidi 
rimasti in patria fi). Senonchè morto Clemente XIV (22 
Settembre 1774; ed a lui successo Pio VI (17 Febbraio 
1775) la scena si cambiò. 

Il nuovo Pontefice si impensierì delle opposizioni che 
all'esercizio de' suoi diritti gli pervenivano dai sovrani dai 
cesaristi e dai febronisti di Napoli, di Toscana e d'Austria, 
come si addolorò della intemperanza di giansenisti, i quali, 
fattisi corifei dei primi, mossero opposizione alla riforma 
degli studi dal Pontefice voluta e decretata. Della quale 
riforma l'Imperatore Giuseppe II il grande sacrestano (come 
chiamavalo Federico II di Prussia) si indispettì a tal segno 
che richiamò tutti gli studenti suoi sudditi che si educa- 
vano in Roma sotto la tutela dei Vaticano, trasportando 
a Pavia il Collegio Germanico-Ungarico, nominando a 
rettore di esso lo Zola, ed a prefetto degli studi il Tam- 



(1) Gussago. Notizie intorno all'Ab. Zola. C. p. 17-18, Collezione 
mss. L. e. 



142 

burini., il quale presso quella Università allora dotata an- 
che della facoltà teologica, costituì il quartiere generale 
del giansenismo e del cesarismo, da dove partiva la pa- 
rola d'ordine ai giansenisti di tutta Italia. 

Durante questo tempo Mons. Nani tentava in tanto 
dissenso di tener ferma la disciplina del clero. Seno^chè 
nel 1780 il Tamburini pubblicò il suo libro dell' Analis 1 ' 
delle Prescrizioni di Tertulliano che aveva incominciato 
a scrivere in Brescia (1). 

Chi avesse pazienza di stendere un indice bibliografico 
dei libri e degli opuscoli che si stampavano allora contro 
ed in difesa di questo lavoro del Tamburini in Brescia e 
fuori, non poco meraviglicrebbe della quantità, come è cosa 
strana essere quei libri, prò e contro, quasi tutti anonimi 
o pseudonimi. Non mi dilungherò a ragionare qui sui pregi 
o meno di quei libri, ma solo dirò che appartenevano a 
Brescia, a favore del Tamburini le lettere pubblicate dal 
Guadagnini col pseudonimo di Teologo di Parma (2), e 
contro di esso la lettera del Collini sotto il nome di un 
Parroco Cattolico Romano (3), l'opuscolo del Solicini col 
pseudonimo di P. Gaetano da Brescia ( [ e quello di certo 
P. Marco da Parma carmelitano in Brescia. 

(1) Analisi del Libro delle Prescrizioni di Tertulliano con osser- 
vazioni. Pavia stamp. Monas. S Salvatore - s. <i. (1781) in-4 di p. 376. 
dedicato al R. P. Arsenio Quinteri p. Certosa. 

(2) Lettera d' un Teologo Parmigiano ad un Parroco Bresciano 
in difesa dell' analisi del Libro delle Prescrizioni di Tertulliano del 
P. Tamburini - s. d. e. 1. ( ras Pavia 1783). 

(3; Lettera d' un cattolico Romano a P. Tamburini - Piacenza 
tip. Tedeschi 1783, in-8°. 

(4) Osservazioni critico-teologiche sopra l'analisi del Libro delle 



143 

Ma la confutazione dell'opera del Tamburini che, per 
la sua nobile forma, la sodezza della dottrina ed il buon 
uso di erudizione, fece migliore impressione ai dotti ed 
anche allo stesso Teologo contro cui fu scritta, come 
scorgesi dalle sue lettere a cui ora accenneremo, comparve 
in un libro elegantemente stampato in Bologna col titolo: 
Breve confronto del libro di Tertulliano de prescriptionibus 
colla analisi fattane a Pavia (i) ; si disse allora che di 
quel libro fosse autore il distinto teologo Scolopio Bruno 
Bruni, ma avendolo egli rinnegato si congetturò 1' avesse 
scritto il Carmelitano P. Francesco M. di S. Martino (2). 
Ma il Morcelli narrava in una sua lettera che riteneva au- 
tori di quello scritto alcuni teologi di Brescia incaricati da 
Mons. Nani (3). 

Che se molti degli oppositori del giansenismo nel ri- 
spondere a Tjmburini furono irosi e non seguirono i det- 
tati della temperanza, dell'urbanità figlia della carità, non 
meno sarcastico e sovente triviale fu lo stesso Tamburini, 
il quale rispose a tutti gii avversari con quattro lunghe 
lettere dirette a Mons. Nani sotto l'anonimo o pseudonimo 
di Teologo Piacentino (4). 

Il Tamburini (se è vero essere egli autore di quelle 



Prescrizioni di Tertulliano di D. P. Tamburini pel P. Gaetano da 
Brescia - Assisi p. lo Squaviglia 1783, in-8°. 

(1) Stamp. in Bologna 1784 nella stamp. di S. Tomaso d'Aquino 
in-f.° di p. 147. 

(2) Melzi. Diz. delle Opere anonime e pseudonime. 

(3) Raccolta di lettere autografe del Card, bibliotecario Barberini 
in Roma. 

(4) Lettere di un Teologo Piacentino a Mons. Nani Vescovo di 
Brescia. — Piacenza (forse Pavia) 1782-83, in-8°, senza nome stampatore. 



144 

lettere, come ce lo attestano il Bruni (i) e il Melzi, cre- 
dendo forse di restare sempre ignoto, prodiga in esse tante 
lodi e parenesi a se stesso, che rimane molto scemato, in 
chi legge, l' effetto voluto dall'autore. 

Cresceva intanto in Brescia 1' eccitazione degli animi, 
la quale sempre più irrompeva nei ritrovi, sui pergami, 
nelle conversazioni e nei congressi. E non dee recar me- 
raviglia se in tutto quel conturbamento giansenistico (di cui 
ora forse la nostra società poco si interesserebbe), si tro- 
vassero a parteggiare non solo ecclesiastici, ma laici d'ogni 
condizione, e perfino le donne, perchè allora ogni idea, 
fatto o cosa che a religione appartenesse era tutto colle- 
gato colla societ.i in modo cUc credenze religiose, culto 
esterno ed autorità ecclesiastica, entravano come parte im- 
portante nelle leggi, negli ordinamenti politici ed ammi- 
nistrativi, e tino negli usi e nelle consuetudini anche pub- 
bliche ed ufficiali, e si può dire che ogni civile istituzione 
viveva sotto l'egida religiosa. 

Si aggiunga ancora che fino a quei tempi la scienza 
o facoltà teologica formava parte integrante delle Univer- 
sità degli studi, e nelle due Università di Padova e Bo- 
logna molti de' nostri giovani studenti intervenivano, an- 
che a solo scopo di erudizione, alle lezioni di teologia che 
colà si tenevano da celebrati maestri. E intatti ogui fra- 
glia, ogni paratico, o come ora si direbbe ogni società 
operaia, aveva un Santo Patrono, una propria Chiesa od 



(i) Peromi. Biblioteca Bresciana. Appendice mss. nella Quiriniana 
ed in copia presso di me. — Melzi. D./.ionario delle edizioni anonime 
e pseudonime. 



145 
almeno lui altare presso cui radunarsi per le loro sagre, 
e mettevano ogni studio per arricchire artisticamente que- 
sta cappella, e noi dobbiamo alle loro credenze religiose 
molti capilavori che ornano le nostre Chiese come la bel- 
lissima tavola dello Sposalizio in S. Francesco, unico la- 
voro che noi possediamo di Francesco da Caravaggio or- 
dinato dal paratico dei falegnami, e nella Chiesa delle 
Grazie la bella tela di Santa Barbara di Pietro Rosa, e 
l'altra di S. Giorgio uno dei più distinti lavori di An- 
tonio Gandino, la prima ordinata dalla scuola di bombar- 
dieri, la seconda dal consorzio degli armaiuoli, e tante altre. 

I giorni fenati per feste religiose erano molti, ed a 
queste feste, la più parte votate dai cittadini nel loro mas- 
simo consiglio, intervenivano tutte le autorità cittadine e 
della Republica, le quali aveano il compito di difendere le 
credenze religiose, e di far rispettare le ecclesiastiche auto- 
rità, quale precipuo interesse nel reggimento dei popoli. Si 
aggiunga che oltre le fraglie, i paratici e le associazioni delle 
arti eranvi in Brescia altre 27 confraternite o discipline 
che attendevano solo ad atti religiosi o di beneficenza ed 
in queste erano inscritti e patrizii e popolani, e donne e 
fanciulli. 

Era dunque naturale che per queste condizioni religiose 
ogni cittadino, e singolarmente i laici più istruiti, piglias- 
sero parte alle lotte prò e contro il giansenismo, con nes- 
sun vantaggio poi della generalità dei fedeli, i quali, come 
suole avvenire in simili casi, senza completa conoscenza di 
causa sulle parole di questo o quel contendente pigliavano 
posto fra i difensori detrattori di questa o quella parte. 



146 

Invano tentò l'abate Marini (1) di temperare l'ardenza 
delle parti, ed intanto questo stato di cose accresceva i 
rammarichi e le croci a Mons. Nani, che molte ancora ne 
doveva poi sopportare. 

Il giansenismo s'era infiltrato in tutta Italia, ma dove 
divenne ben presto possente ed illiberale fu in Toscana 
ove sposatosi per mezzo del Vescovo di Pistoia al cesa- 
rismo di Leopoldo II ed al febbronianismo de' suoi mi- 
nistri (sebbene non iossero quest'ultimi abbastanza cesaristi 
secondo Mons. Ricci (2), il giansenismo colà con imperti- 
nenza signoreggiò, e Mons. Nani che fortemente teneva alta 
la bandiera della Scuola Cattolica e della difesa della S. Sede, 
vide con dolore diversi sacerdoti bresciani laici e patrizi an- 
darsene a Pistoia ad applaudire al ramoso sinodo di Mons. 
Ricci, aperto e non accettato dagli altri Vescovi, condannato 
dal Pontefice colla celebre Bolla Unlgenitus (29 Agosto 1704 , 
non voluto dai suoi fedeli e lavorato dal Tamburini appo- 
sitamente colà chiamato dal Granduca e dal Vescovo. 

Continuò la lotta che fu una vera sciagura per la Dio- 
cesi nostra, e non si rallentò se non colla notizia che le armi 
francesi, valicate le Alpi, aveano messo il piede in Italia. 

Per quanto moki Italiani fossero aderenti alle teorie 
de' filosofi francesi proclamanti la grande fraternità, l'ugua- 
glianza dei popoli e la libertà, il fatto però di un esercito 
straniero che invade la patria impensierisce sempre ognuno 
che non abbia del tutto perduto il sentimento nazionale, 



(1) Marini Andrea. Lo spirito di partito sull' argomento delle 
Grazie. Dissertazione ai Teologi. Brescia 1784 - Berlendis. 

(2) Mons. Ricci. Sue memorie. 



147 
e così tu anche di quei nostri antenati che, rivolgendo la 
loro attenzione alle Alpi, rallentarono l'ardore nelle lotte 
del giansenismo, il quale andava perdendo i protettori in 
Cesare e nei Principi Italiani soprapresi dal timore della 
tempesta che addensavasi sul loro capo e che infine li an- 
nientò. Ed infatti nel triennio 1794-96 diminuirono i libri 
stampati prò e contro le famose teorie, e vi fu un istante 
che parve cessata ogni lotta, la quale poi si riaccese per 
l'ultima volta allorquando si introdusse il matrimonio civile. 
Senonchè per quella legge provvidenziale di compensazione 
che regge il mondo, le sciagure non vengono sempre per 
nuocere a tutto, la lotta sopportata dal nostro clero fu ap- 
portatrice di più profondo studio teologico e filosofico e fece 
manifesti degli ingegni che tenevano onorata compagnia a 
tutti quegli altri ecclesiastici che nelle diverse scienze e 
discipline e fin anco nelle arti belle onoravano ancora la 
nostra città nel 1796 o erano da poco scomparsi, come ac- 
cennammo parlando della società Bresciana di quei giorni. 
E la rivoluzione francese portata anche in Italia segnò 
il decadimento del gallicanismo e del giansenismo che per 
vivere dovette vestirsi da giacobino, ma da allora si può 
dire che più non si fecero proseliti, anzi se ne perdettero 
dopo la conciliazione di Mons. Ricci con Pio Vile Tam- 
burini, morto nonagenario nel 1827, siccome fu tra noi il 
capo, così fu anche l'ultimo degli studiosi ed erranti gian- 
semisti, e toccò poi alla parola, all' insegnamento ed alla 
carità del Vescovo nostro Mons. Nava (1804-33) di spe- 
gnere le ultime fiammelle giansenistiche ancor vive dopo 
la morte del capitano che aveva dato esca al fuoco. 



LA POLITICA VENEZIANA 



La Republica Veneta dopo aver perduta nel 1708 la 
Morea, 1' ultimo de' suoi tre regni orientali (coni' essa li 
chiamava), giudicò di rinunciare per sempre alla politica 
delle conquiste, e diffidente di ogni alleanza pensò di rin- 
serrarsi nella politica della neutralità. 

L'Austria possedeva in Italia il Ducato di Milano, a 
cui s' era aggiunto, dopo la fellonìa dei Gonzaga, anche 
quella di Mantova e del Monferrato, indi del Marchesato 
di Castiglione e Signorie minori. Senonchè per visitare le 
sue possessioni in Italia o per mandarvi truppe 1' Austria 
dovea passare o fra i possedimenti svizzeri di Valtellina 
o fra le terre della Republica Veneta, la quale costretta 
per antichi trattati e per convenienze allora volute dal 
diritto pubblico internazionale, permise all' Austria anche 
guerreggiarne il passaggio delle sue truppe purché nessun 
armato entrasse mai ne' luoghi forti o murati. Il veneto 
Senato, geloso custode della propria sovranità, chiamava 



150 

in quelle occasioni nuovi militi sotto l'armi e metteva in 
istato di difesa i forti; co^ì fu la veneta sovranità rispet- 
tata nella guerra di successione di Spagna allorquando 
Eugenio di Savoja nei primi anni del secolo XVIII con- 
dusse in Italia un esercito contro Francia., come allora che 
il vecchio Maresciallo Willars condusse i Francesi contro 
Mercy generale degli Austriaci (1735), e come più tardi 
durante la guerra per la successione della Polonia. In 
tale occasione infatti il Veneto Senato chiamò sotto le 
armi 20 mila uomini, curò che si mettessero in difesa 
le tortezze e deputò Provveditore Generale in Terra ferma 
l'operoso Senatore Alessandro Molin, il quale pose il suo 
Quartiere Generale ir Verona, pronto a far rispettare la 
neutralità in ogni sito in cui i belligeranti avessero tentato 
di offenderla. 

Incominciata la guerra ben presto la Terra ferma Ve- 
neta fu percorsa dai Tedeschi i quali non tardarono a 
venire nella nostra Provincia mentre al di là dell' Oglio 
si approssimavano i Francesi. — Il Provveditore corse 
a Brescia e sapendo quanto danno portassero allora le ar- 
mate, per impedire od almeno frenare le ruberie, i mal- 
trattamenti contro le proprietà e le persone dei sudditi, 
delegò due egregi cittadini, il Xob. Paolo Uggeri ed il 
Conte Girolamo Xegroboni, quali Commissari della Re- 
publica presso i quartieri generali delle parti belligeranti, 
presso l' armata Tedesca il primo, ed il secondo presso 
quella Francese. 

La guerra di successione portò invero gravi danni nella 
Provincia nostra, ma sarebbero stati ben maggiori senza 



i5i 

i reclami dei Commissari i quali, se non altro, poterono 
ottenere la soddisfazione pecuniaria dei danni materiali. 

Ma da quell'epoca lino ai primi rivolgimenti di Francia 
erano passati più di 40 anni e l'accortezza politica de' Ve- 
neziani si scoloriva sempre più « Venezia, dice Balbo, lan- 
guiva, si div rtiva ed apprestava i carnovali ai gaudenti di 
tutta Europa (1). - All'antico spirito di abnegazione e di sacri- 
ficio (così scrive un amico di quella Republica) si sostituì 
un certo egoismo sempre fatale alle Republicbe ; un riflessibile 
raffreddamento di quel patrio ^elo che tanto distinse i figli 
di Vernala, una falsa clemenza nei tribunali onde rimane- 
vano i delitti sen^a il castigo dalle leggi prescritto, una certa 
facilità a propalare i segreti del Senato, un serpeggiante stra- 
vizio, una non curan^a delle cose sacre e religiose, un ini- 
moderato spirito di passatempi, una scandalosa impudenza 
nelle donne dell'alta e bassa società, un libertinaggio portato 
per così dire in trionfo dagli uomini (2) ». 

Da qui lo svigorirsi delle forze morali e materiali della 
maggioranza del Senato e dei cittadini, i quali parve aves- 
sero perduta fino la facoltì di concepire pensieri forti e 
decisivi. E sì che quel governo potea contare sopra sud- 
diti fedeli in terra ferma e sulle coste orientali dell'Adria- 
tico, pronti a sacrifici per la salvezza di questo regime 
nazionale, come dimostrarono i fatti posteriori. Ma non 
più nel veneto Senato nel Consiglio de' X e ne' Savi (che 



(1) Sommario della Storia d' Italia. 

(2) Raccolta cronologica-ragionata di documenti inediti della ri- 
voluzione e caduta della Republica Veneta (Augusta 1799, Tom. I, 
pag. 24). 



152 

ora direbbersi ministri), l'antico amor di gloria non più 
l'avita fierezza, non più la naturale gelosia della propria 
conservazione, ma presunzione di salvarsi senza fatica e 
senza merito e ridicola fiducia d'essere invulnerabile senza 
difendersi. Da qui note, dispacci e proteste stese in modo 
più titubante che recise ed energiche, da qui umiliazioni 
d'ogni sorta d'innanzi agli inviati della rivoluzione fran- 
cese. Eppur Venezia aveva ancora cittadini memori delle 
virtù avite; era di questi Antonio Cappello nunzio a Pa- 
rigi; le sue relazioni, scritte con fine accorgimento, sono 
degne dell'antica scuola diplomatica veneziana. Fin dal 1788 
l'esperto Ministro segnalava al suo governo i primi moti 
della rivoluzione francese con prudentissimi consigli sul 
da farsi, e nel Dicembre 1790 rendeva conto del piano 
organizzato dai Francesi di spedire in Europa emissari a 
suscitare i popoli colla promessa di libertà e di uguaglianza; 
svelava l'esistenza del famoso circolo di giacobini, che eb- 
bero poi tanta parte negli avvenimenti di Francia, e ter- 
minando la sua missione presentava al serenissimo Principe 
una assennata relazione su tutti gli affari di quella irre- 
quieta nazione 1). Casa Savoja, guardiana dell'Alpi, im- 
pensierita ai tentativi dei Francesi di portare il fuoco fuori 
de' loro confini, gettò il grido d' allarme ai governi Ita- 
liani proponendo una lega Italica, ed il Co: Rocco San- 
fermo ministro di Venezia a Torino trasmetteva la savia 
proposta al suo governo. Se quella lega si fosse realizzata 
e i diversi Stati avessero mandato alle Alpi un corpo 



(1) Raccolta storica-cronolo^ica, 1. d. Voi. I, pag. 16-3 No- 
velli 1792. 



'55 

d'armata, crede il [omini che la battaglia di Montcnotte 
non avrebbe aperto ai Francesi le porte d'Italia, e Venezia 
avrebbe potuto salvare se stessa ed il prode Piemonte. 
Ma l'antica regina del mare fu irremovibile nella sua neu- 
tralità, che la maggioranza dei Savi, per soprapiù, voleano 
disarmata, e rifiutossi perciò di entrare nella coalizione 
di Pilnitz (1791) e di stringere alleanza col Piemonte e 
col regno di Napoli che instavano per la lega. Nell'Aprile 
1794 Francesco Pesaro cominciò a parlar alto in Senato 
intorno alla necessità di armare, di apprestare artiglierie, 
armar vascelli, riattar fortezze, chiamare sotto le armi le 
truppe territoriali (le Cernide), ed ottenne che fosse com- 
messo ai Savi di presentare un piano. 

I Savi finsero d'occuparsene, chiamarono sotto le armi 
circa sette mila uomini, ma a nuli' altro vollero provve- 
dere, scusandosi col dire che Venezia neutrale era stata 
sempre rispettata, e altrettanto faceano dire anche al più 
debole e più fiacco di quanti cinsero in Venezia corona 
ducale, a Lodovico Manin. 

Non contento quel governo di rifiutare le alleanze ita- 
liane, ai 26 Gennaio del 93 riconobbe la Republica Fran- 
cese nel suo nuovo Ambasciatore d' Enin, e lo protesse 
contro il popolo che non volea fosse spiegata sulla di lui 
residenza la nuova bandiera francese. Frattanto i Ministri 
veneti presso i governi esteri continuavano a far sentire 
il pericolo che i Francesi invadessero l'Italia, ma i Savi, 
sordi a quelle voci, e non ostante gli esempi dell' inva- 
sione delle Fiandre e dell'Olanda, vivevano lusingati dalle 
ipocrite assicurazioni che il Comitato di Salute P. di Pa- 
io 



154 

rigi indirizzava a Venezia lodandone con parole di doppio 

senso la neutralità disarmata. 

Il Conte di Provenza fratello del decapitato Luigi XVI, 
fuggito dalla Francia ramingo per Europa, nel Giugno 1794 
sotto il nome di Conte di Lille comparve in Verona ove 
prese stanza senza formale licenza e senza proibizione del 
veneto Senato, e noi vedremo come questo fitto servisse 
poi di pretesto ai Francesi per annientare l'antica gloriosa 
Republica. 

In quali condizioni trovavansi frattanto le popolazioni, 
specialmente quelle di terra ferma? — Scoppiata la rivo- 
luzione francese, coni' è naturale, in tutta Europa se ne 
parlava con certa apprensione. Le notizie si spandevano un 
po' confuse molto più che i vari giornali che ci perve- 
nivano di là o da paesi vicini alla Francia non erano 
quotidiani, e chi se ne interessava non era il popolo, ma 
sibbene la gente studiosa o educata. Fattisi però quei moti 
impetuosi e disordinati specialmente dopo il 1790 l'im- 
pressione generale nei nostri paesi non era favorevole, e 
ben pochi anche fra la gioventù irrequieta inclinavano 
a quelle incomposte e cruente novità. 

Postisi poi in mente i Francesi di divulgare e far ac- 
cettare a tutta Europa i grandi assiomi della loro rivolu- 
zione, essi aveano da tempo in proprio potere due mezzi 
abbastanza validi, cioè la moda accettata dall' Europa 
come regina fino dai giorni della Pampadour, ed i libri 
filosofi e politici, nonché una letteratura frivola e volut- 
tuosa ricevuta con entusiasmo dalla molle e frivola società 
educata d'allora. Ed a questi due validi mezzi aggiunsero 



i$5 

quello degli emissari, i quali spediti in prima fuor di 
Francia per sorvegliare i nemici armati e fuorusciti eb- 
bero poi anche l'incarico di portare i lumi della loro ri- 
voluzione per ogni dove. 

E già nel 1794 viddersi emissari in Milano che ben 
presto fecero alcune conquiste fra i malcontenti di quel 
governo mite, ma non nazionale, ed a congiurare si ra- 
dunavano in una casipola in Piazza Fontana e da Lugano 
venivano di contrabbando gli eccitamenti per mezzo di 
gazzette e di altri stampati, mentre però le persone più 
serie, come il Verri, il Beccaria, il Parini, il Piermarini 
erano bensì sbalorditi della rapidità con cui svolgeansi gli 
atti della rivoluzione francese, ma non avrebbero accettate 
mai le idee avanzate di quella cruenta rivoluzione perchè 
essi preferivano l'illuminazione all'incendio (1). 

Anche Brescia ebbe la visita di emissari francesi, ma 
venivano ed andavano, poco fermandosi, e l'unico che fece 
lunga sosta fu l'esigliato piemontese Labrano, del quale nar- 
rasi sia stato colui che eccitò e decise alcuni giovani della 
aristocrazia bresciana ad unirsi e far propaganda delle idee 
francesi; e codesti giovani, seguendo il consiglio, si tol- 
sero dai casini e dai ridotti antichi e dalla suggezione 
dei seniori per fondare un altro casino che intitolarono 
de Buoni Amici. Non potei sapere ove si aprisse quel 
ritrovo, né quanti si fossero in esso inscritti, ma dagli 
atti degli Inquisitori Veneti ricavai che faceano parte di 
quella comitiva nel 1794: 



(1) Archivio Veneto — Trib. Inquisitori. 



i 5 6 

Il Nob. Carlo di Luigi Arici, d'anni 23 (n. 1771). (1) 

Il Co: Giuseppe di Faustino Lechi, d'anni 28 (n. 1766). 

Il Co: Angelo suo fratello, d'anni 27. 

Il Co: Francesco d'Alemanno Gambara, d'anni 25 (11.1769). 

Il Co: Francesco di Onofrio Maggi, d'anni 33 (n. 1763). 

Il Co: Gaetano suo fratello, d'anni 31 (11. 1759 f 1847). 

Il Co: Federico Mazzuchelli, d'anni 47 (n. 1757). 

Il Co: Pietro di Carlo Ducco, d'anni 24 (n. 1770). 

Antonio Sabatti, Ingegnere, d'anni 27 (n. 1767). 

Giuseppe Rampini. 

Pietro Nicolini, Oste. 

Mazza, Chincagliere. 

Dopo parecchi mesi dacché era aperto il Casino il 
Rappresentante Veneto Antonio Savorgnan denunciò al 
Consiglio dei X quel ritrovo in cui tenevansi adunanze 



(1) Carlo Arici - Avvenuta la rivoluzione fece parte del Governo 
Provvisorio, al ritorno degli Austriaci esulò in Francia ove prese mo- 
glie. Sotto il Regno Italico fu nominato sottoprefetto e Cavaliere della 
Legion d'Onore. Nel 1814 fece ritorno a vita privata; vendette una 
celebre libreria di libri bresciani con tanta fatica, raccolti da suo Padre, 
sostituendovi opere di economia politica. — Morì in Brescia. 

Giuseppe Lechi - Nominato dal Governo Provvisorio del 1797 
Comandante delle truppe cittadine, esulò in Francia nel 1799, e ri- 
tornò Generale vincitore nel 1800. — Si era arruolato giovanissimo 
nell' armata austriaca, e nella incominciata guerra contro i francesi 
servì coraggiosamente e intelligentemente per cui ottenne il grado di 
capitano, ma mentre era per passare maggiore, rinunciò e venne in 
patria ove tosto si dichiarò amico delle nuove idee. Radunati diversi 
amici, che seco lui convenivano in special modo alla Motta di Ghedi, 
organizzò la congiura contro la Repubblica Veneta e fondò a scopo 
di maggiore unione il Casino della Società dei Buoni Amici. Nel 1797 
fu il capitano della Rivoluzione per mezzo della quale sali poi ai mag- 
giori gradi militari. — Mori di colera in Brescia nel 1836. 



157 
tendenti a realizzare perniciose massime di insubordinazione, 
illimitata libertà ed assurda eguaglianza- L'Arici, il Conte 
Mazzuchelli ed i due fratelli Conti Lechi furono citati a 
Venezia ove dovettero comparire alla Bussola dei lagni, 
cioè alla porta del Consiglio dei X. Colà furono severa- 
mente ammoniti e minacciati di pene nel caso che conti- 
nuassero ad essere settatori ed a spargere riprovevoli mas- 
sime. Gli altri sopranominati furono per ordine del detto 
Consiglio fatti ammonire dal Podestà in Brescia, perchè 
« non si ritenevano settatori, ma solo imprudenti spacciatoli 
delle dette massime » (i). 

Lo stesso Podestà per ordine superiore fece chiudere 
il casino dei 'Buoni Amici e trasportare tutte le carte in 
Broletto. Non ostante tutto ciò i più ardenti non tacquero, 
né si acquetarono, per cui l'anno dopo gli Inquisitori ve- 



Angelo Lechi - Fratello del suddetto ma dotato di minore in- 
gegno dopo essersi distinto nel Governo Provvisorio percorse anch'esso 
la carriera militare fino al grado di Generale di brigata. Vi rinunciò 
nel 1814. 

Francesco Gambara - Immischiatosi nella Rivoluzione fu Coman- 
dante di militi, ma la sua disfatta a Salò diede testimonianza che man- 
cava di carattere e di preparazione militare. Andatogli a male il pa- 
trimonio visse scrivendo prose e poesie e sopra argomenti storici bre- 
sciani. — Morì nel 18 18 in un ronco da lui tenuto in usufrutto. 

Francesco e Gaetano Maggi - Furono del Governo Provvisorio. 
Gaetano fu benemerito per l'organizzazione delle scuole, uomo serio, 
onesto e molto stimato in città. 

Federico Mazzuchelli era l' anziano fra quei giovani congiurati 
essendo egli nato nell'anno 1757. Servì poi nell'esercito Napoleonico 
raggiungendovi il grado di Generale. Caduto 1' Impero e tornato in 
patria l'Austria lo volle tra i suoi e lo fece più tardi Tenente-Maresciallo. 

(1) Bazzoni - Annotazioni degli Inquisitori - Arch. Storico Ven., 
3 1 serie, voi. XI, parte 2 a , pag. 53 e seg.-Arch. di Stato. Brescia, a. 1796. 



158 

neti per nuove accuse fecero rinchiudere Carlo Arici nel 
Castello di Bergam ), il Conte Federico Mazzuchelli nel 
Castello S. Felice in Verona, Giuseppe Rampini e Pietro 
Nicolini nelle carceri di Brescia ove stettero parecchi 
mesi (i). Fu allora, cioè sulla fine del 1795, che Giuseppe 
Lechi incominciò le sue escursioni a Milano per stringere 
lega coi capi di alcune società segrete gallofile che colà 
si erano aumentate, e vi conobbe i primi emissari francesi, 
fra gli altri il Barella ed il Salvadori, tristo soggetto di 

O ' OD 

Modena, come lo dice il De-Castro 2), il quale Salvadori, 
avendo passato qualche anno addietro in Francia e divenuto 
famigliare a Marat, si mescolò nelle orgie sanguinose della 
Convenzione. Costoro si radunavano in casa Sopransi in via 
Rugabella; laccano parte di quella adunanza Rasori, Porro, 
Serbelloni, ed un Rosignoli piemontese così cupido e sgua- 
iato che rimproverò poscia Bonaparte di non averlo rimu- 
nerato de' suoi servigi (3). 

Sorgeva il 1796 ed il passaggio da Brescia degli emis- 
sari e dei fuorusciti aumentavo , ogni tanto capitavano 
anche delle signore gallofile, e fu allora che si videro per 
la prima volta in Brescia queste forestiere vestire alla 
ghigliottina od alla montanina, mode di odiosa sconve- 
nienza, contro cui Parini scrisse una delle migliori sue 
poesie per distogliere Silvia da tal foggia di vestito, non 
seguita dalle nostre signore, e deplorata anche dal popolo 



(1) Id. id. (vedi nota antec). 

(2) De-Castro - Milano e la Repubblica Cisalpina - Milano, Lihr. 
Dumolard, 1879. 

(3) Id. id. - Notizie contemporanee - f.° 3, esiste presso di me. 




Conte GIUSEPPE LECH1 
Pag. 156. 




Conte ANGELO LECHI 
Pag. 156. 



Generale Conte FEDERICO MAZZUCHELL1 
Pag. 156. 




Conte CARLO DICCO 
Pag. 156. 



1 59 

come si argomenta dalla bosinata di un nostro menestrello 
popolare in forma di dialogo in dialetto; la trovai tra carte 
dell'abate Bono, firmata Nicola Barbiere suonatore di chitarra. 

Betta — Me go est andando a messa 
A vigni che dent en Bressa 
Delle si ure al tòt sgolade 
Senza tresse e sparpajade 
Col bòst cùrt e le treerse 
Che parìa messe enverse 
Le ghia di òm con dei visticc 
Che calàa de quater dice 
Capei drit hastard e bass 
De fa rider anca i sass. 
El ma dise sior Fausti 
En che sito gale '1 ni 
De doe égnele ste siure? 

Fausti — El vistit de quele siure 
(se la dise netta e seieta 
ghè de pianser siura Betta) 
I la riama ghigliottina 
tnventat òna mattina 
Dal gran boja d' ossident 
Nel tajà el copi ala zent 
Quel vistit che come '1 sia 
Ga colpit la fantasia 
Dent nel sang 1' è statt en moja 
L' è enfamat per ma del boja. 

Si approssimava intanto il momento dell' invasione 
contro cui non eravi schierato che una parte dell'esercito 
austriaco, ed i prodi soldati piemontesi, ai quali poco o 
nulla portavano aiuto gli altri Stati d'Italia. Napoli avea 
bensì spediti al campo tre reggimenti di cavalleria, ma 
tentennava, Toscana dichiarossi neutrale coi suoi ministri 
più giacobini che italiani, Genova mercanteggiava, gli altri 
principati non davansi per intesi, e la generale inazione 



i6o 

non venne scossa uè dalle grida di Savoja, sentinella d'Italia, 

né dagli incitamenti della diplomazia, ne dalle preghiere 

degli antichi patriotti, uè dal canto dei bardi., a nome dei 

quali il Bettinelli, dopo la presa di Tolone, esortava l'Italia 

ad armarsi 

Mira e diffida di tue coste alpine 
De' sperati tesor figlia di Giano 
E tu 1' empie a fugar stragi e rapine 
Armi addoppia o Torino, armi Milano. 

Ecco di Tenda e Moncenisio in cima 

Qual gigante il terror con grido enorme 
Folgori e nembi a tutta Italia intima, 
Italia intanto di Babel sull' orme 
Ne' suoi dolci ozi in sua pigrizia opima 
Sorda al fischiar della procella: dorme. 

Nel 1795 le armate francesi tentarono aprirsi un varco 
ora pel Genovesato, ora pel Piemonte, ma le forze non 
erano ancora sufficienti per vincere gli Austriaci uniti ai 
Piemontesi, e frattanto Venezia cullavasi nella sua neu- 
tralità, e prodigando favori a Lallernant nuovo Ministro 
della Repubblica Francese per amicarselo, si inimicava 
i Governi di Vienna, di Berlino e di Londra ; il Senato 
continuava nell'inazione, uè si circondava di ciò che rende 
rispettato e temuto uno Stato, la forza, obbliando an- 
che uno de' più saggi principi politici. SI vis pacem para 
beli uni. 

Ma la designata invasione d' Italia dovea finalmente 
verificarsi. Fino al 1796 gli assalti francesi erano diretti 
più a distrarre le for/_e nemiche che ad invadere; ma se- 
gnato un trattato colla Toscana, cella Prussia, coll'Olanda 
e colla Spagna, la Francia trovossi più libera, aumentò 



x6i 

sollecita Tannata dell'Alpi che fu poi detta d'Italia e de- 
cise di invadere la patria nostra. 

Il Generale Scherer si dimise dal comando, e con De- 
creto del Direttorio 2 Marzo 1796 gli fu sostituito Bonaparte 
giovane di 26 anni, vivo, ardente, operoso, genio di guerra, 
il quale un mese dopo, preso il comando, muove le sue 
truppe, si caccia fra l'Appennino e l'Alpe e, sbucando nel 
centro delle due armate Austriaca e Piemontese, in venti 
giorni or l'ima or l'altra di qua di là le vinse a Monte- 
notte (12 Aprile', a Dego (15), a Mondovì (24), ed a Chi- 
vasso costrinse i Piemontesi ad una tregua (28) e prose- 
guendo invasioni e vittorie passa il Po a Piacenza (7 mag- 
gio), combattendo varca l'Adda sul ponte di Lodi (io) e 
si dirige alla Metropoli Lombarda. Le strepitose vittorie 
spaventano l'Arciduca Governatore che, nominata una con- 
sulta di cittadini pel reggimento del Ducato, abbandona 
colla sua corte la Lombardia. 

L'armata francese adunque era alle porte della Repub- 
blica Veneta la cui inqualificabile inerzia nella neutralità 
disarmata preparava la rovina di tutto e di tutti. 

Bergamo e Crema prime città di confine aveano una 
guarnigione militare che non oltrepassava fra tutte due il 
numero di 700 uomini, Brescia non ne aveva che 350, 
Orzinuovi, Pontevico, Asola, Lonato, Rocca d'Anto, Pe- 
schiera e Legnalo luoghi forti erano quasi del tutto di- 
sarmati. 

Le vive, urgenti rimostranze dei Rappresentanti Veneti 
in Bergamo, Brescia e Crema, non furono sufficienti a 
strappar dalle mani della Serenissima un soldato, un 



IÓ2 

cannone di più, e sì che le popolazioni, non solo a dir 
del Botta, ma anche secondo recenti scrittori e documenti 
pubblicati, se fossero state incoraggiate e sostenute dalla 
Serenissima avrebbero valorosamente difesa la patria contro 
la straniera invasione. 

Il Senato Veneto previde però che Austriaci e Fran- 
cesi inseguendosi 1' un 1' altro avrebbero passati i confini, 
e a tutto presidio della propria sovranità elesse il Cav. Ni- 
cola Foscarini a Provveditore Generale (i) di terra ferma 



(i) II 'Prove di I or Generale Fosca/ini. 

Alli Generali comandanti le truppe della Repubblica Francese in Italia. 

Mentre le replicate proteste del Direttorio esecutivo al Ministro 
della SereniS'.* repubblica di Venezia in Parigi j le proclamazioni del 
General Bonaparte publicate nel suo ingresso in Italia, e raccogli- 
mento l'atto alle truppe Francesi, nel Veneto Territorio, nei modi tutti, 
che l'ospitalità più amici dimanda, infondevano piena lusinga al Ve- 
neto Governo, che li soldati Francesi si avessero a contenere in quelli 
disciplina che le Leggi Militari e l'equità stessa reclamano: e mentre 
aveva questo diritto di attendersi che i di loro Generali secondando 
le rette intenzioni della loro Repubblica prestar si dovessero colla do- 
vuta energia ad impedir li disordini, ed a reprimere gli eccessi, gli è 
dolente al cuore del Veneto Proveditor Generale il vedersi defraudato 
di quella aspettazione, che un concorso di tante circostanze, e che 
l'armonia felicemente vigente Ira le due Repubbliche gli promettevano. 

Tutte le terre sull'una e l'altra riva dell'Adige, dove esistono le 
truppe della Repubblica Francese estendendosi lino a Castelnovo, e nei 
sobborghi stessi di questa città sono più o meno in preda alla licen- 
ziosità de' soldati. Li poveri villici sono derubati nei loro averi, e 
violentati nelle loro case : alcune anche incendiate, come successe a 
Castelnovo. Niente è sicuro dalle rapine. Pane, vino, foraggi e bovi, 
commestibili d' ogni specie, mobili, tutto è manomesso, ove più, ove 
meno: le loro mogli, le loro vite sono esposte, e già alcune ne ri- 
masero vittime innocenti. Li sacri tempii medesimi non sono rispet- 
tati, e nel Comun di Soave, dopo aver commessi molti danni a quelle 
famiglie, penetrati ieri nell'Oratorio di S. Antonio, derubato il danaro 
delle limosine, che si giaceva custodito, hanno aperta la custodia del 



i6 3 

col duplice incarico di mantenere la pace fra i cittadini e 
di far rispettare la neutralità dai belligeranti, e Commis- 
sari presso le armate i due patrizi veneti Francesco Bat- 
taglia e Nicola Erizzo. 

Era uso della Repubblica Veneta, sancito anche dagli 
Statuti, di non dare mai il comando delle truppe di terra 
ferma ad un patrizio Veneziano, ma bensì ad altri e più 
spesso ad un assoldato forestiero; onde poi le azioni guer- 
resche di costui fossero sorvegliate spedivasi al campo un 



Santuario, rapiti li vasi sacri, e spezzate le sacre pietre dell'Altare. Cre- 
scente ogni dì più il cumolo di tali violenze contrarie ali i reali prin- 
cipii della Repubblica Francese, inutili fino ad ora riuscite le verbali, 
e scritte rapresentazioni a Generali, che comandano le di lei truppe, 
efficacemente instando che vogliano alla fine realizzare con ordini ri- 
soluti, e severi quella disciplina, che si richiede nel Territorio di un 
Principe neutro ed amico: nella conformità della di cui condotta per 
il corso intero delle presenti combustioni la Francia e l'Europa tutta 
ebbe a riconoscere la costanza e l' ingenuità delle proprie intenzioni , 
e la disciplina, e la moderazione essendo i pri-ncipii che il Governo 
Veneto vuole egualmente osservate da suoi sudditi, il Proveditor Ge- 
nerale ha compiacenza di vedere per i fatti medesimi reso manifesto 
quanto a fronte delle sofferte sciagure abbiano li sudditi saputo ri- 
spettare li commandi della Repubblica. Ma egli nel tempo stesso, a 
scanso di sua responsabilità non può dispensarsi dal far conoscere che 
qualora per parte de' Generali Francesi non vengano prontamente a 
farsi cessare tanti disordini non potrebbe, malgrado proprio rendersi 
responsabile, né potrebbero ne meno cadere a caiico del Governo 
quelle conseguenze alle quali il dolore degli afflitti territoriali spo- 
gliati delle loro proprietà potesse condurli, oltrepassando qnelle misure 
di temperanza che ha sempre procurato, né cesserà di loro inspirare. 
Nella viva amarezza il Veneto Proveditor Generale di trovarsi 
obbligato di fare una tale dichiarazione, non sa abbandonare ancora 
la fiducia che dando li Comandanti Francesi quel giusto peso, che 
conviene alle sue rappresentazioni, eglino non sieno per cooperare 
dal canto proprio al prezioso oggetto della comune tranquillità che 
tanto interessa li rispettivi governi, e per mantenere la quale non si 



i64 

Patrizio col titolo di Provveditor Generale la cai presenza 
fra l'esercito, se qualche volta tornò vantaggiosa, più spesso 
toglieva al comandante in capo la libertà di piani di guerra 
o ne inceppava i movimenti. 

I Provveditori venivano spediti anche presso i quar- 
tieri generali di eserciti forestieri che passassero pel terri- 
torio della Repubblica, come in questo nostro caso, per 
difendere i cittadini dalle angherie di guerra e far rispet- 
tare dagli ospiti la neutralità. Il Foscarini adunque ebbe 
quel duplice incarico, ma senza soldati, senza cannoni, 
senza munizioni, senza forza dovea tenere in calma ed in 



lascerà per parte Veneta di vigilare con ogni cura, severamente casti- 
gando coloro de' proprii sudditi, che osassero turbarla 
Verona 13 : Agosto 1796 

Foscarini Proveditor Generale. 
Risposta 

Verona 27 Thermidor (17 Agosto) 
anno quarto della Repubblica. 
Berthier General di brigata comandante le truppe Francesi nella città 
e cittadella di Verona al Sig. r Proveditor Generale per la Re- 
pubblica di Venezia in Verona. 

Ho communicato, Sig:" la lettera che voi mi avete fatto l'onore 
di scrivermi ieri, al Generale divisionario Augerau, che prenderà le 
misure, die la sua saviezza ed il suo amore per 1' ordine e la disci- 
plina gli detteranno sugli argomenti contenuti nella medesima. Per 
me, o Sig:", non posso far altro che testimoniarvi li miei dispiaceri 
sopra gli eccessi, che voi mi denunziate, ed assicurarvi insieme della 
mia ferma risoluzione di prevenirli con tutti que' mezzi che la Legge 
ha messo in mio potere. Sono nella lusinghevole speranza, che eglino 
non si rinnoveranno più ; e già preveggo, che l' accordo il più per- 
fetto stringerà più che mai i legami dell' amicizia che esiste fra le 
due nazioni. 

Vi prego di ess re certo della mia somma considerazione pei voi, 
o Sig: r Proveditor. Berthier. 



.6 5 

rispetto cittadini e stranieri armati - quanto tosse mise- 
randa e vigliacca la pretesa del Senato ognuno l' intende. 
E questo procedere senza vigore, e quasi da inesperti 
fanciulli, si manifestava anche nella istruzione che il Go- 
verno dava a suoi rappresentanti, « Nel caso, scriveva egli, 
di possibili passaggi di frappe sarà della vostra osatela di 
mantenere le disposizioni vostre in quella innocuità di riserva 
che è dimandata dalla delicatezza dei pubblici rispetti, ve- 
gliando ad un tempo perchè tutto proceda in quei modi tran- 
quilli non compromettenti- i pubblici riguardi ... ed eserciterete 
tutta la vigilanza onde mantenere la necessaria disciplina e 



Armata d' Italia 
Libertà. Eguaglianza. 

Dal Quartier Generale di Verona li 29 Thermidor \ 16 Agosto) anno 

quarto della Repubblica Francese, una ed indivisibile. Il General 

di divisione Augerau a suoi fratelli d'armi. 
Camerati 

Voi avete vinto il nemico, voi 1' avete scacciato dall' Italia. La 
Francia intera deve questi successi al vostro coraggio ed alla vostra 
intrepidezza. Voi vi siete coperti di allori e di glorie: ma, statene certi, 
che esistono fra voi degli uomini perversi, che cercano oscurare tante 
belle azioni. Questi uomini privi di costumi non cercano che il disor- 
dine ; Il saccheggio, la violenza, e l'assassinio sono al colmo. Arre- 
state questi scellerati, e conduceteli ai vostri capi, afinche la legge li 
punisca. Che essi non suppongano giammai che io sia per tollerare 
le loro birbanterie che disonorano l'intera nazione: nò certamente, ve 
lo giuro, che se contro la mia aspettazione simili disordini non ces- 
seranno, io farò fucilare irremisibilmente tutti quelli, che saranno ar- 
restati. Un simile passo costerà caro al mio cuore, ma egli si rende 
troppo necessario. Io non voglio più vedere queste abbominazioni, ed 
il soffrirle più a lungo sarebbe lo stesso che rendermi più colpevole 
di loro medesimi. Bravi soldati, e il vostro Generale, e li vostri Ca- 
merati vi invitano a rientrare neh' ordine. Ricordatevi che per essere 
Repubblicani bisogna essere virtuosi. 



i66 

buon ordine onde corrano le cose in modo che non venga al- 
terata quella tranquillità a cui specialmente saranno rivolte 
le vostre sollecitudini (i). 

I Milanesi meravigliati e sbigottiti a tanto fulmine di 
guerra mandarono tosto ambasciatori incontro al vittorioso 
Bonaparte due decurioni cittadini, Giuseppe Resta e Franco 
Mel^i. A Melegnano s' incontrarono col vincitore, e pre- 
sentandogli le chiavi di Milano impetrarono fossero salve 
e rispettate le proprietà, la religione e la vita dei citta- 




Truppe Venete 

dini, ed il grande Capitano tutto promise e, racconta nelle 
sue memorie, che da quel di cominciò la sua stima pel 
Melzi serbato poi ai più alti onori. 

Il primo ad entrare in Milano fu Masseria ai 14 Mag- 
gio ed entrò alla testa del suo corpo militare in mezzo 
ad alto silenzio della popolazione. Solochè mentre sfilava 



(1) Raccolta Cronol. ragion, di docum. ined. 1. e. p. 97, Tom. I. 



i6 7 

la truppa un irate zoccolante si pose a gettar coccarde 
gridando evviva! ma pochissimi fecero eco fi); qualche 
ora dopo entrò Bonaparte, indi Saliceti 2) Commissario 
della Repubblica Fraucese — « Era un esercito di recìnte 
(( di giovani, mancavano di vesti, dì scarpe, non di gloria e 
« di buon umore, lì popolo mi un lo accorse, si divertì, si in- 
a uà moro di quei brillante Slato Maggiore, delle divise tur- 
« chine, di fiuto quell'oro, di quelle fascio, di quei cimieri da 
« teatro, di quegli eroi un po' da teatro. Tel momento non 




l mmik^^mm 




Truppe Veneta 

(( vidde che la parte bella luccicante, gli ufficiali coprivano 
« per così dire i soldati, le splendide assise e i cenci; l'oggi 
(( non lasciava prevedere il domani. Sono seduzioni ottiche 
« che producono grande effetto, che determinano i primi giu- 



(i) Melzi, Voi. I, pag. 144. 

(2) Nato in Bastia nel 1757. Fu terrorista e votò per la morte 
di Luigi XVI. Morì improvvisamente in Napoli nel Dicembre 1809. 



i68 

« J/^i; por/?/' jtf/mo sottrarvisi; pochi sanno rivolgersi quelle 
« serie considerazioni che dimenano la gioia del momento col 
«pensiero dell'avvenire » (i). 

I Francesi, scrive il Verri testimonio oculare, accam- 
pavano senza tende, senza compassata forma, erano vestiti 
con colori diversi e stracciati, alcuni non avevano ne scarpe 
né armi, stavano in sentinella sedendo; anziché d'un eser- 
cito aveano l'aspetto d'una popolazione arditamente uscita 
dal suo paese per invadere le vicine contrade (2). 




Truppe Venete 

Bonaparte alloggiato nel palazzo Serbelloni da quel dì 
decise la conquista di tutta la Lombardia fino ni Mincio. 
Ed infatti ad una deputazione di noti demagoghi milanesi 
disse con mezza verità e mezza menzogna: « Voi dunque 
sarete liberi e vivrete più sicuri dei Francesi. Gli abitanti 



(1) De Castro Gio. - Milano e la Repubblica Cisalpina. Milano, 

1879, P a £- 6/- 

(2) Cantù. Cronistoria, Voi. I, pag. 98. 



169 
del vostro stato sommeranno a quattro cinque milioni. 
Tutti i Cispadani, Bergamo, Crema e Brescia sono per voi. 
Milano sarà a capo ;i ». — E frattanto il Veneto Seuato 
dormiva m braccio alla neutralità disarmata. 

Fermossi Bonaparte a Milano dieci giorni, e molteplici 
erano le cause che lo trattennero nella Metropoli Lom- 
barda ; prima di tutto il riposo dell' armata dopo tante 
rapide marcie e combattimenti, poi sopravenne la solleva- 
zione di Pavia e suo contado contro gli invasori, la quale 




Grosse Cavaler.e 



Hussard 
Truppe Francesi 



Art'flerie à cheval 



Bonaparte soffocò col cannone, col saccheggio e cogli in- 
cendi, indi la ratifica dell'armistizio con Ercole III Duca 
di Modena, a cui imponeva il pagamento di io milioni 
di contribuzioni in viveri e la consegna di molte opere d'arte, 
che mandò a Parigi con quelle portate via da Parma. 

Per amicarsi poi i Giacobini Lombardi fece deportare 
a Cuneo i sessanta Nobili Decurioni, compreso il Melzi, 



(1) Melzi, Voi. I, pag. 145. 



n 



ed nlla Giunta di Governo lasci;. ta dall' Arciduca sostituì 
una Congrega/ione ed una nuova Municipalità, ma l'una e 
l'altra dipendenti da un governo militare col titolo appro- 
priatissimo di Agenzia, e i tre Agenti furono tre francesi 
Morin, Reboul e Patrand, ed aveva pieni poteri anche quel 
Despinoy(i y detto per la sua furia il generale vcntiqnat? or&. 




L ccr d'Infanterie Inf nt:ne Grem ier Voltieeur Cu de éné' 

Truppe Francesi 

Ma il Direttorio a Parigi e Tarmata volevano denaro, 
quindi si saccheggiò il Banco di S. Ambrogio, il Monte 
di Pietà, il Fondo di religione, ed a chi ebbe il coraggio 
di lamentarsi Masseria rispondeva : « Credi forse tu che 
io abbia da lavorare ogni dì senza mandare a casa mia il 



(i) Il Conte Giacinto-Francesco-Giuseppe Despinoy nacque a Va- 
lenciennes il 25 Maggio 1764, e mori nel 1848. Entrato a 'ó anni 
nell'armata francese, nominalo generale di brigata il 2} Giugno 179}. 
funzionò da capo di Stato Maggiore di Dugommier nell'armata dèi 
Pirenei-Orientali tino all'agosto 1794. Fece la campagna d'Ita'ia con 
Bonaparte nel j 796, prese Milano, e fu promosso generale di divi- 
sione. Comandò poi varie piazze - Perp'gnan, Alessandria (Piemonte), 
Strasbourg, e altre. - Fu degli aderenti alla ristorazione, e proseguì 
la carriera militare. Scrisse un poema - Cothiluina 011 les Amis rivaux - 
ad imitazione d'Ossian. 



171 

premio di tanta faticr. ? E ciò che non lece M.assena lo 
fece l'Agenzia, la grande ladrona, come la chiamò un Gia- 
cobino d'allora, la quale rubò quanti cavalli più potè, mise 
balzelli, ed in pochi giorni un prestito di due milioni col- 
l'aggiunta d'altri tre poco dopo. L'armata avea bisogno di 
tutto e dovea mantenersi a spese d' Italia, perchè il Di- 




Gcnerale Despinov 

rettorio non voleva, né forse potea, mantenerla ed andava 
scrivendo ai suoi vittoriosi rappresentanti, 1' Italia è ricca, 
mungetela. 

Frattanto Bonaparte scriveva due documenti, il primo 
indirizzato al Popolo d' Italia, l'altro al Direttorio; e questi 
due documenti, osserva il Iung nel suo recente ed inte- 
ressante lavoro su Bonaparte, furono stesi non solo nello 



I 7 2 

stesso mese, ma probabilmente nello stesso giorno. Il primo 
dunque diceva : « Popolo d' Italia ! L'armata d' Italia (cioè 
di Francia) viene per rompere le vostre catene. Il popolo 
francese è l'amico di tutti i popoli, venite con confidenza 
innanzi a lui », ed il secondo inviato al Direttorio diceva: 
« Noi tireremo da questo paese venti milioni di contri- 
buzioni, questa contrada è una delle più ricche dell' uni- 
verso » (i). 

Bonaparte dopo la sosta di Milano levava gli accam- 
pamenti e dirigevasi alla volta di Brescia. 



(i) Th. Iung - Bonaparte et son temps 1/69-1799. Paris, Char- 
pentier, 1881, 3* edit., Tom. Ili, pag. 172. 



LE ARMATE BELLIGERANTI 

NELLA PROVINCIA DI BRESCIA 



Il 9 Maggio l' Arciduca Ferdinando Governatore di 
Lombardia partì da Milano e giunse a Bergamo alle 6 
pom., colà pernottò ,ed al mezzodì del io arrivò a Brescia 
passando frammezzo al materiale dell' armata austriaca di 
cui un corpo era arrivato, con un centinaio di prigionieri 
francesi, il giorno prima con militi affamati e stanchi e si 
era fermato lungo lo stradale di S. Giovanni ed in Campo 
Fiera. Nello stesso giorno passò anche il Co: Witsek ple- 
nipotenziario imperiale a Milano (i). L' Arciduca entrato 
in città non si fermò al Gambero che due ore intanto che 
il mastro di posta approntava i cavalli per la sua carrozza 
e per quelle del seguito. Erano con lui Maria Beatrice 
d' Este sua consorte, il Principe Albani, la maggiordama 
Marchesa Cusani, il maggiore Litta e suo fratello membro 



(i) Raccolta Cronol. ragionata di documenti inediti s. a. Voi. I, 
pag. 98. 



i 7 4 

della Giunta straordinaria Lisciata dall'Arciduca al governo 

di Milano, ed il Co: Emanuele Remitez. 

Due giorni dopo giunse altra truppa austriaca che fece 
sosta per due giorni lungo la via di circonvallazione da 
porta S. Giovanni a Torrelunga, finalmente gli ultimi 
drappelli de' vinti passarono il giorno 13. Gli Austriaci 



CORA^ZJERfc 2AHPAT0RE CACCIATORA 







* 



1 ™ 



II ili 



Truppe Tedesche 

rispettarono la neutralità e nessun armato varcò le porte 
della città. La maggior parte de' cittadini non avevano mai 
veduti soldati austriaci e non nutrendo per essi ne pre- 
dilezione, uè odio, spinti da naturale curiosità molti sali- 
vano sulle mura, altri li trattavano con singolare confi- 
denza (1). 

(1) Brogxoli, 1. e. I, p. 21 — Piccixelli - Raccolta di novità, 
Voi. I, mss. presso il Sig. Lodovico Guarneri di Cazzago. 



'75 

Intanto sicure notizie annunciavano al Mócenigo che i 

Francesi volevano entrare nel territorio della Repubblica. 

Il Senato avea già n< minato quale Provveditore sti aor- 
dinario in terra ferma, con residenza in Verona, il Nob. 
Uomo Foscarini affinchè per ogni evenienza potesse ridursi 
in una sola mano il potere della provincia e la corrispon- 



ARTIttUERl 




Truppa Tedesch 



denza col Governo di S. Marco, e nello stesso tempo av- 
visava il Podestà Mócenigo che se i Francesi avessero 
varcato l'Oglio andasse loro incontro, ed usando ogni ri- 
guardo, ricordasse al comandante il rispetto alla neutra- 
lità col non entrare nella città murata e col trattare quali 
amici i sudditi nostri. Il Mócenigo non ostanti che pre- 
vedesse nei Francesi la rovina delle patrie istituzioni oh- 



i 7 6 

bedì (i). Nella notte del 24-25 Maggio l'armata francese, 
lasciata la Lombardia austriaca, passava l'Oglio ad Urago, 
e tanto poca era la simpatia del nostro popolo per essa, 
che a Chiari, non ancor giunta l'avanguardia, si chiusero 
tutte le botteghe e le case, mettendosi gli abitanti in 
somma paura ed agitazione ; lasciando deserte le vie, e 
l 5 unico che mosse incontro festoso ai vincitori fu il pos- 
sidente Paolo Bigoni noto per le sue idee gallofile (2). 
Il timore di quella gente proveniva dalle notizie di ciò 
che 1 Francesi avevano consumato nei territori di Milano, 
Lodi e Pavia, cioè le minacele, le angherie ed i saccheggi 
di ogni cosa più o meno necessaria all'armata. Ed il ti- 
more non fu vano. Appena che la truppa francese avea 
passato l'Oglio un corpo di militi si staccò dagli altri, e 
sparsosi per la campagna prese quasi d'assalto le ville e le 
case coloniche, e minacciando e maltrattando que' poveri 
villici esportava biade, tieni ed ogni raccolto lasciandoli 
privi d'ogni bene. Il Sig. Frugoni (3), che nella sua qua- 
lità di provveditore del Mercato Grani di Brescia, trova- 
vasi in que' giorni vicino all'Oglio, ha parole meste per 
quella povera gente, e lamenta quelle deplorevoli scorrerie 
e saccheggi in territorio neutrale; e mentre ciò succedeva, 
il general Rusca al servizio de' Francesi, a capo della sua 



(1) Brognoli, 1. e. — Avanzini, 1. e. 

(2) Balladore Giobatta - Zibaldone degli avvenimenti seguiti 
al tempo del passaggio delle truppe belligeranti da Chiari nel 1796. 
Mss. presso i suoi eredi in Chiari. — Piccinelli - Raccolta di notizie 
mss. Voi. I, presso il Sig. Lodovico Guarneri in Cazzago. 

(3) Frugoni - Relazione al Governo di Brescia - Doc. mss. presso 
l'egregio avv. Pietro Frugoni. 



177 
divisione (i), incontrava n Coccaglio il rappresentante Ve- 
ne , :o Mocenigo, al quale assicurò che l' armata francese 
avrebbe rispettate le proprietà e le persone, come era con- 



Gen. Francesco Rusca 



veniente in paese neutrale, e gli prometteva che nessun 
soldato sarebbe entrato in Brescia, ma rello stesso tempo 



(i) Francesco Rusca nativo di Mondovì (secondo il Papi Comm. 
della Rivol. Frane, Voi. I, Lib. 5, pag. 21) o di Nizza (secondo Beau- 
champs Biogr. Univ.) 1761-1813) prima medico, poi giacobino, poi 
aiutante-generale militare, indi generale di brigata, e come tale venne 
a Brescia. Ferito a Salò ebbe il grado di luogotenente-generale. Ca- 
de in disgrazia di Napoleone nel 1799. Richiamato al servizio nel 
1807 perdette la vita combattendo in Svizzera nel 1813. Fu il braccio 
destro di Aufirerau. 



i 7 8 

chiedevagli il favore di lasciare entrare gli ufficiali perchè 
meglio potessero rifocillarsi e riposarsi dopo le subite fa- 
tiche, ed il Podestà credette di concedere il chiesto per- 
messo. 

Finita la conversazione il Moeenigo invitò il generale 
ad ascendere sulla sua carrozza ed insieme s'indirizzarono 
verso la città, ove arrivati il generale discese nella casa 
(ora Finadri a S. Ambrogio N. 15) posseduta dai Rusca 
negozianti liguri, parenti del generale (1), ed il Podestà 
chiamati a sé alcuni nobili cittadini li pregò di dare ospi- 
talità nelle loro case agli ufficiali francesi che stavano per 
giungere. 

Fd infatti poche ore dopo in sul vespro (vigilia della 
festa del Corpus Domini comparvero ad un tratto sotto 
Brescia 8 mila Francesi e furono condotti ad accampare 
nella spianata del Vescovo Inori di Canton Mombello. 
Pochi cittadini uscirono di città, ma fitta folla erasi finta 
sulle mura a vedere lo spettacolo per essa strano di 
quella moltitudine di soldati malamente ed in diverse 
foggie vestiti ed armati; e da quella folla non un grido, 
non un atto. Messi in campo i soldati gli affidali innon- 
darono la città, ed il Vescovo stante questo insolito mo- 
vimento sospese la processione del Corpus Domini, che 
dovea il domani solennizzarsi (2). Nel giorno 26 altro 
corpo francese, che aveva passato 1' Oglio a Solicino, ed 
avea rispettata la fortezza d' Orzinuovi, si incamminava 
verso Brescia ; il grosso dell' armata francese comparve 

(1) Gambara - Ragionamenti di Storia patria, Voi. , pag. 

(2) Avanzini 1. e. 



179 
sotto la nostra città il giorno 27 mattina con alla testa il 
Generale in capo Bonaparte col suo Stato Maggiore. Entrò 
in città ricevuto a porta S. Nazzaro dal Rappresentante 
Veneto e dal general Rusca, e volendo egli riposarsi più 
vicino che fosse al suo esercito, accampato alla spianata 
del Vescovo e lungo gli stradali di Venezia e di Mantova, 
scelse per sua abitazione il monastero dei Benedettini in 
S. Eufemia a porta Torlunga, e l'ab. di governo l'erudito 
D. Mauro Soldo (1} patrizio bresciano cedette al giovane 
condottiero il suo appartamento, il cellerario cedette il 
suo agli aiutanti di Bonaparte. Berthier (2) pose il suo 
ufficio nel palazzo Bargnani (ora Liceo). A Masseria (3) 
fu assegnato un quartiere in casa Fenaroli via Marsala 17, 
il Commissario generale Flament a casa Calini ai Fiumi, 
Lamberti in casa Gambata via Battaglie, Augerau al Gam- 
bero, la Posta in casa Rizzardi in Paganora, e la Cassa di 
guerra in casa Fisogni a S. M. Calcherà. 

Nella sera dello stesso giorno Bonaparte, dopo un col- 
loquio col Mocenigo, nella sala di ricevimento dell' abate 
radunò un Consiglio di guerra, indi presa la penna in parte 
scrisse ed in parte dettò lettere ed ordini che leggonsi nella 
corrispondenza, scritti circa la mezzanotte del 27-28 (4). 

Il suo piano di guerra, in quel Consiglio approvato, era 
il seguente : spedire un corpo a Salò e Desenzano tìngendo 



(1) Avanzini e Picclnelli 1. e. 

(2) Berthier capo di Stato Maggiore, Principe di Wagram e di 
Neuchatel, nato a Versailles 175 3- 181 5. 

(3) Massena Andrea Duca di Rivoli, Principe d' Esling, nato a 
Nizza 1758-1817. 

(4) Corrisp. di Napoleone I. - Parigi 1858. 



di voler tagliare la ritirata all' armata austriaca verso il 
Tirolo, radunare il resto delle truppe nelle campagne di 
Montechiaro, Castiglione e Solferino pronte ad attaccare 
gli Austriaci a Borghetto, sforzando il passo di quel ponte, 
e portarsi sulla riva sinistra del Mincio. Mentre però questo 




NAPOLEONE BONAPARTK 

genio di guerra si apprestava a dar battaglia sul Mincio 
era ancora sotto 1' influenza di inquietanti impressioni. 
Carnot gli avea scritto da Parigi che 1' armata Francese 
in Italia dovesse dividersi iti due eserciti, che F uno con 
Bonaparte continuasse a battere gli Austriaci, e l'altro con 
Kellerman discendesse per la penisola a levar denari e far 
conoscere la potenza francese al Papa, a Napoli, agli In- 
glesi guardanti i porti Italiani. 



i8i 

Tale ordine spiacque al giovane condottiero, e baldo 
della sua vittoriosa situazione annunciava a Carnot che si 
sarebbe dimesso se in Italia si tosse spezzata 1' unità del 
comando. Nel dì che Bonaparte stava in Brescia ancora 
non era venuta a tale proposito l'ultima parola da Parigi; 
e lo inquietava anche la resistenza che i Tedeschi prolun- 
gavano nel Castello di Milano, e spesso gli ritornava alla 
mente eziandio l'opposizione armata che avea sofferta dalla 
popolazione del contado milanese e della Città e Provincia 
di Pavia ch'egli ed i suoi chiamarono tosto ribellione; e 
sotto quest'ultima impressione scrisse da Brescia il giorno 
28 un proclama al popolo milanese contro i ribelli e lo 
mandò al generale Despinoy da stamparsi con lettera ed 
ordini severi militari (1). 

Il giorno 28 1' armata francese a norma degli ordini 
dati si mosse, e Bonaparte prima di portarsi a Calcinato, 
scelto a stanza del Quartier Generale, fece stampare quel 
famoso proclama, detto nella Storia il Manifesto di Brescia, 
che la mattina del 29 comparve appiccicato sugli angoli 
della Città colla data dello stesso giorno. 

Ecco il manifesto : 

Anno IV della Repubblica Francese 
una indtvisibile 

Libertà Eguaglianza 

^Alla Repubblica Veneta. 
Egli è per liberare le più belle contrade d'Europa dal 
giogo di ferro dell'orgogliosa casa d'Austria che l'armata 



(1) Id. id. ]. e. 20 Maggio 1796. 



182 

Francese ha trovati ostacoli più difficili da sormontare, e 
la vittoria d'accordo colla giustizia hanno coronati i suoi 
sforzi. Gli avanzi dell'armata nemica si sono ritirati di là 
del Mincio. L'armata francese passa per seguirla nel terri- 
torio della Repubblica Veneta. La religione, gli usi, le 
proprietà saranno rispettate; che i popoli sicno tranquilli. 
La più severa disciplina sarà sempre mantenuta; tutto ciò 
che sarà amministrato (?) all'armata sarà esattamente pa- 
gato in denaro. Il Generale in capite impegna gli ufficiali 
della Repubblica Veneta, li Magistrati e li Preti a far co- 
noscere i suoi sentimenti al popolo, affinchè la confidenza 
consolidi l'amicizia che dopo tanto tempo unisce le due 
nazioni. Fedele nel cammino dell' onore come in quello 
della vittoria il soldato francese non è terribile che per 
1' inimico della sua libertà e del suo governo. 

Brescia 29 Maggio 1796, Anno IV della Repubblica Francese 
una ed indivisibile. 

BONAPARTE. 

Il Gen. di Divisione Capo dello Stato Maggiore 
dell' armata d' Italia 

Berthier. 

Nel quale manifesto Bonaparte prometteva rispetto an- 
che verso le proprietà. Ma ne' pochi giorni da che il suo 
esercito era entrato nella nostra Provincia aveva già recati 
gravissimi danni at possidenti facendo requisizioni senza 
compensi, calpestando ogni sorta di seminati, estorquendo 
dai Comuni denari e viveri senza pagare di questi il prezzo, 
e, mentre Bonaparte scriveva il manifesto, il Rappresentante 
Veneto riceveva proteste e lamenti dai possidenti, proteste 



i8 3 

e lamenti eli 1 egli mandava a Venezia, tacendosi frattanto 
quasi mallevadore presso i danneggiati allineile non avve- 
nissero reazioni. 

Bonaparte parla di rispetto,, ma non protesta di voler 
eseguire le leggi e le esigenze della neutralità, alle quali 
era già sua intenzione di non sottoporsi. Ed infatti par- 
tendo egli da Brescia dichiarò con altro proclama che la- 
sciava qui il Comandante Tulliè a reggere la piazza, co- 
mechè Brescia fosse città francese, e questo fu il primo 
suo atto di lesa neutralità ; il secondo poi lo compì il 
Tulliè, imperocché nel giorno 30 Maggio fece quietamente 
entrare in città circa mille soldati occupando tosto il Se- 
minario Vescovile convertendolo in Ospedale Militare (1) 
e parte dei Monasteri di S. Domenico e di S. Alessandro 
per la truppa, di S. Faustino per gli ufficiali e la parte 
coperta del Duomo Nuovo per magazzeno di fieno e biade; 
e così Brescia fu militarmente occupata. Il Mocenigo pro- 
testò, chiese istruzioni al Provveditore , dal quale però non 
ebbe risposta. 

Che faceva frattanto il governo Veneto? che l'esercito 
Austriaco ? 

Pochi giorni prima della battaglia di Lodi il Veneto 
Senato spediva a Peschiera il colonnello Gio. Antonio Car- 
rara coli' ingiunzione di non lasciar entrare in quella for- 
tezza né Tedeschi ne Francesi. 



(1) Avanzini 1. e. - Piccinelli 1. e. Voi. I, pag. 61. - L'antico 
Seminario da quel dì serve ancora di Ospedale Militare ed al Semi- 
nario fu dato in compenso il Convento di S. Pietro a cui più tardi si 
aggiunse il Convento di S. Cristo. 



184 

Il Carrara arrivato a Peschiera si spaventò della con- 
dizione di quel forte arnese, « e se voghamo farla da pa- 
droni, scriveva egli al Provveditore, è spedlente spedirmi 
uomini e materiale dì guerra. Sessanta invalidi formano la 
guarnigione, le artiglierìe sono smontate scn^a corrispondenti 
letti, la piarci possiede solo cento libre di cattiva polvere, le 
fortificazioni sono in sommo disordine, i ponti levatoi non si 
possono aliare, gli esteriori sono sen\a palizzate e le pianta- 
gioni degli alberi occupano perfino le strade coperte (i). 

A questo straziante rapporto il Provveditore non ri- 
spose, e mentre i Francesi si avvicinavano a Brescia il 
Supremo Comandante Austriaco con pretesto che Peschiera 
nello stato in cui si trovava era da considerarsi piuttosto 
un campo aperto che fortificato ordinò al gen. Liptav (2) 
di occuparlo, ed inflitti vi entrò nel giorno 25 Maggio, 
impotente il Carrara a tenerlo fuori. Alcuni storici dicono 
che gli Austriaci hanno allora occupata Peschiera perchè 
i Francesi aveano militarmente occupata Brescia, ma ci 
sembra impossibile che il Comandante Austriaco si sia 
valso di questo pretesto per realizzare quella occupazione, 
impeiocchè nel dì che Liptav entrava in Peschiera i Fran- 
cesi non aveano ancora occupata Brescia uè gli altri luoghi 
forti del nostro territorio. 

Dal dì del combattimento di Lodi, io Maggie, fino al 29 
dello stesso mese Bonaparte non schierò più sua armata 
in battaglia e frattanto Beaulieu condotto il suo deci- 



(1) Dispaccio del Col. Carrara agli Inquisit. di Stato 24 Maggio 
nella Raccolta cronologica ragionata 1. e. Tom. I, pag 150 e seg. 

(2) Liptay Ant. n. a Izuscry 1728, m. per ferita a Padova 1800. 



i8j 

mato esercito sul Mincio preparossi alla difesa. Avuti 
alcuni rinforzi dal Tirolo, munita Mantova di soldati e 
di vettovaglie,, appoggiando la sua destra a Peschiera ed il 
suo centro in Valeggio con un'avanguardia di sette mila 
combattenti in Borghetto al di qua del Mincio e colla 
riserva a Villafranca, attese il nemico. Bonaparte non die- 
desi pensiero di Mantova, ma guardò a Peschiera e fece 
verso quella fortezza appoggiare la sua ala sinistra affinchè 
tormentasse colà il nemico per fargli supporre che volesse 
girare il lago e precludergli la ritirata verso il Tirolo. 
Da che era venuto da Francia Bonaparte, dice il Thiers, 
non avea mai potuto, anche per le difficoltà dei luoghi, 
usare della sua cavalleria poco addestrata alle cariche e 
temente la cavalleria austriaca, la quale, e insieme l'alleata 
napoletana sotto gli ordini del Principe Cutò, godeva fama 
di peritissima in guerra, e, specialmeute nelle difficili riti- 
rate, aveva resi importanti servigi e recati gravi danni ai 
Francesi. Volle adunque Bonaparte ad ogni patto far battere 
la propria cavalleria, ed appoggiatala a destra ed a sinistra 
colla infanteria e colla artiglieria, ordinò a Murat (i) che 
piombasse sul nemico a Borghetto. Il cozzo fu agli Au- 
striaci fatale, ed il bollente Murat fece far prodigi a suoi 
cavalieri ed assicurò la sua fama. Il nemico si ritirò di là 
del ponte indi ne fece saltare un arco per impedire che 
lo si seguisse, ma un branco di granatieri condotti dal 
generale Gardanne (2) guadarono il fiume tenendo fuor 
d'acqua le armi e sorpresero la retroguardia austriaca che 



(1) Murat ri. nel 1767, m. nel 181 5. 

(2) Gardanne n. a Marsiglia nel 1766, m. nel 1816. 



£86 

si ritirava verso Verona. Il combattimento incominciato 
alle 8 del mattino ebbe fine alle 2 pom. Quando Bona- 
parte passò il ponte poco mancò che rimanesse prigioniero 
di un corpo austriaco, il quale dal basso Mincio saliva per 
unirsi a Beaulieu. Pensò allora di formarsi una guardia 
personale, e sempre dappoi l'ebbe d' intorno fino alla sua 
finale caduta. 

Beaulieu (i) perduta la battaglia ordinò tosto a Liptay 
di abbandonare Peschiera e difendere la ritirata, come fece, 
ed alle cinque pom. la fortezza non aveva più Austriaci ; 
un' ora dopo entravano Augereau (2) e Berthier. Il primo 
ricevette sdegnoso il veneto colonnello Carrara, mentre il 
secondo, scrive il Carrara, « si portò con somma civiltà al mio 
alloggio con molti ufficiali e mi chiese da mangiare » (3). 

Il Provveditore Foscarini, all' arrivo sotto Verona dei 
primi Austriaci annunziatiti la disfatta, atterrito spedì im- 
mediatamente il Tenente Colonnello Giacomo Giusti presso 
il generale Francese a Valeggio « a complimentarlo a di lui 
« nome e della Repubblica, esibendogli di prestarsi con tutto 
« V impegno per somministrargli ciò che occorresse a lui ed 
« all'armata da lui dipendente in quanto coincidere potessero 
« le regole della perfetta neutralità » (4) e nello stesso tempo 
consegnava al Giusti pel Bonaparte un foglio col quale la 
Repubblica Veneta domandava i risarcimenti per presta- 



(1) Beaulieu Pietro feld maresciallo n. nel Brabante il 1725, ni. a 
Linz nel 1819. 

(2) Augerau Pietro Francesco n da un mercante di frutta, creato 
poi Duca di Castiglione (1757-1816). 

(3) Raccolta Cronologica 1. e. Voi. I, pag. 115. 

(4) Storia Diplom. 1. e. pag. 316 e seg. 



i8 7 
zioni e pc; danni infetti dalle truppe francesi ai suoi sud- 
diti di Brescia e Crema. 

Compì il Giusti da gentiluomo la sua missione nelle 
prime ore del giorno 31, ma Bonaparte letto il foglio 
« Ho ben altro, disse, di che lamentarmi, vi sono dei fatti 
che valgono assai più dei piccoli danni recati dalle mie 
truppe. La Repubblica Veneta lasciò entrare gli Austriaci 
in Peschiera contro le regole della vantata neutralità e 
tenne per tanto tempo ospite in Verona il nemico della 
Repubblica Francese fratello del condannato Re » e volendo 
il Colonnello giustificare il proprio governo fu da Bona- 
parte licenziato dicendogli : « Fate sapere al Provveditore 
che si trovi oggi in Peschiera ove ci vedremo e parleremo 
non potendo io accettare scuse col me%{0 di un ufficiale ben- 
ché gradualo » (1). 

Il Giusti lasciò il campo francese e corse difilato a 
Verona a render conto di sua missione al Provveditore. 
Il Foscarini, che nella sua lunga carriera diplomatica avea 
dato prove di destrezza e di fermo carattere, in questa 
occasione partecipò alla debolezza d'animo ed alle peritanze 
da cui era affetto il suo governo. Al racconto che gli fece 
il Giusti crebbero i suoi timori e prima di partire per 
Peschiera scriveva al Senato: « Parto sul momento e conduco 
meco il circospetto Segretario, Dio voglia benedire i miei voti, 
il mio olocausto pel bene della patria » (2), parole che troppo 
chiaramente indicavano lo stato dell'animo suo. Il ricevi- 
mento che gli fece il Bonaparte non fu infatti il più lu- 



(1) Race. Cronol. Storica 1. e. pag. 116. 

(2) Storia Dipi. 1. e. p. 167. 



lòò 

singhiero. Erano presenti al dialogo il generale Berthier 

e Rocco Sanfermo segretario del Provveditore. 

A Bonaparte era insopportabile il rispetto alla neutra- 
lità proclamata da Venezia ; egli nella sfrenata sua corsa 
di guerra non volea né impedimenti, nò riguardi, e nella 
sua albagìa voleva che nulla fosse a lui di ostacolo; egli 
in quel giorno si sentiva non solo fortunato guerriero, ma 
dittatore, re, dispositore d'ogni cosa. In tale stato d'animo 
gridò e si lamentò col Foscarini, contro la Repubblica 
Veneta perchè avea lasciati entrare gli Austriaci in Pe- 
schiera, per guadagnare la quale, disse con vera menzogna 
che avea sacrificato 1500 uomini, e si lamentò perchè il 
Senato avea dato ricetto a tanti emigrati e specialmente 
per due anni al Conte di Lilla pretendente al trono di 
Francia, che se poi era stato sfrattato ciò non era avve- 
nuto per spontanea volontà della Repubblica ma solo per 
timore « e questi, soggiungeva egli, sono ben maggiori delitti 
che quello di dlcuui danni recati a Crema ed a Brescia da 
miei soldati (1). Lo sbigottito Foscarini difese se stesso e 
la Repubblica, ma Bonaparte coli' aspetto sempre adirato 
disse, con altra menzogna, di aver ricevuto ordine dal Di- 
rettorio di abbruciare Verona se non gliela avessero con- 
segnata pacificamente e che già il general Massena era in 
viaggio per eseguir l'ordine. « Ogni sito sformo, scriveva il 
Foscarini al Senato, per convincere od attenuare almeno nel- 
l' animo di questo giovane generale ebbro di ambizione e di 
gloria il senso violento che avea manifestato fu vano e non 



(1) Raccolta Cron. ragionata 1. e. png. 119. 



1 89 
potei ottenere altro che una dilazione di ore » 1 1 concessa 
come il vincitore detta legge al vinto. 

1/ aspetto dell'intimorito Provveditore, e la disarmata 
neutralità della nostra Repubblica aveano incitato il Bona- 
parte a maggiormente spaventare l' Inviato Veneziano, che 
così bene, pur troppo, rappresentava gli errori e la debo- 
lezza della Regina del mare. Lo stesso Bonaparte nel suo 
Dispaccio 20 Luglio al Direttorio (2) confessa di avere in 
quell'occasione mentito e che ciò avea tatto per intimo- 
rire, riuscendovi perfettamente. 

Terminato il colloquio il Foscarini ritornò a Verona 
ed ordinò al generale Salimbeni di ricevere in città il ge- 
nerale Massena colla sua divisione, la quale entrava infatti 
il giorno i* Giugno. 

Non è a dire quanto sgomento e quanta indignazione 
fosse negli animi de' Veronesi, quanto il dolore di Ve- 
nezia appena corsa la notizia di sì finto procedere del Bo- 
naparte (3). « Nel Senato, scriveva Gasparo Lippamano al 
Quirini ambasciator Veneto a Parigi, il dolore, la confusione, 
V imbarderò ed il [errore sono in tutti gli ordini e nella faccia 
d'i tutti. Onesto eccesso di malafede non me lo sarei aspettato ». 
E sebbene Bonaparte lasciasse ancora in Verona il governo 
civile in mano della Repubblica « pure da questo dì inco- 
minciò la caduta della Repubblica » (4). Gli storici del Bo- 
naparte, compreso Thiers, passano sopra a queste iniquità, 



(1) Race. Cron. ragionata 1. e. pag. 120. 

(2) Correspondence de Napoleon I. Doe. X. 770. 

(3) Sariatti Mem. del Doge Lodovico Manin. Venezia 1886, p.XLII. 

(4) Race. Cron. ragionata 1. e. pag. 122. 



9 o 

esclama qui un recente storico Francese (i) « e ciò mostra 
qua! fede meritano le apologie del e Bonaparte sulla caduta 
della Repubblica veneta. Le minacele e le confessioni erano 
indegne della Francia. Se invece di mostrarsi sommesso Fo- 
scarini avesse fatto suonare a stormo, se il Senato avesse ri- 
sposto coli' armamento delle lagune, se la Venezia tutta si 
fosse sollevata^ vi sarebbero state molte vittime, molte città 
avrebbero sofferto, ma la Repubblica sarebbe stata salva, come 
lo furo) io la Spagna nel 1810 e la Russia nel 18 12. Il pa- 
triottismo non ha gradi e la diseredazione degli Stati auto- 
rità ogni sollevazione, ogni rappresaglia. Gli storici Francesi 
abbagliati dalla gloria imperiale non condannarono le male 
arti contro Venefici, tua non per questo la storia deve sempre 
inchinarsi, e dimentica de' suoi doveri perpetuamente far di 
cappello al successo » (2). 

Subito dopo il combattimento di Borghetto una sta- 
fetta che era diretta a Milano portò a Mocenigo una let- 
tera del Bonaparte con cui gli annunciava la riportata vit- 
toria (3). E quando Mocemgo seppe che il Provveditore 
non si oppose all' entrata de' Francesi in Verona, disse 
all' amico suo il Conte Francesco Martinengo Cesaresco : 
« Il leone si è addormentato e quando si sveglierà non 
troverà più le sue ali sul dorso, uè il suo libro fra le 
zampe, e non sarà più il leoa di S. Marco » (4). 



(1) Caduta d'una Repubblica - scritta da Edmondo Bonnal trad. 
dell'Ughi. Venezia 1881, pag. 69. 

(2) Bonnal 1. e. pag. 69-70. 

(3) Corresp. de Nap. I. 

(4) Udita dalla bocca stessa del Conte Prancesco Martinengo Ce- 
saresco amico del Mocenigo. 



191 

Il Provveditore Foscarini corrucciato pel trattamento 
usatogli da Bonaparte e per la previsione della prossima 
totale rovina della patria ottenne dal Senato d'essere tolto 
dalla carica che occupava. I Savi allora sapendo essere il 
loro collega Francesco Battaggia, Commissario presso l'e- 
sercito francese, in buoni rapporti con Bonaparte, lo pro- 
posero successore al Foscarini, sperando forse che colla sua 
parola potesse indurre a più miti propositi il fortunato 
guerriero. 

Il perchè un giorno della prima metà di Giugno com- 
parve in Brescia il nuovo Provveditore rrendendo alloggio 
nel Monastero di S. Faustino maggiore, abitazione che ri- 
tenne fino alla sua cacciata da Brescia (Marzo 1797). Fran- 
cesco Battaggia di illustre famiglia nacque in Venezia nel 
1743 da Giovanni ed Elisabetta Corner. Ebbe la sua prima 
educazione in famiglia, compiuta poi in Padova. Giovane 
ancora ebbe posto in Senato. Dicesi che a lui presto arri- 
dessero le massime francesi, ma forse più ancora il pen- 
siero di riforme a più libero reggimento della Repubblica. 
Entrato nel collegio de' Savi votò sempre per la neutralità 
disarmata. 

Scelto insieme all'altro patrizio Nicola Erizzo Commis- 
sari del Governo di S. Marco presso gli eserciti belligeranti, 
il Battaggia vide Bonaparte e tosto divenne ammiratore del 
suo genio, del suo carattere, della sua attività. Egli aveva 
avuti dal suo governo ampli poteri nel territorio fra l'Adda 
ed il Mincio, che era già tutto occupato dai Francesi. 

Nella amministrazione dell' alta sua carica si trovò in 
disaccordo coi Podestà di Brescia, Bergamo e Crema pa- 



192 

trizii veneziani e franchi conservatori. I gallofili bresciani 
lo vedevano di mal occhio quale rappresentante di S. Marco, 
i conservatori lo accusavano come troppo francese, e gli 
uni egli altri non Mi negavano l' interesse che metteva a 
prò di cittadini, perchè se il Battaggia fu parco ed equivoco 
colle sue relazioni al Senato facendo nascere in Venezia 
dei dubbi intorno alla sua patriottica fede, ninno tuttavia 
dimenticò la ditesa della giustizia pel benessere economico 
dei cittadini. 

Fanno testimonianza la difesa del Cardinal di Ferrara 
al cospetto di Bonaparte, le sue discussioni con Saliceti af- 
finchè mettesse un argine all' ingordigia dei Commissari 
ed appaltatori dell'armata, che pretendevano più del dop- 
pio di quello che ai corpi militari abbisognasse, ed ottenne 
poi diminuzione di ingiuste imposizioni. Verso la Repub- 
blica fu ne' suoi atti più passivo che attivo, come poco 
si curava di frenare i gallofili e i giacobini della città. 

Con tutto ciò scoppiata la Bresciana rivoluzione Marzo 
1797) fu dai Bresciani scacciato e nessuno lo pianse. Rice- 
vuto in Venezia udì essere dai vecchi patrizii accusato di 
tradimento, eppure il governo lo annoverò fra gli Avogadori. 

Entrati poco dopo i Francesi in Venezia il Battaggia si 
corruccio quando vide la Regina del mare tutta schiava di 
Francia ed ancor più si addolorò quando Bonaparte, in cui 
egli avea posta tanta fiducia, vendette Venezia all'Austria 
col trattato di Campoformio, e la terra ferma fino all'Adige; 
ed al suo dolore non sopravisse, essendo morto nel 1799. 

Il primo Giugno arrivarono in Brescia i prigionieri 
fatti a Boi-ghetto, fra i quali il Principe Cutò ferito alla 



193 
testa ed il Tenente Colonnelli) Agostino Colonna di Sti- 
gliano Comandanti della cavalleria Napoletana e furono 
condotti nel Monastero di S. Faustino (i). 

E frattanto la società Bresciana sbalordita dinnanzi a 
tanto strepito di guerra chiedeva notizie intorno a quel 
giovane condottiero che fino allora potea dire come Cesare 
— veni, vidi, vici. Noi immaginiamo che cosa avranno 
risposto i baldi ufficiali francesi, i cortigiani del generale e 
gli emissari del Direttorio, ma quei racconti non erano 
né potevano essere storia, bensì entusiastiche parenesi del 
giovane Corso. 

La storia vera lasciò che la passata generazione nar- 
rasse, scrivesse, elogiasse fin che ^olea, ma frattanto essa 
considerava, esaminava i fatti, le memorie ed i documenti 
e, sceverando il vero dal falso 1' esagerato dal positivo, è 
oggi in grado di giudicare il Bonaparte tal quale visse 
ed operò. 

Il giovane condottiero era Corso ed ancora non avea 
26 anni quando venne in Brescia. x\veva temperamento, 
istinti, passioni ed immaginazione in modo smisurato, non 
somigliava punto a suoi concittadini, a suoi contemporanei 
ma pareva uomo d'altra razza, d'altra età. 

Allevato a spese del Re in una scuola francese a Brienne 
si dichiarò apertamente Corso con Paoli. Passato nel Col- 
legio militare a Parigi perseverò ne' suoi sentimenti. Corso 
di nazione e di carattere, scriveva allora il suo professore di 
storia, « Bonaparte andrà lontano se le circostanze saranno 



(1) Avanzini, pag. 8 - Moresca, pag. 38. 



194 

a lui favorevoli ». Uscito dalla scuola di oruarni^ione in 
Valenza e ad Auxonne volle farsi scrittore, ma poco cono- 
sceva l'ortografìa, dice Taine (i), ignorava l'arte della lingua, 
il senso proprio delle parole, la mutua convenienza delle 
frasi, egli camminava violentemente secondo i dettami 
dell' indole sin attraverso ad incoerenze, ad italianismi, a 
solecismi, per inesperienza, per eccesso di ardore e di foga ; 
solo alcuni pochi concetti indicavano che la stoffa di quel 
giovane era fine e fuor della comune. Bonaparte mante- 
nuto nei due collegi a spese del pubblico erario, non sentì 
di prender parte per l'antico regime, gli piacque però di 
essere gentiluomo, ringraziò, e nuli' altro. Povero, tor- 
mentato dall' ambizione, lettore di Rousseau, patrocinato 
da Ravnal, Bonaparte parla col gergo dei tempi, ma non 
gli crede, le frasi di moda sono per lui un decente 
drappo d'accademia; non è vinto nò dal berretto rosso, né 
dalla illusione democratica, non prova che disgusto per 
la rivoluzione effettiva e per la sovranità del popolaccio. 
Essendo in congedo il 20 Giugno 1792 nel forte della 
lotta fra la monarchia ed i rivoluzionari assiste come sem- 
plice curioso all' invasione delle Tuilleries, e vedendo ad 
una finestra il re coperto con un berretto rosso esclama 
con voce abbastanza alta : oh ! che minchione ; come si è 
lasciata entrare questa canaglia, si dovrebbe spazzarne coi 
cannoni qualche centinaio, ed il resto andrà da se. — Il io 
Agosto al suono delle campane a martello il suo disprezzo 



(1) Bonaparte scrisse : T)iscours sur les verilcs qu' ils importe le 
plus d'iuculqticr aux hommes pour leu) bonheur. Lettres de la Corse de- 
diees a l'abbi Raynal ijgo. 



195 
è uguale così pel re come pel popolo. In seguito forzato 
il castello percorre le Tuilleries, guarda, osserva e non 
fa motto ; nessuna delle credenze politiche e sociali che 
avevano allora tanto impero sopra gli uomini ha potere 
sopra di lui; riflessivo, non pensa che al suo io. Prima 
del 9 termidoro sembra un repubblicano montagnardo e 
va per qualche mese in Provenza ed al fianco di Robe- 
spierre, il giovane vede per la prima volta l'Italia, ma 
dopo quel dì si toglie bruscamente da quella amicizia com- 
promettente. Ritorna a Parigi, rifiuta d'andare in Vandea ; 
il giacobinismo tramontava ed esdi si avvicina ai Termi- 
doriani ed alla loro Ninfa Egeria, Madama Tallien, presso 
la quale conobbe per la prima volta Giuseppina Beauhar- 
nais ed il generale fioche suo rivale. Egli però si mette 
sotto il patronato di Barras il più sfrontato dei rivoluzio- 
nari che avea rovesciato e tatti uccidere due suoi protet- 
tori, uno de' quali il Beauharnais. Fra il fanatismo che 
invade ed i partiti che si urtano, il giovane Corso rimane 
freddo, indifferente, disponibile e solo devoto alla sua for- 
tuna. Quando la Convenzione citò Paoli a Parigi egli 
scrisse per difenderlo, ma quando Paoli gli confidò che 
volea staccarsi di Francia appoggiandosi all' Inghilterra la 
ruppe con lui, e fu allora che l'Assemblea Corsa dichiarò 
i Bonaparte perturbatori dell' ordine pubblico. Fu spedito 
quale capitano d' artiglieria al 6° reggimento all' assedio 
di Lione difesa dai federalisti contro la centralizzazione. 
Vinta Lione ritornò a Parigi e presentossi a Barras con 
espressioni sì esagerate di demagogia che gli accrebbero 
le simpatie del protettore il quale soleva dire « come non 



avrei amato Bonaparte che tanto somigliava a Marat ch'io 
adorai ». Barras ottenne che il giovane capitano d' arti- 
glieria fojse nominato capo di battaglione e spedito all'as- 
sedio di Tolone difesa dagli inglesi ed alleati, e colà ebbe 
il comando d'artiglieria. A iuta Tolone a Bonaparte si attri- 
buirono anche i meriti di Masse uà ; e ritornato a Parigi 
nel Comitato di salute pubblica dispiegò dinnanzi a Carnot 
talenti topografici. Barras il 12 vendemmiale lo chiama 
e gli chiede se seutivasi in caso di sbarazzare le Tuilleries 
dai Convenzionalisti. Bonaparte prende pochi minuti per 
riflettere poi decide di far scomparire il Comitato di Sa- 
lute Pubblica sostituendo 1' impero della forza a quello 
della libertà licenziosa. Impianta l'artiglieria in taccia alla 
via di S. Onorato ed inesorabilmente mitraglia le sezioni 
di S. Rocco e la tur ha ammutinata, e lascia dietro a se 
tre o quattrocento ira uccisi e feriti ; così arriva fino alle 
Tuilleries. Fu questa la prima sconfitta della piazza, fat- 
tosi per tal modo condottiero diventa di più in più indi- 
pendente e sotto 1' apparenza della sommissione, col pre- 
testo del pubblico interesse comincia a fare il suo, egli 
è già per suo conto generale e condottiero della più grande 
specie. Egli aspira già alle più alte sommità senza punti 
di fermata, se non anche la ghigliottina od il trono. Il 
vecchio Schòrer condottiero della così detta armata d'Italia 
dovea essere sostituito; Bonaparte e la futura sua sposa 
si agitano, brigano e cospirano ed il generaletto viene pre- 
ferito a Massena e ad Hochc e nominato generale dell'ar- 
mata d' Italia. Sposata Giuseppina parte per Nizza e da 
quel dì impone a se stesso un programma e un contegno; 



i 9 7 
i vai fulminei tengono a distanza e intimoriscono i più 
audaci. Nel suo passaggio da Lione l'ammiraglio Decres 

amico suo va a visitarlo, io corro, scrive egli, pieno di 
contentezza, si- apre la porta vado per abbracciarlo, quando 
il suo contegno, il suo sguardo, la sua voce mi arrestano. 
Nulla vi era in lui di ingiurioso, ma da quel dì non tentai 
più di avvicinarmi a lui. 

Arrivato a Nizza trova 36 mila francesi o, come al- 
lora diceasi, giacobini senza vesti, senza denaro, senza ca- 
valli, senza provvigioni, ma pieni di coraggio, di ardore 
repubblicano, e frammezzo a loro dei valenti capitani. 
Bonaparte saluta tutti ma si astiene da ogni famigliarità 
repubblicana, smette il tu caratteristico dei democratici, 
si atteggia seriamente a capo d'armata ed impone benché 
sia il più giovane di età. Ai generali distribuisce quattro 
luigi per uno, ed ai soldati dice : « Voi malpasciuti, voi 
malvestiti, ed il Governo, che a voi deve tutto, per voi 
nulla fa, ma io vi condurrò nel paradiso terrestre, colà 
piani ubertosi, grandi città, tante provincie. Là vi aspet- 
tano onore, gloria, amore, ricchezze ». 

Arriva in Albenga ove pone il suo Quartiere generale 
e vi chiama i generali di divisione ad udire i suoi or- 
dini. Quei generali sono maldisposti verso il piccolo con- 
dottiero spedito da Parigi, il favorito di Barras, il mitra- 
gliatore vendemmiano orenerale di città. Così dicea il 
rustico ed eroico Augereau riero della sua alta statura e 
prodezza nell'armi, figlio della piazza. Sono introdotti da 
Bonaparte il quale, fattosi prima attendere, compare ve- 
stito colla sua solita giubba, colla spada al fianco, si copre 



198 

il capo, gira su tutti i generali un vivissimo sguardo scru- 
tatore, spiega le sue disposizioni, dà i suoi ordini, indi si 
congeda. Augereau resta muto e non è che fuor di quella 
casa che è capace di dire parole piazzaiuole, e conviene 
con Masseria che quel piccolo arnese di generale gli ha 
fatto paura e non può comprendere la for^a da cui si sentì 
schiacciato al primo colpo d'occhio che vibrò su di lui. 

L'armata Francese finalmente si mosse e noi già con- 
siderammo le pronte vittorie ed i segnalati trionfi dall'Alpi 
a Milano. Notiamo però che la storia della brillante cam- 
pagna d'Italia, quale si apprende oggi dai documenti, risulta 
un po' diversa da quella trasmessaci da Bonaparte stesso 
nell'epistolario, nella corrispondenza col Direttorio e nel 
memoriale di Sant' Elena, e da quella che Thiers ed altri 
storici raccolsero dagli innamorati veterani. A Montenotte 
chi riparò alcuni sbagli di Bonaparte fu Massella, a Dego 
e Mondovì Augereau ed il suo braccio destro occuparono 
le posizioni senza ordini e decisero della vittoria, ma Bo- 
naparte comparve sempre a tempo per attribuirsi tutto il 
merito, uè c'era alcuno che volesse o potesse dire il con- 
trario. 

Le trattative di Cherasco fecero perdere de' giorni pre- 
ziosi e diedero tempo a Beaulieu di eseguire ordinatamente 
la sua ritirata a proteggere la quale lasciò 5 mila uomini 
sulla sinistra dell'Adda. Bonaparte giunse sull'altra sponda, 
battè il nemico e passò il ponte, ma gli Austriaci, secondo 
gli odierni tattici, aveano raggiunto il loro scopo e s' ap- 
poggiano al Mincio non molestati perchè Bonaparte non 
li insegue ma si volge verso Milano. 



199 
Quest'ultimo fatto d'armi non tu una battaglia, disse 
Bonaparte al Vescovo di Lodi che lo visitava, fu poco 
più d'una scaramuccia ; ma pei suoi fini volle tosse cal- 
colata come una grande battaglia che incoronava la con- 
quista della Lombardia Austriaca. Ed intatti nella sua cor- 
rispondenza col Direttorio magnificava quel combattimento, 
e da quel dì trovossi abbastanza torte e potente da scri- 
vere al Direttorio ciò che voleva; da quel dì cominciò 
a fare da sé non chiedendo il di farsi, ma solo annun- 
ciando ciò che avea fatto. La spiegata sua alterezza gli 
procurò alacri nemici nel Governo di Parigi, ma nessuno 
avea coraggio di abbassare un uomo che in poco più di 
un mese avea conquistato tanto paese ed avea mandato 
milioni e capilavori d' arte a Parigi. Bonaparte era pa- 
drone della sua posizione e poco gli importava di Italiani 
e di Francesi ; era pronto a barattare i primi coi Paesi 
Bassi e ad annientare la democrazia dei secondi; non pen- 
sava che a sé stesso ed alla sua gloria. Dopo l'occupazione 
di Verona Bonaparte cominciò a fare da sé il Politico ed 
il Diplomatico; si indirizzava ai Ministri accreditati presso 
s:li Stati, trattava con amici e nemici, indi scriveva a Pa- 
rigi, ma, dice il Bonnat, la sua diplomazia si risolveva 
nell'arte di costringere più che di persuadere. 

Ecco coni' era quel fortunato e valoroso guerriero di 
cui i Bresciani andavano chiedendo notizie e che rivede- 
vano di nuovo in Brescia ai 5 Giugno. E noi a comple- 
tare il ritratto morale del Bonaparte termineremo questo 
capitolo narrando un fatto successo nella nostra città qual- 
che giorno dopo la battaglia di Borghetto. 



200 

Andata a male la prima proposta d' una lega italica 
contro la Francia, il Governo di Napoli si era collegato 
cogli Inglesi e cogli Austriaci, ed a Tolone si distinsero 
coi primi i suoi granatieri, e coi secondi la sua cavalleria; 
ma fattasi dalla Francia la pace colla Spagna, col Pie- 
monte, colla Toscana, il Re di Napoli si decise di ini- 
ziare anch' esso delle trattative col Bonaparte e si stabili 
un armistizio a patto che il campo militare napoletano 
unito agli austriaci ritornasse a Napoli. Richiamato allora 
da Madrid il suo rappresentante D. Antonio Pignatelli 
Principe di Belmontc lo mandò a trattare col vincitore 
dell'alta Italia. La scelta tu ottima perchè quel gentiluomo 
era dotato di molta intelligenza e di estese cognizioni, 
abituato agli affari, di carattere fermo, di modi gentili era 
quindi assai adatto alle circostanze di que' giorni, e tornò 
a sua lode che In uno dei pochi venuti al cospetto di 
Bonaparte non intimidito nò ammaliato dal suo sguardo 
o dalla sua parola. Belmontc si portò in Toscana ove da 
Manfredini hi presentato a Miot ministro francese che gli 
si offerse pacero. Da Firenze venne a Crema credendo che 
colà tosse Bonaparte, ma gii si disse che aveva presa la 
via di Brescia. Corse qui, e il generale era partito per 
Calcinato. Lasciata la sua carrozza all' albergo del Gam- 
bero, col corriere Gomez in una specie di calesse a quattro 
ruote col solo abito che si trovava in dosso arrivò a Cal- 
cinato ove udì che il generale erasi già portato agli avam- 
posti. Aspettò fino al seguente mattino in cui seppe della 
battaglia di Borghetto e della prigionia dei suoi concitta- 
dini Principe Cutò ed Agostino Colonna. Il 31 si portò a 



201 

Valèggio mentre Bonaparte era già a Peschiera, ove lo rag- 
giunse. Alle 9 del mattino dello stesso giorno fu intro- 
dotto dal generale clic lo ricevette con cortesia ma con 
un tono di superiorità. Consegnate le credenziali ed esposto 
il desiderio di pace per parte del suo Re, Belmonte chiese 
la conferma dell'armistizio :he in massima non fu da Bo- 
naparte rifiutata; ma quando si avviarono le trattative per 
la pace incominciarono le gravose esigenze del Generale, 
con franchezza e forza dal Belmonte ripudiate. Si batte- 
rono per più di tre ore, e finirono a non accordarsi. Bo- 
naparte malcontento di aver dinnanzi un uomo che non 
si piegava a suoi voleri conchiuse: « Veggo che le vostre 
istruzioni non sono d'accordo colle mie, dovremmo dispu- 
tare ancora, per molte ore, ed io sono così affollato d'af- 
fari che non ho tempo. Dopo domani sarò libero e mi 
porterò a Brescia per poi passare a Milano ove troverò 
Miot e Saliceti ». Belmonte acconsentì, e lasciata Peschiera 
giunse qui il 2 Giugno smontando all'Albergo del Gam- 
bero. Bonaparte dovea trovarsi in Brescia il 3 ma invece 
mandò lettera di scusa pel ritardo, e frattanto Y Inviato 
delle Due Sicilie visitava in S. Faustino i militi napole- 
tani. La sera del 4 giunse inaspettato in Brescia Miot, 
stanco di attendere il Bonaparte a Milano, e scese alla 
Regina d' Inghilterra (1). Belmonte fu a visitarlo e da lui 
seppe che Azara ministro di Spagna e fanatico gallofilo 
brigava con Saliceti perchè non si accettasse 1' armistizio 



(1) Ora casa del Conte A. di Zoppola, Via Trieste, 34. 



202 

con Napoli come dannoso alla Francia. Il 5 ritornò in 
Brescia Bonaparte e, rifiutato uno splendido alloggio pro- 
postogli, volle ritornare presso F abate di Sant' Eufemia. 
Miot fu subito da lui, e nella stessa sala di ricevimento 
dell' abate si ripresero le trattative fra Bonaparte e Bei- 
monte alla presenza di Miot ; qui lasciamo la parola al 
sig. Maresca che sopra documenti Francesi e Napoletani 
ricostituì non è molto la storia della pace fra le Due Si- 
cilie e Francia nel 1796, interessante lavoro che ha un 
capitolo intitolato « Armistizio di Brescia » (1). Miot fu 
prima solo da Bonaparte e fece to.»to cadere il discorso 
sulla presenza di Belmonte a Brescia e gli propose di 
mettere fri le condizioni dell* armistizio la chiusura dei 
porti del Regno agi' Inglesi, ma Bonaparte, che già aveva 
avuto agio di notare dai discorsi tenuti coli' inviato napo- 
letano che non era cosa facile ad ottenersi, rispose brusca- 
mente, essere questa politica da diplomatici, pel momento 
far d'uopo stipulare che Napoli ritirasse immediatamente 
le truppe che aveva nell'esercito austriaco. Egli fece l'elo- 
gio di queste : « Sapete che hanno- quattro eccellenti reg- 
gimenti di cavalleria che mi hanno cagionato molto male 
e di cui mi sta a cuore sbarazzarmi il più presto possi- 
bile? » Terminò dicendo che gli facesse venire Belmonte 
ed il trattato sarebbe presto conchiuso. Belmonte venne 
ed in presenza di Miot si ripigliò la discussione special- 
mente su due punti rimasti controversi, cioè l'invio d'un 



(1) Maresca Benedetto - La Pace del 1796 fra le Due Sicilie 
e la Francia, studiata sui documenti dell' Arch. di Stato di Napoli. 
Ivi. Nicola Iovene 1887, pag. 50 e seg. 



203 
Ministro napoletano a Parigi ed il chiudere i porti agli 
Inglesi. Si cominciò dal secondo argomento e si dibattè 
a lungo cercando Miot di moderare le idee di Bonapartc. 
Questi si mostrò persuaso in parte, ma replicò : « Sarà 
dunque possibile che mentre regni una sospensione di 
ostilità tra le due potenze, e che la cavalleria napoletana 
si separa dalla austriaca, i legni da guerra napoletani si 
mantengano uniti alla squadra inglese? Questa sarebbe una 
mostruosità. Bisogna che ritornino nei loro porti ». Oh ! 
questo poi no, rispose Belmonte, oltre l' incertezza degli 
avvenimenti del mare volete voi che restino in sequestro 
durante l'armistizio? Io non posso acconsentirvi, come non 
posso consentire a qualunque sospensione di ostilità sul 
mare, se questa non sia reciproca, per assicurarmi contro 
qualunque intrapresa della squadra di Tolone. 

Allora Miot ripigliò, — io vi metterò d' accordo. Con- 
chiudendosi 1' armistizio cessano le ostilità sul continente 
e la cavalleria napoletana si separa dagli Austriaci ; non 
è vero? Or bene fate lo stesso per mare. Ecco l'articolo 
che vi propongo: « La sospensione d'armi avrà luogo sul 
mare fra le squadre delle due potenze, durante la quale 
i vascelli di guerra di S. M. il Re di Napoli si separe- 
ranno al più presto possibile dalla squadra inglese ». 
Questo articolo concilia tutto : si evita la mostruosità di 
battersi in mare mentre esiste un armistizio in terra: si 
assicura la corte di Napoli durante 1* armistizio dalle in- 
traprese della squadra di Toione e si lasciano in libertà 
i legni napoletani, separati una volta dagli inglesi, di an- 
dare liberamente e sicuramente ove meglio loro convenga 



204 

e di riunirsi anche di nuovo alla sguadra inglese qualora 
rompendosi o terminando P armistizio si ripigliassero le 
ostilità. 

Questo articolo così modificato da Miot non sconve- 
niva a Belmonte e finì per accettarlo. Si parlò poi del- 
l' invio del Ministro napoletano a Parigi per la pace. Bei- 
monte volea che le trattative di pace fossero fatte a Basilea 
od in qualche altra città neutrale ma non a Parigi, e Bo- 
naparte si ostinò per ottenere, come esso diceva, questa 
specie di deferenza dovuta alla superiorità della Repubblica 
Francese. Per la stessa ragione Belmonte si mantenne 
fermo nella negativa non ostante le congiunte premure 
di Bonaparte e Miot. Anzi furono più d' una volta sul 
punto di separarsi senza concluder nulla, quando Miot dopo 
aver riflettuto alquanto parlò così : ce Noi aspettiamo fra 
inorili le risoluzioni del Direttorio sul luo^o in cui vi 
saranno uno o più plenipotenziari francesi per trattar la 
pace, questo luogo può essere Basilea, Genova, Firenze o 
altro simile. Può anche essere che il Direttorio voglia 
assolutamente trattar la pace a Parigi. Or ditemi voi si- 
gnor Principe, in quest' ultimo caso vorrà forse la corte 
di Napoli tralasciare di far la pace per non mandare uno 
o più plenipotenziari a Parigi ? Belmonte rispose non po- 
terlo asserire con sicurezza per non conoscete le inten- 
zioni della sua corte ; questa certamente esser risoluta a 
tar la pace purché le condizioni ne fossero eque ed ono- 
revoli e venissero precedute da un armistizio: potere forse 
per conseguenza condiscendere all'invio di un negoziatore 
a Parigi ; in quanto a sé però non avere la facoltà di 



2.>5 

permetterlo nò molto meno di stipularlo. Ebbene^ soggiunse 
Miot, prendiamo un mezzo termine e, senza nominar Pa- 
rigi diciamo nel luogo che verrà designato dal Direttorio 
esecutivo. Però Belmonte oppose che la forinola da lui 
proposta al Generale nelle conferenze di Peschiera era più 
che sutficente dicendo : « dai rispettivi plenipotenziari nel 
luogo a tal effetto designato ». Allora Bonaparte si alzò 
dalla sua sedia, prese il cappello e si avviò verso la pòrta 
dicendo : « Vedo bene che non volete conchiudere nulla. 
Ho fretta di andare a Mihno, i cavalli son pronti, vado 
a mettermi in carrozza, ma prima vi dichiaro che ogni 
negoziazione resta rotta fra noi, e, se il volete, da Milano 
ve lo dichiarerò per scritto ». La situazione di Belmonte 
diventava critica ; Bonaparte era già fuori della stanza, 
Miot prendeva anch' egli il suo cappello per andarsene. 
Se si fosse perduto quel momento 1' armistizio o non si 
sarebbe più conchiuso o si sarebbe dovuto trattare a Mi- 
lano dove la presenza di Azara avrebbe guaste o almeno 
rese difficili le trattative. Costretto dunque dalla necessità 
acconsentì che si dicesse : « nel luogo designato dal Dlret- 
torlo ». Allora Miot richiamò Bonaparte nella stanza. Si 
venne all' ultimo articolo sul passaggio del corriere e su 
questo non sorse alcuna discussione. Così fu convenuto 
F armistizio. Però Bonaparte stava per partire e disse a 
Belmonte di recarsi a Milano ove si sarebbero messi in 
netto e sottoscritto gli articoli. Belmonte rispose che lo 
avrebbe seguito a Milano a condizione però che 1' armi- 
stizio portasse la data di Brescia e del 5 Giugno in cui 
si era convenuto. Volle questo perchè pubblicandosi Par- 



206 

mistizio con la data di Brescia e non di Milano non si 
sarebbe potuto credere che Azara, che era a Milano in qua- 
lità di Ministro spagnolo avesse avuto parte nei negoziati 
o nella conclusione di esso. Bonaparte assenti e s' avviò 
verso Milano, ove due ore dopo lo seguì anche Belmonte. 
Questo diplomatico-militare episodio ebbe luogo nella sala 
di ricevimento dell'abate dello storico monastero di S. Eu- 
femia tramutato in caserma militare. 



-isws- mi. -e*e- -©+e- -©a- 






LA GUERRA CONTINUA 



Partito Bonaparte, i nostri cronisti non ci danno che 
notizie dell'arrivo di truppe dirette al campo, del molti- 
plicarsi dei militari in città, nonché di spedali aperti per 
feriti ed ammalati francesi e di prigionieri e feriti austriaci; 
l'Avanzini (i) narra delle gravissime requisizioni di grano, 
di fariue, di legna, di calzature, e come i provveditori re- 
quisissero buoi e cavalli necessari all'agricoltura e sforzas- 
sero i contadini a condurli al campo, e narra eziandio come 
nel giorno 20 Luglio entrassero in città 200 buoi requi- 
siti, ma abbandonati dai contadini stanchi delle militari 
sevizie (2). 

La popolazione della città lamentavasi, quella del ter- 
ritorio dolevasi. Il perchè il Conte Giuseppe Fenaroli (3) 
pel Comune e Paolo Spagnoli pel territorio, partirono il 



(1) Avanzini - 1. e. p. 14 e seg. 

(2) Idem - 1. e. pag. 15. 

(3) Giuseppe Fenaroli di Bartolomeo fratello di Girolamo su ci- 
tato (1765-1825) ebbe incarichi dalla Repubblica Veneta, poi nel 1804 



2 08 

27 Giugno per Verona onde protestare dinnanzi al veneto 
Provveditore generale, contro tanti mali. Solo che il po- 
vero Foscarini sbigottito, e sul finire della sua missione, 
per tutta risposta disse: che avrebbe scritto a Venezia, la 




Como GIUSEPPE FENAROL! 



quale, continuando nella sua solita indolenza che dovea 
perderla, rispondeva al Foscarini che avrebbe finta rimo- 
stranza a chi doveasi, e frattanto usasse vigilanza e man- 



da Napoleone fu nominato suo maggiordomo e decorato della grande 
Aquila della Legion d'Onore; Paolo Spagnoli ottimo borghese, in- 
dustriale, possidente e della Deputazione del Teritorio. 



209 

tenesse i pubblici riguardi e la disciplina (i), e mandasse 
al Battaggia gli oratori, E quasi non bastasse il tormento 
s'aggiunse pei deboli l' insulto e lo spregio., e la mentita 
lagnanza a coonestare le esorbitanze delli invasori. Valga 
a testimoniare la lettera indirizzata dal grande condottiero 
al veneto provveditore Battaggia da Castiglione Stiviere il 

21 Luglio, u Cicche, egli scrive, voi siete a Brescia le 
forniture per i bisogni dell'armata sono cessate; voi mi 
avevate fatto sperare che avreste rimediato agli assalti che 
si commettono e si raddoppiano, voi mi avete promesso 
di mettere ordine e di dare i locali per gli ospedali, e 
tutto è ridotto in uno stato miserando. Il vostro prede- 
cessore si conduceva favorevolmente coi francesi e questa 
è la ragione per cui cadde in disgrazia. Io vi prego di 
farmi conoscere sopra che io debba contare. Voi non sop- 
porterete che i nostri fratelli d' armi muoiano senza soc- 
corso entro le mura di Brescia o assassinati sopra i grandi 
stradali. Se voi siete insufriceute a fare la polizia del 
vostro paese ed a far provvedere dalla città di Brescia ciò 
che ella deve per 1' erezione degli ospedali e dei bisogni 
dell'armata io prenderò delle misure più efficaci (2) ». 

E poiché il Provveditore, a scongiurare danni maggiori, 
mandava a Bonaparte il colonnello Andrea Frattacchio, 
vedasi quale esito irrisorio s'avesse la missione, come ne 
riferisce il colonnello stesso nel suo rapporto inedito del 

22 Luglio (5). 



(1) Storia Cron. ragionata di Doc. ined. Augusta, t. I, p. 134. 

(2) Corresp. di Napol. I, N. 79.). 

(3) Archivio di Stato. Brescia. 



210 

<( Onorato, io colonnello Andrea Fratacchio, dalla ri- 
spettabile autorità di V. E. di partire la scorsa notte per 
Castiglione Stiviere per consegnare personalmente una let- 
tera di V. E. al generale in capite Bonaparte con alcune 
istruzioni al caso che avesse dato luogo al dialogo, mi 
sono prestato ad ubbidire alla commissione colla più sol 
lecita forma. Arrivato a Castiglione alle ore i 3 di questa 
mattina (9 ant.) mi sono fatto annunciare, ed ebbi in ri- 
sposta : che mi pregava di pochi minuti di dilaziore tanto 
che finita avesse una lettera. Passati dunque pochi minuti 
fui introdotto dal generale Marat. Trovai il generale in 
capite seduto ad un tavolino il quale mi ricevè grazios.i- 
mente. Fatto il dovuto complimento per parte di V. E. 
ed avendogli aggiunto che neppure era andato a riposo 
per rispondere srbito alla sua lettera, presentai la sua e 
t>li aggiunsi che V. lì. mi aveva incaricato dirgli che era 
dolente che ascoltato avesse 1 rapporti non veri de' suoi 
commissionati sull'articolo di trascuranza alle ricerche dei 
bisogni domandati per ospitali ed altro : quando invece 
V. E. si prestava continuamente onde stabilir metodi co- 
stanti e figure apposite a tali e tante esigenze combinabili 
con le deficenze di alcuni generi che si vanno esaurendo 
e che sono continuamente ricercati, e che tutto al più ciò 
produceva una qualche dilazione per qualche genere, giac- 
che non essendo ridotto in massa e a portata d' averlo 
subito era questa indispensabile. Si levò in piedi e rispose: 
bene leggiamo, portandosi ad una finestra. Letto che ebbe 
la lettera mi disse che era infatti poco contento in genere 
e sovratutto degli assassini che nascevano continuamente 



21 I 

ai soldati francesi e che perciò pensava, se re nascessero 
ancora di far ciò che aveva fatto a Bagnasco ed a Pavia. 
Gli domandai con rispetto se permetteva che un militare 
parlasse con la verità di cui faceva professione: mi guardò 
pei rispose : dica pure. Aggiunsi c\iq di questi assassini 
dopo l' arrivo dell' Ecc. Provv. Battaggia non ne avvisò a 
sua notizia che un solo nato in Brescia e pel quale aveva 
prontamente dati li più risoluti ordini per il fermo dello 
scellerato; ma che questo si era subito sottratto e salvato 
nelle montagne. Che non era di nessuna nazione né di 
niun popolo il voler chiamare responsabili le popolazioni, 
la città o il governo se uno scellerato commetteva un 
assassinio, che a lui era solo riferto ciò che arrivava alle 
truppe di sua dipendenza, ma che gli eccessi da questi 
commessi li ignorava quantunque portati ai suoi ufficiali. 
Rispose che non era un solo, ma che in vari luoghi erano 
molti, e che lui avrebbe prese delle risoluzioni relative se 
mai ne accadessero e che avrebbe principiato dal Ponte 
S. Marco ove sapeva die ne erano stati fatti (i) e che 
quanto ai ricercati bisogni per gli ospedali ed altre som- 
ministrazioni in Brescia se non fossero state fatte egli a- 
vrebbe posta un'imposizione di due milioni alla ricca città 



(i) Bonaparte alludeva a parecchi soldati francesi trovati morti 
vicino al Ponte S. Marco il giorno 6 Luglio, ma Mocenigo, fatte le 
debite inquisizioni, gli risultò che i francesi si erano uccisi fra loro 
in rissa. Per contentare però i francesi pubblicò un proclama col quale 
comunicava pena a chi avrebbe insultato od offeso qualcuno apparte- 
nente all'armata e raccomandava alla forza armata veneta di sorve- 
gliare i malviventi (6 Luglio fir. da Filippo Novi Cancell. Pretorio 
ed Antonio Zanini Cancell. Prefett. stamp. Locatelli). 



212 

di Brescia, con li quali danari avrebbe provvisto ai bisogni. 
Aggiunse che nessuno più di lui aveva aggradito che il 
Sig. Battaglia fosse a Brescia, giacché molto lo conside- 
rava, ma che non corrispondeva e che la di lui missione 
iti detta città era un indizio che poco si approvava la con- 
dotta del Mocenigo dal quale era stata molto bene servita 
l'armata francese. Replicò poscia che intatti era poco con- 
tento e che sapeva anco che comunemente si diceva che 
li paesani bergamaschi e bresciani uniti alle valli potevano 
imporre se volessero ai francesi, del che si rideva perchè 
li avrebbe ridotti come li paesani della riviera di Genova. 
Risposi che queste erano voci soltanto dei malitenzionati, 
capricciosi e maligni che cercavano di allontanare la buona 
intelligenza. Anche gli ammalati francesi, soggiunse, si 
lasciano morire sulle strade, cose contrarie alla carità. Gli 
risposi che ciò era assolutamente falso, e che S. E. Batta- 
glia avea già colle sue cure, con le sue ricerche e con le 
sue insinuazioni trovato a quest'ora in sei conventi luoghi 
opportuni per collocare 1500 letti per gli ammalati e che 
si prestava pure a trovare il sito per gli altri 500 a norma 
della ricerca, e che tino ad ora erano stati somministrati 
8 o 900 paglioni, e che si lavorava il resto non essendo 
questa cosa di momento, che tutto ciò poteva essergli as- 
sicurato da suoi direttori degli ospedali, che a momenti 
saranno da lui, e che S. E. Battaglia lo pregava a non 
credere ciò che li commissari o incaricati gli partecipa- 
vano, che tutte le ricerche di carri, fieni, vino, medica- 
menti, legna, carni ed altro erano stati forniti nelle misure 
possibili, e che non si ommetteva diligenza ed amicizia. 



2'3 

Allora prendendo un tono più risoluto soggiunse: A Ve- 
nezia si sono armati nella supposizione forse di imporre 
ai progressi delle armate francesi, giacche suppongono vi- 
cina la discesa degli austriaci. Io batterò gli austriaci e li 
veneziani paghino le spese della guerra, giacche avevano 
dato il passaggio ai nemici. Chiesto di nuovo il permesso 
di parlare, soggiunsi che la Ser. ma Repubblica non aveva 
permesso il passaggio né agli uni, uè agli altri e che S. E. 
ben sapeva che Ella non aveva una neutralità armata per 
impedirlo. Al che mi disse che mi apriva il suo cuore : 
che se li veneziani non disarmavano a Venezia e subito, 
egli andava a dichiarare loro la guerra e che ciò le sarà 
stato detto anco dall'ambasciatore. 

« Si rasserenò un poi.o, ed aggiungendomi di salu- 
tare V. E. mi comnrse di pregarla in suo nome di vo- 
lere domani essere a Verona, ove sarebbe egli pure arri- 
vato, desiderando di parlarle. Gli aggiunsi che non poteva 
rispondere di ciò non sapendo se tenga pubblico permesso 
di potersi colà trasferire V. E., ed allora mi replicò per 
ben tre volte che la pregassi in suo nome. 

« Staccatomi sul momento per restituirmi alla obbe- 
dienza di V. E. dalla quale mi deriva l' inchinata com- 
missione di estendere tutto il colloquio in scritto, al che 
la mia riverente ubbidienza si prestò a fare colla presente 
con stile soltanto militare ed ingenuo (i) ». 

L'insistenza degli austriaci di invedere le nostre valli 
colla fiducia di prendere alle spalle l'armata francese fé' 



(i) Archivio di Stato in Brescia. 



214 

nascere al Bonaparte il desiderio di conoscere ed ispezio- 
nare quelle montuose situazioni e quegli sbocchi alpini, 
ed infatti per Nave e Caino giunse in Valsabbia. E qui 
lasciamo la parola al Dott. Pietro Riccobelli testimonio 
contemporaneo (i). 

« Il giorno 15 Agosto circa le sette pom. pei venne 
per la strada di S. Eusebio (volgarmente di S. Osset) alla 
casa d' Odolo, osteria vicina a quel paese, il generale in 
capo Bonaparte col suo Stato Maggiore, co' principali ge- 
nerali e con suo fratello Luciano (2), scortato da 400 dra- 
goni di cavalleria, e volle colà o bene o male passar la 
notte. Era albergatore in quel tempo certo Savoldi; Bo- 
naparte prima di coricarsi fece dalla soldatesca circondare 
F albergo ; per sua camera scelse una stanza a pian ter- 
reno attigua alla cucina, ove, fatta portare della paglia e 
un materasso vi si sdraiò sopra vestito. Molti però degli 
ufficiali con alcune guardie si portarono nel paese di Odolo 
e ivi piescro in comode case alloggio. In sullo spuntar 
del giorno si misero tutti in marcia e fecero alto a La- 
venone. Il generalissimo smontò verso le nove del mat- 
tino alla casa signorile di Pietro Roberti, non senza sor- 
presa di lui, e vi sostò a riposarsi, ed egli e il suo nu- 
meroso Stato Maggiore vi pranzarono facendo al padrone 



(1) Memorie storiche della Provincia Bresciana e particolarmente 
delle Valli Sabbia e Trompia. - Brescia Tip. Venturini 1847, P a g- 3^ 
e seg. 

(2) Non Luciano, ma Luigi nato nel 1778 ad Ajaccio, morto a 
Livorno nel 1846. - Napoleone dice che suo fratello Luigi era in 
Brescia fra gli ufficiali che si divertivano a corteggiare, per cui ebbe 
un tristo ricordo dalla Contessa C. 



2I 5 

di casa molte e minute ricerche sul nostro governo ve- 
neto,, e se di quello il popolo si trovasse contento. Appena 
finito il desinare, in tutta fretta levossi da tavola ripetendo 
« mon cheval, mon cheval, tout de suite, tout de suite » e 
come vento prese la strada per Anto, e col seguito re- 
cossi a visitare 1" accampamento di Storo. Dati gli ordini 
al generale Sauret, retrocesse celeremente, e nel passare 
alla Rocca d'Anfo, latte alcune osservazioni, comandò fosse 
demolita, quantunque proprietà neutrale, e ciò per togliere 
quanto al caso poteva riuscirgli un inciampo su quella 
frontiera, facendo insieme trasportare a Salò le artiglierie 
che ivi si trovavano. 

« Sulla sera del 16 Agosto al suo ritorno scelse per 
alloggio la bella ed ampia casa Gerardini in Lavenone, e 
tutta la cavalleria prese campo nel prato Chiusura a quella 
attigua e di rimpetto, non senza prima avere qua e là 
appostate le opportune scolte. Prima di coricarsi si assise il 
generalissimo presso una finestra della sala, e ai padroni 
di casa fece le stesse ed altre domande, che la mattina fatte 
aveva al Roberti, aggiungendo di più, che il Governo de' 
Veneziani era divenuto ormai troppo vecchio. Senza pre- 
tendere di aver il dono della profezia era ben da preve- 
dersi da tali ricerche ed espressioni che i disegni del gio- 
vine guerriero sino d' allora miravano, quando che fosse, 
ad annientare l' antica Repubblica e impadronirsene, e 
vieppiù chiara la cosa diveniva poi dal vedersi occupare 
dalle truppe francesi, senza alcun assenso del Senato veneto 
e senza il menomo riguardo alla stipulata neutralità, le 
fortezze più importanti dello Stato, appropriandosene in- 



2l6 

sieme le artiglierie. Ora tornando al generalissimo Bona- 
parte, dopo l'accennato colloquio, preso un po' di brodo, 
andossene a letto. 

« Appena fatto giorno, sotto un' acqua dirotta montò 
a cavallo, e colla solita sua rapidità portossi a Salò. Io vidi 
quell'uomo straordinario passare la mattina del 17 Agosto 
col suo seguito per Vestone. Giunto a Salò prese stanza 
nella casa Laffranchi, ove appena ricevuto un reficiamento 
e alquanto riposatosi si diresse per Salò a Verona (1) ». 




GIUSEPPINA BONAPARTE 

Ritornato il Bonaparte in città venncgli annunciato 
l'arrivo di due personaggi, ed a quell'annunzio due con- 
trari sentimenti gli si suscitarono nell' animo, 1' uno di 
affetto e di contento, l'altro di rammarico e di alterigia. 
L' uno di quei personaggi era la moglie sua Giuseppina, 
a cui fu assegnata abitazione in casa Fenaroli, 1' altro il 
Cardinale Alessandro Mattei Arcivescovo di Ferrara, ac- 
cusato di aver accettata dal Papa le facoltà di Legato 
Apostolico (governatore' di Ferrara. 



(1) Il Riccobe'ili dice Verona, ma Bonn parte da Salò venne a Brescia. 



2iy 
E qui è spediente ricordare come ne' passati giorni un 
corpo dell'esercito francese dopo avere occupato i ducati 
di Parma e di Modena invase Ferrara. Senonchè per es- 
sere più libero a combattere gli austriaci al di qua del Po, 
Bonaparte segnò un armistizio col generale Colli, nulla 
sospendendo fuorché il combattere. 

Il Mattei arrivava in Brescia il 17 Agosto bene accolto 
come ospite dall'abate di S. Faustino Don Raffaele Balestra; 
nello stesso monastero abitava il Commissario veneto Bat- 
taggia, il quale nel giorno seguente condusse il Cardinale 
al Palazzo Fenaroli, e, dopo qualche aspettazione, furono 
insieme ricevuti dal Bonaparte. 

La conversazione tra l'irato Generale ed il mitissimo 
Cardinale è narrata dal D.r Lazzarini (1). 

— È ella F Arcivescovo di Ferrara ? chiesegli il Ge- 
nerale. 

— Sì, ìispose il Cardinale. 

— Con quale facoltà, riprese il Bonaparte, ha assunta 
la Legazione di Ferrara ? 

— Io, signor Generale, non presi il comando della 
città, ma diedi solo alcune disposizioni per ricevere chi 
dovea assumere la vacante delegazione, e ciò per obbedire 
al Santo Padre. 

— Ella non doveva obbedire al Papa, ma alla Repub- 
blica Francese di cui ella è suddito giurato. Il suo delitto 
in politica è imperdonabile, e ringrazi il Duca di Parma 

(1) Dettaglio storico della prigionia in Brescia del Sig. Cardinale 
Alessandro Mattei. - Venezia, presso Andreoli, 1799, p. 20 e seg. 

14 



2l8 

ed alcuni miei amici di Bologna che mi hanno scritto a 
di Lei favore, perchè altrimenti l'avrei fotta fucilare, indi 
continuò ad inveire contro Roma. Dissegli poi che lo a- 
vrebbe fatto condurre a Milano; ma ad intercessione del 
Battaggia e del Generale francese Gauthier lo lasciò a 
Brescia (i). 

Il giorno dopo, trovandosi il Battaggia a pranzo dal 
Bonaparte, caduto il discorso sul Cardinale ne prese mo- 
deratamente le difese, ma il Generale si inquietò ed eruppe 
nuovamente contro il Cardinale ed il Papa, allora Giu- 
seppina rivoltasi con molto affetto verso il marito: — Voi 
che siete tanto buono volete ora apparire cattivo (2). 

S'acquietò il Bonaparte e disse lo avrebbe mandato a 
Roma, ma lo tenne sequestrato a S. Faustino, ove il por- 
porato ebbe conforto da quei monaci e dai numerosi bre- 
sciani ed esteri visitatori. Ma ci vollero la perseveranza 
del veneto Commissario, le raccomandazioni del generale 
Gauthier e del rappresentante francese Lallemand (3) affin- 
chè il generale Bonaparte gli lasciasse libero il ritorno alla 
sua diocesi dopo quasi due mesi di sequestro (4). 

Giuseppina (5) adunque attratta da grande desiderio di 
riveder lo sposo che ardentemente la invitava, come ap- 
pare dalla loro corrispondenza (6), partì da Parigi ed a 



(1) Paolo Gauthier nato a Brest 1737, morto a Parigi nel 1814. 

(2) Ragguaglio I. p. 24. 

(3) Lallemand nato a Metz 1774, morto a Parigi 1834. 

(4) Ragguagli 1. 

(5) Giuseppina Tacher de la Pagerie, nata alla Martinica nel 1763, 
vedova di Alessandro visconte di Beauharnais. 

(6) V. corrispondenza di Napoleone. 



219 
posta corrente, accompagnata dal cognato Giuseppe Bona- 
parte (i) e dal generale Murat (2) con essi unitasi a Mi- 
laiiOj entrò in Brescia ospitata con ogni aristocratica con- 
venienza dalla Contessa Barbara Agosti moglie del Conte 
Girolamo Fenaroli, colla quale fu poi veduta il giorno 
de pò in carrozza sul Corso. 

Gli ammiratori del Bonaparte, ed a di lui contempla- 
zione, pensando di far divertire 1' illustre coppia (come 




Contessa Barbara Agosti Fenaroli 

gli avi nostri aveano fatto divertire la Regina di Cipro 
nel 1496) (3) circondarono la Giuseppina di tutte le più 
vive dimostrazioni. 

Siccome poi non era ancora del tutto pronto lo spet- 
tacolo d'opera della fiera, 1' E%io del maestro Lineili, così 



(1) Nato in Ajaccio nel 1768, morto a Firenze nel 1845. 

(2) Avanzini - 1. e. 

(3) Fé - Storia. Tradiz. Ar. bresc , fase. I, p. 1 - fase. IX, p. 55, 



220 

per avere gli Ospiti in teatro si improvvisò un'Accademia 
nella quale cantò la Grassini, il Crescentini ed il Babini 
celebrità artistiche di quei giorni, e vi assistette la Giu- 
seppina insieme col marito. La sera dopo i coniugi Bona- 
parte intervennero a festa da ballo dal Moceiiigo Capitano 
Vice Podestà Veneto in Broletto, ove comparvero anche 
Giuseppe Bonaparte, il Ravizza generale del Re di Na- 
poli (i), generali ed ufficiali francesi e veneti, nonché il 
Commissario Provveditore Battaglia col suo seguito, ed 
alcuni della bresciana aristocrazia con signore, fra le quali 
distinguevasi la avvenente contessa Lechi-Gerardi. 

Il Bonaparte per soli tre giorni potè godere della com- 
pagnia della moglie, e in quei tre dì visitò gli spedali 
ove era una quantità di ammalati e feriti, indi i magaz- 
zini, ordinò poi a tutti gli ufficiali, i quali avevano fatto 
di Brescia la loro Capua, di ritornare ai loro campi sotto 
pena di castigo, ed avendo ricevuta pressante notizia si 
avviò verso Mantova da lui assediata. 

Frattanto 11 Veneto Senato, male affidavasi alla neu- 
tralità disarmata fra incertezze, imprevidenza e debolezze 
a cui si abbandonava, di fronte alF astuzia e alla prepo- 
tenza del Bonaparte e dei suoi generali, le quali venivano 
rovinando ogni podestà, ogni influenza, che ancora potes- 
sero tener vivo e composto il decrepito stato. Quando più 



(i) Il Borbone di Napoli sperando di fare una onorevole pace 
colla Repubblica Francese richiamò i reggimenti dell'armata Napole- 
tana che si erano uniti ai combattenti austriaci contro i francesi, ed 
il generale Ravizza era comandante dei militi napoletani diretti a Na- 
poli. — Ma vedremo poi come Bonaparte impedisse loro di raggiun- 
gere lo Stato delle Due Sicilie tenendoli ostaggi o prigionieri. 



221 

necessitava ogni energia di uomini per salvare la Repub- 
blica, quando era necessaria la forza ed il fiero linguaggio 

' 1 o oc 

di un Ottolini e di un Pesaro, Bonaparte si trovò in 
faccia un uomo, il Provveditore generale Foscarini, che 
senza gagliardìa, spossato, costretto in un angusto orizzonte, 
non trovava gli slanci del patriottismo e il calore della 
parola, e non seppe con vigorìa minacciosa far ricordare 
l'antica gloria dei Dandolo, dei Mocenigo, dei Giustiniani. 

Ma ecco che il giorno 30, a tutti inaspettata, si sparse 
in città la notizia che un corpo Austriaco stava per en- 
trare dalle porte Pile proveniente dalla Valsabbia. Lo sgo- 
mento fu generale. Gli austriaci poco dopo le nove ant. 
(13 st. it.) entrarono in città, e dividendosi, parte di essi 
percorsero varie contrade ed andarono a sorprendere i ma- 
gazzini degli spedali, fecero prigionieri il generale Murat, 
il Commissario generale di guerra Flamant e Casanova 
comandante della piazza, con tutti gli ufficiali e soldati 
che poterono rinvenire, e li condussero nel convento di 
S. Pietro, meno i generali ed ufficiali superiori, rimessi in 
libertà sul loro onore (1). 

Un corpo di Francesi che bivaccava in fiera fu assalito 
dai tedeschi e dovette cedere. In tale scontro pochi furono 
i morti, parecchi i feriti da ambe le parti, trasportati in 
città, tra questi un luogotenente colonnello ungherese. Fu- 
rono fotti invece prigionieri e condotti al quartiere ge- 
nerale il generale Murat, il comandante della piazza Casa- 
nova, il Commissario di guerra e circa tre mila uomini 



(1) Avanzini, tom. I. 1. e. pag. 28 — Brognoli, 1. e. 



di truppa. A tale movimento i cittadini spaventati chiu- 
sero le botteghe e le porte, mentre il grosso delle milizie 
tedesche era schierato in piazza del Duomo con cannoni a 
miccia accesa, ed altra parte era sulla strada dietro il Castello. 

Il gen. Stausberg, che comandava questi nuovi ospiti, 
si può dire che non discese mai da cavallo aggirandosi 
di continuo per le vie; in questo guerresco tafferuglio poco 
mancò rimanesse prigioniera cogli altri anche Giuseppina 
Bonaparte partita per Milano appena pochi momenti prima 
dell'arrivo degli Austriaci sotto Brescia (i). 

Nella seguente notte gli Austriaci uscirono dalla città 
in diverse direzioni, ma poi verso sera ritornarono per 
andarsene definitivamente la mattina del i° Agosto, rifa- 
cendo la strada di Vallesabbia e seco conducendo due mi- 
gliaia circa di francesi prigionieri. 

In sul mattino del i° Agosto una voce corre in città che 
arrivava la truppa francese, e l'avanguardia era già alla porta 
Torlonsm. Nuovo sgomento fra i cittadini e non senza ragione. 

Alle 5 poni, entrarono veramente di là quindicimila 
francesi che sfilarono sul Corso del Teatro e volsero a 
settentrione mettendo in fuga per porta Pile gli ultimi 
tedeschi. Non era però finito il flusso e il riflusso delle 
truppe belligeranti, e nel mattino del giorno dopo (2 Agosto) 
risonò di nuovo il grido, vengono i tedeschi ! 

Il Bonaparte uscì loro incontro con tutti i suoi fuor 
di porta Torlonga, ma frattanto rinnovavasi fra i cittadini 
l'allarme e maggiore di quello di due giorni 



(1) Avanzini, 1. e. pag. 35. 



223 

spettacolo veramente singolare, scrive il cronista, vedere 
in sulla piazza dell'Erbe (i) venditori e venditrici caricare 
in fretta sulle spalle i panchetti, le ceste delle frutta, ed 
in fretta fuggire lasciando vuota la piazza, mentre nella 
via si richiudevano le botteghe e le porte delle case e 
l'allarme durò tutto il giorno. Un corpo di Francesi in- 
seguì gli Austriaci e raggiunta la retroguardia, dopo breve 
combattimento, ne fece prigionieri circa duecento. 

Fu dopo questo fatto che i Francesi si resero padroni 
del Castello e lo armarono con cannoni, protestando il Moce- 
nigo ed il Governatore delle armi. Era prigioniero in Ca- 
stello Giorgio Pisani senatore e procuratore di S. Marco 
condannato politico del governo veneto. Il Mocenigo re- 
sponsabile della sicurezza di quel prigioniero lo fece tra- 
sportare in Broletto. Frattanto Bonaparte trovavasi col suo 
Stato Maggiore in Castenedolo con abitazione nella casa 
Ferrari, ora Ruspini. 

Come fosse avvenuto l'audace tentativo degli Austriaci 
di prendere, od almeno di disturbare alle spalle l'armata 
francese, ce lo dice la storia 

Sconfìtto dal Bonaparte l'esercito nemico, l'Austria rin- 
novò la sua armata confidando il comando supremo al 
Maresciallo Wùrmser che pose sul Piave il suo quar- 
tiere generale coli' intento di raffs:iuii£ere Mantova e co- 
stringere il nemico a togliere l'assedio. Per divertire l'at- 
tenzione di Bonaparte ordinò a Quosdanovich di far scen- 
dere una sua divisione dal Tirolo e da ogni sbocco alpino 



(i) Brognoli, 1. 



224 

battere i francesi tra il Chiese, il Mincio e l'Adige e pro- 
curando di tagliar loro la ritirata e dirigere un corpo sopra 
Brescia. L' impresa fu data al generale Davidovich. 

Il piano era strategico e sarebbe riuscito, dice il Ma- 
resciallo Marmont (i) se Davidovich fosse stato nel movi- 
mento del suo corpo più sollecito. 

Fin dalle prime avvisaglie Bonaparte comprese tosto 
il pericolo d'esser posto fra due fuochi e la possibilità che 
gli venisse tolta la ritirata. Collo spirito pronto di cui era 
dotato, richiamò dal veneto Massena ed Augereau, ordinò 
a Serrurier di levare il blocco di Mantova riducendo in- 
servibili i cannoni, e di unirsi a lui risalendo il Mincio. 
Frattanto Davidovich, arrivato agli sbocchi delle nostre 
valli, diresse i generali Ott ed Ottskai per la riviera 
occidentale del Garda verso Salò ; Ottskai, abbandonato 
Gavardo, girò pei colli della bassa Riviera procurando di 
unirsi ad Ott per marciare su Montichiari loro obbiettivo. 
Una brigata poi del corpo di Davidovich, comandata dal 
generale Haussberg, fu indirizzata su Brescia alle spalle 
dell'armata francese. 

La molteplice lotta incominciò il giorno 3 Agos:o. 
Wùrmser sempre guerreggiando realizzò il principale in- 
tento, ed entrò col suo esercito in Mantova, ma Bona- 
parte sollecito battè sulla riviera per mezzo di Massena il 
generale Ott, rinforzato dal corpo del generale Reuss, e 
lo obbligò a ritirarsi in Tirolo, ove fu nuovamente bat- 
tuto; Bonaparte coll'altra parte del suo esercito sbaragliò 



(1) Marmont allora ajutante di Bonaparte. 



225 

a Castiglione il corpo venuto fuori di Mantova ad attac- 
carlo. Saputo poi che un corpo austriaco era dalle valli 
disceso a Brescia, accertata la vittoria dei suoi, spedi 
Augereau verso Brescia ; ma gli Austriaci nello stesso dì 
ritornano per le stesse valli in Tirolo traendo reco loro 




Geaerale AUGEREAU 

il generale Murat e gli altri prigionieri di Brescia, per- 
seguitati a tergo da Augereau che li raggiunse, e fatti al- 
quanti prigionieri della retroguardia dei fuggenti, ritornò 
al campo francese. 

Il generale Ottskai, che abbiamo veduto aggirarsi pei 
colli della bassa Rivieni, stupefatto di non trovare il gè- 



226 

nerale Ou al luogo stabilito per la riunione e non sapendo 
più quale partito prendere, si avvilì in modo che mandò 
un parlamentare a Lonato. 

Poche ore prima era arrivato in quella borgata Bona- 
parte per conoscere meglio della vittoria di Massella e per 
dare altri ordini militari, non avea con sé che mille uo- 
mini. Condotto dinnanzi a lui il parlamentario dell'Ottskai, 
coli' audacia che Bonaparte sempre usava quando, giusto 
od ingiusto, volea quid che volea rispose al messo: 
« dite a chi vi ha mandato che io sono qui colla mia 
armata e che se dentro pochi istanti non si rende prigio- 
niero io lo annienterò ». Il generale austriaco accettò l' in- 
timazione e si arrese con quattro mila uomini componenti 
il suo corpo 

Gli entusiasti gallofili si impadronirono del latto, ed 
a voce e sui giornali lo infiorarono con circostanze così 
romantiche da far ritenere alle menti serene incredibile il 
fatto; non è quindi meraviglia se non credette il Botta, 
contraddetto d.\ Thiers. \i sebbene Bonaparte nel suo rap- 
porto al Direttorio racconti nudo il fatto senz' altre ag- 
giunte, pure gli entusiasti continuarono a propalare esage- 
razioni, che ancor noi abbiamo udito da diversi veterani 
della grande armata. 

Nacquero fra i nostri cronistoria dispareri intorno alla per- 
sona di quel generale fatto allora prigioniero. L'Avanzini (i) 
dice che fu Ottskai,ed il Prof. Cenedella 2) scrive che fu Ott. 



(1) Avanzini, 1. e. p. 35. 

(2) Cenedella - Storia di Lanuto. - Mss nella Queriniana. 



227 

Non avendo rinvenuto presso i principali nostri storici 
argomenti per appurare tale vertenza mi rivolsi al Diret- 
tore dell'Archivio militare austriaco, che mi fu cortese di 
copia del seguente dispaccio del generale Quosdanovich : 
« I generali Ottskai ed Ott ricevettero ordine di avanzarsi 
« verso il ponte di S. Marco per riunirsi in quel punto. 
« Ma al nemico riuscì di guadagnare la via che conduce 
« da Lonato a Salò fra la brigata del generale Ott e quella 
« del generale Ottskai (2 Agosto), Davidovich mandò sotto 
« gli ordini del principe di Reuss soccorsi nella direzione 
« di. Salò. Il 3 Agosto Ott è assalito al fianco destro- Il 
(( nemico si getta su Salò e Gavardo e si impadronisce 
« della caserma della artiglieria che fu da me salvata e 
« respinsi il nemico sui monti ed occupai le alture di Salò 
(( cercando di guadagnar tempo per sapere se Ott avesse 
« conservata la posizione e ciò che potesse essere avve- 
« nuto di Reuss e di Ottskai. Il nemico si è impadronito 
« di Gavardo ed ha occupato S. Osello (1). Ma Ottskai 
« e Reuss sono completamente isolati e la brigata del ge- 
« nerale Ottskai è affatto sbaragliata e sino a quest'ora si 
« ignora ciò che sia avvenuto ». E questo documento panni 
sciolga la questione a ravore dell' Avanzini che nel suo 
Diario scrive sotto il giorno 5 Agosto : « Oggi arrivò in 
« Brescia il generale austriaco barone Ottskai fatto pri- 
« gioniero e gli fu assegnato per abitazione il palazzo Mar- 
ce tinengo Colleoni ». Tra le carte poi mandateci da Vienna 



(1) S. Eusebio popolarmente detto S. Osset ed il generale tedesco 
volle italianizzarlo in Osello — colle a cavaliere fra la Valsabbia e 
la Riviera di Salò. 



228 

vi è una relazione del generale Ott sui combattimenti del 4. 
Al 7 dello stesso mese vi fu lo scambio dei prigionieri 
ed il generale Ottskai ritornò in Austria e rividero Brescia 
i generali Murat e Casanova nonché Flamant. 

Forse ci estendemmo più dell'usato in queste ricerche, 
ma essendo avvenuto il fatto in nostra provincia ci parve 
opportuno estenderci ai più minuti dettagli. 



YYTTTTTTTTTTTTTTTTTT 



L' ULTIMO TRIMESTRE 



Le battaglie dell' Agosto costarono molte vittime alle 
due armate belligeranti, e non pochi furono gli ufficiali 
superiori rimasti feriti, od assenti dal campo per malattie. 
Uno Ira questi il generale Lannes; dopo essersi curato a 
Verona, venne in Brescia colle ferite ancora aperte e fu 
ospitato in casa del Nob. Francesco Chizzola, via Porta 
Nuova, N. 33 (i). 

I Veneti usavano tenere la Gran Guardia principale 
sotto la Loggia, ed una secondaria in Broletto. Avvenne 
poi che quando i Francesi costituirono in Brescia un Co- 
mandante militare vollero anch' essi tenere la loro Gran 
Guardia sotto la Loggia, e convennero che i militi Veneti 
stassero a destra della porta Municipale, i Francesi a si- 
nistra, così si continuò fino alla rivoluzione del 1797, 
eccettochè dal 3 al 20 Ottobre 1796, nel qual tratto di 
tempo i Francesi non comparvero alla Loggia (2). 



(1) Avanzini, pp. 54-58. — (2) Id. pag. 56. 



230 

Bonaparte, sebbene avesse conquistata molta parte del 
Tirolo, pure non si fidava di quei fieri montanari e pensò 
di fare degli ostaggi ; infatti il giorno 3 Ottobre giunsero 
qui da Trento scortati da ufficiali i signori Foresti, Prati, 
Ippoliti e Prandini. Il bresciano sig. Pasotti cognato del 
Prati chiese ed ottenne di poter alloggiare gli ostaggi nel 
convento di S. Clemente che era di sua proprietà. Quei 
signori furono lasciati liberi entro i confini delle mura e 
tutti poterono vederli la sera in teatro, ma due giorni 
dopo furono condotti a Milano (1). 

Il dualismo che esisteva fra le due autorità venete di- 
veniva sempre più accentuato. Il Capitano Vice Podestà 
Mocenigo e la sua corte, come chiamavansi gli utficiaU ed 
impiegati a lui soggetti, nutrivano i sentimenti del sena- 
tore Pesaro e del rappresentante in Bergamo Ottolini ed 
avrebbero voluto salvare l' onore della patria e queste 
Provincie occidentali al leone di S. Marco, resistendo con 
tutta energia alle prepotenze francesi; ma ai loro desideri 
si opponevano la fiacchezza del Veneto Senato e le con- 
trarie opinioni del Provveditore di terra ferma che avea 
posto a Brescia il suo Quartiere Generale, come dicemmo, 
in S. Faustino. Il Provveditore Battaggia (2) per sue an- 



(1) Brognoli, voi. I pag. 113. 

(2) Il Provveditore Foscarini corrrucciato pel trattamento usatogli 
da Bonaparte e nella previsione della prossima totale rovina della 
patria, ottenne dal Senato d'essere tolto dall'alta carica che occupava. 
I Savi allora sapendo essere il loro collega Francesco Battaggia in 
benevolenza con Bonaparte lo proposero successore al Foscarini spe- 
rando forse che colla sua parola potesse indurre a più miti propositi 
il fortunato guerriero. Perciò un giorno della prima metà di Giugno 



231 
tiche relazioni già inchinevole alle idee francesi, soprafatto 

dalle parole, dallo sguardo e dal genio dell'uom fatale, non 



comparve in Brescia il nuovo Provveditore prendendo alloggio nel 
monastero di S. Faustino maggiore, abitazione che ritenne lino alla 
sua cacciata da Brescia (Marzo 1797). Francesco Battaggia, di illustre 
famiglia, nacque in Vene/ia nel 1748 da Giovanni ed Flisabetta Corner. 
Ebbe la sua prima educazione in famiglia, compiuta poi in Padova. 
Giovane ancora ebbe posto in Senato. Dicesi che a lui presto arri- 
dessero le massime francesi, e forse più ancona il pensiero di riforme 
a più libero reggimento della Repubblica. Entrando nel Collegio de' 
Savi votò sempre per la neutralità disarmata. Scelto, insieme all'altro 
patrizio Nicola Erizzo, Commissario del Governo di S. Marco presso 
gli eserciti belligeranti il Battaggia vide Bonaparte e tosto divenne 
ammiratore del suo genio, del suo carattere, della sua attività. Egli 
aveva ricevuto dal suo governo ampli poteri sul territorio fra l'Adda 
ed il Mincio già tutto occupato dai Francesi. Nella amministrazione 
dell'alta sua carica si trovò in disaccordo coi Podestà di Brescia, 
Bergamo e Crema patrizi veneziani e franchi conservatori. I gallofili 
bresciani lo vedevano di mal occhio quale rappresentante di S. Marco. 
I conservatori lo accusavano come troppo francese, e gli uni e gli 
altri gli negavano l'interesse che metteva a prò di cittadini, perchè se 
il Battaggia fu parco ed equivoco colle sue relazioni al Senato facendo 
nascere in Venezia dei dubbi intorno alla sua patriottica fede si ado- 
però sovente a difendere la giustizia. Fanno testimonianza la difesa 
del Cardinale di Ferrara al cospetto di Bonaparte, le sue discussioni 
con Saliceti affinchè mettesse un argine all'ingordigia dei Commissari 
ed appaltatori dell'armata che pretendevano più del doppio di quello 
che ai corpi militari abbisognasse, e ne ottenne anche diminuzione del 
costo verso la Repubblica. Fu ne' suoi atti più passivo che attivo, come 
poco curavasi dei gallofili e dei giacobini della città. Con tutto ciò 
scoppiata in Brescia la rivoluzione (Marzo 1797) fu da Brescia scac- 
ciato e nessuno lo pianse. Ricevuto in Venezia, udì essere dai vecchi 
patrizi accusato di tradimento, il Governo tuttavia lo annoverò fra gli 
Avogadori. Entrati poco dopo i Francesi si rammaricò quando vide 
la regina del mare fatta schiava di Francia e più ancora si addolorò 
quando Bonaparte, in cui egli avea posta tanta fiducia, vendette Ve- 
nezia e la terra ferma fino all'Adige all'Austria, al suo dolore non 
sorvisse, essendo morto nel 1797. 



232 

era capace contraddirlo, e sebbene ne suoi dispacci al Se- 
nato si dimostrasse tutto solerte al servizio ed alla difesa 
della Serenissima, se la intendeva però col Bonaparte e coi 
gallofili nostri, e poco o nulla ficea per sostenere il patrio 
governo, a tal segno che dicevasi allora in Brescia il Mi- 
nistero o Quartier Generale del Battaggia potersi conside- 
rare come un club giacobino (1). Le relazioni che correvano 
Ira il Provveditore e coloro che volevano l'umiliazione del 
leone di S. Marco (2), finirono ad impensierire gli stessi 
Inquisitori di Stato che in questo tempo enuio Agostine 
Barbarigo, Angelo Maria Michiel e Vincenzo Dolfin i quali 
al 20 Ottobre scrivevano al Battaggia la seguente riservata: 



(1) Raccolta Crono!, ragionata, voi. I, pag. 238. 

(2) La seguente lettera favoritaci dal N. H. Buzzacarini, che ne 
possiede l'originale, benché scritta posteriormente agli avvenimenti 
che narriamo, è una efficace conferma dei rapporti corsi fra Bonaparte 

Républiojue Franc.aise 

LlRERTÉ EgALITÉ 

Ah Quartier Gènti al de Monlebeìlo ij Messìdor 
An V me de hi RèpubVqiie Une et In divisibile 

Bonaparte General ex chef de l' Armée d' Italie 
A Monsieur Battaglia ancien Provediteur de la Rcpublique de Venise à Brescia 
J'ai recu avec le plus grand plaisir, Monsieur, la dernière lettre 
que vous vous étes donne la peine de m' écrire de Venise. Lorsque 
j'ai vu vòtre noni à une infame proclamation qui a paru dans le 
temps j'ai reconnu que ce ne pouvait ètre que l'oeuvre de vos en- 
nemis et des méehants. La lovanté de vòtre caractère, la pureté de 
vos intentions, la vraie philosophié que j'ai reconnu en vous pendant 
tout le temps que vous avez été chargé du pouvoir suprème sur une 
partie de vos compatriotes, vous ont captivé mon estime.... si elle peut 
vous dèdommager des maux de tonte espò;e que vous avez essujé dans 
ces derniers temps, je me trouverais heureux. Comptez, Monsieur, que 
dans toutes les circonstances jò desirerai 1' occasion de pouvoir faire 
quelque chose qui vous soit agrèable; pourquoi au lieu de Monsieur 



233 

« Oltre a quanto questo Tribunale ha scritto a V. E. in 
data iS corrente, nella somma urgenza e gelosia dei tempi 
presenti non può ommettere per nessun riguardo di affidare 
alla prudenza e maturità sua ed al cittadino suo %do dì 
raccomandarle la vigilanza sopra le persone degli ufficiali 
e del Ministero che lo avvicinano. Devo an%i metterlo in av- 
vertenza sopra il Seg.° fedele Giacomo Sanfermo di qualche 
imprudenza in discorsi di cui il Tribunale è informato ed 
Ella può ben distinguere e certamente apporti delle conse- 
guente; certo essendo che qualunque passo si rendesse neces- 
sario agli eminenti riguardi pubblici non sarà da noi, dietro 
li di lei ragguagli, che attendiamo, o trascurato o differito ». 

Pesaro, ne me fùtes vous pas envoyé à Gorìtz? la force des raisons 
et des choses que vous auriez entendu vous eùt mis à mème de 
triompher des lois de la ridicule oligarchie qui a voulu se naufrager 
pròsque au port. Oui, Monsieur, je me plais à le dire 400, 500 Fran- 
cois qui ont été assassinés à Verone vivraient encore, et si l'oligarchie 
de Venise trop en dissonnance avec les lumiòres et le mouvement de 
toute 1' Europe aurait du céder à un gouvernement plus sage, plus 
humain et plus fonde sur les principes de la vèritable representation, 
il aurait au moins fini sans se rendre coupable d' un crime dont les 
historiens francais seront obligés de remonter plusieurs siècles pour 
en trouver un semblable. 

Je vous ai connu dans un temps où je prévoyais peu ce qui 
devoit arriver et je vous ai vu dès lors ennemi de la tyrannie et dé- 
sirant la vèritable liberto de vòtre Patrie. 

Je vous prie, Monsieur, de croire aux sentiments d'estime et à la 
considèration distinguée avec lesquelles je suis 

BONAPARTE. 

À ìhConsieur 
Ila taglia ancien Proveìiteur 

de la Rèpublique de Venise à Brescia 

à Fé ni se. 

15 



234 

Il Battaggia difese a modo suo il Sanfermo, ma gli 
Inquisitori non si acquietarono e gli rescrivevano di spe- 
dire tosto all'ubbedienza in Venezia il detto Segretario e 
lo avvertivano di aver ordinato al circospetto Conte Rocco 




Provveditore BATTAGGIA 

Sanfermo di sostituire il Giacomo presso il Provveditore 
generale (i). . 

Il Battaglia s'era accorto fin dall'Agosto che gli In- 

OD a o 

quisitori faceano spiare i suoi passi ed i suoi discorsi, e 



(i) Raccolta cronol. ragion, eh. p. 28. 



235 
di ciò si lamentò con Bonapatte, il quale parlando un 
giorno col Priuli rappresentante veneto in Verona gli disse: 
« io so che il vostro governo ha levato il Foscarini dal 
Provveditorato perchè mi ha lasciato entrare in Verona, 
ove però sarei entrato anche senza di lui : ma se poi ri- 
chiamassero il Provveditore Battaggia farei fucilare quanti 
Provveditori verranno da Venezia ». 

E Priuli riferiva il colloquio agli Inquisitori (i), ed ecco 
la cagione dell' indulgenza verso il Battaggia. 

Due ordini pressanti venivano frattanto dal Quartiere 
Generale al Gerard Comandante la piazza , il primo era 
che ordinasse al Veneto Provveditore di proibire ai Bre- 
sciani di leggere in pubblico Foglia Gazzette, ed anche 
lettere private che dassero nuove della guerra, ed il Bat- 
taggia tosto ad obbedirlo pubblicò Y inibizione che com- 
parve sugli angoli Y il Ottobre (2), e per di più al 18 
dello stesso mese sequestrò anche i giornali abbastanza 
giacobini che venivano da Milano (3). 

Questi giornali cominciavano a manifestare sospetti 
e diffidenze verso Bonaparte e nello stesso tempo dileg- 
giavano ed insolentivano la Serenissima, di modo che se- 
questrando que' giornali, una copia de' quali mandava a 
Venezia, il Provveditore Battaggia sapeva che si sarebbe 



(1) Raccolta cronologica 1. e. 

(2) Esemplare nella mia Raccolta. 

(3)1 giornali di Milano che venivano allora a Brescia erano : 
« Giornale della Società degli Amici della Libertà » — « Il Corriere 
Milanese ossia il Cittadino libero », Milano Tip. Veladini, S. Rade- 
gonda. — « Il termometro politico della Lombardia », foglietto gior- 
nale. 



236 

ingraziato da un lato Bonaparte, il Senato Veneto dal- 
l' altro. 

Il secondo ordine che avea ricevuto il Comandante 
di piazza rifletteva ancora quegli ufficiali che, non ostante 
i proclami già pubblicati, continuavano nel dolce far 
niente in Brescia per cui il Gerard ordinò con pubblica 
notificazione che gli ufficiali partissero subito e raggiun- 
gessero i loro corpi sotto comminatoria di pene; che i 
feriti e gli ammalati trasportabili fossero condotti al di 
là dell'Adda insieme ad ogni francese non impiegato, e 
che tutti gli addetti al corpo militare di Brescia vestis- 
sero P uniforme. 

Il blocco di Mantova continuava, ma occorrevano 
braccia pel lavoro, altre ne occorrevano a Peschiera per 
fortificazioni, ed ai poveri soldati le male arie di quei 
luoghi rubavano la sanità, a molti anche la vita. Pensò 
allora Bonaparte di mandare colà da diverse parti i ga- 
leotti, ed il Brognoli (1) e l'Avanzini ne videro una 
grossa compagnia di 100 condotti dai birri passare da 
Brescia il 12 Ottobre, ma diversi per la lunga marcia fitta 
far loro rimasero nelle nostre prigioni impossibilitati a 
camminare. 



(1) Antonio Brognoli, nobile bresciano, fu dei più colti ed ono- 
rati ingegni della patria. Fece i suoi primi studi a Brescia, poi a 
Milano ed a Parma. Si distinse specialmente quale poeta e storico. 
Fu Accademico Errante ed uno de' Presidenti della Civica Biblioteca 
Queriniana. Si hanno di lui a stampa e manoscritte molte opere, ora- 
zioni, elogi, canti, liriche in italiano e latino, e memorie storiche, fra le 
quali importanti le « Memorie aneddote spettanti all'assedio dì Brescia » 
dell'anno 1438. Mo/ì di 83 anni nel 1806. Ne scrisse l'elogio il conte 
G. B. Corniani, suo illustre coetaneo. 



^37 



Mentre i Bresciani erano stati spettatori nei primi 
giorni eli questo mese al cambio dei prigionieri e ne trae- 
vano buon augurio per la desiderata pace, perdettero ogni 
illusione quando il giorno l6 videro passar per Brescia 




ANTONIO BROGNOLI 



grossi corpi di truppa con diversi generali avviati al campo 
dell'armata sul Veneto, (i) 

La Cavalleria Napoletana che, come dicemmo, era 
stata allontanata dalla città perchè benevisa dal popolo in 

(i) Brognoli, 1/ p. 117. 



238 

confronto dei Francesi, stava sempre scaglionata sul Bre- 
sciano, sul Bergamasco e sul Cremasco ed in Brescia stava 
il Conte di Ventimiglia Ministro di Napoli preso la Corte 
di Parma (Palazzo Martinengo Cesaresco a S. Brigida ove 
veniva spesso anche il Gen. Ruiz de Caravantes). I sol- 
dati e gli ufficiali Napolitani fremeano per F ozio a cui 
erano condannati fuor di Patria. NelF Agosto il Coman- 
dante levò da Ospitaletto il Reggimento Napoli affetto 
da febbri e lo concentrò a Rovato ed il Generale stava 
timoroso di un colpo di mala fede da Bonaparte. 

La Corte di Napoli che da una parte dubitava per 
le gravose condizioni messe innanzi dai Francesi sulF e- 
sito delle trattative di pace per le quali era in Parigi il 
Principe di Belmonte, e d' altra parte tcmea sempre che 
Bonaparte tentasse impossessarsi dell' armi e dei cavalli 
mandò ordine al 17 ottobre al Conte di Ventimiglia di 
far marciare senza perdita di tempo la cavalleria nella 
Valtellina. (1) 

Ventimiglia però comprendeva non doversi per allora 
temere un colpo di mano dai Francesi stando essi sul 
punto di essere attaccati dagli Austriaci, e d' altronde le 
posizioni occupate dalla cavalleria sfornita di artiglieria e 
circondata dai Francesi, che ne avevano a dovizia, era 
tale che essa non potea fare la minima mossa senza il 
consenso di Bonaparte. Ciò non ostante comunicò al Bri- 
gadiere Ruiz gli ordini ricevuti e questi conoscendo le 
difficoltà della marcia volle sentire il parere dei quattro 



(1) Marasca, loco cit. p. 230 e se< 



259 
comandanti dei Reggimenti e dell' Intendente Marchese 
di Bisogno. Quest' ultimo dichiarò di non aver denaro 
sufficiente, e che nella Valtellina sarebbero mancati tutti 
i mezzi di sussistenza degli uomini e dei cavalli per 
essere quel paese incolto e misero al pari del Tirolo. 
I Comandanti Francesco Federici, Enrico de Metsch, 
Principe d'Assia Colonnello Brigadiere ed Antonio Pinedo 
Colonnello riuniti dal Ruiz in Brescia presso il Conte di 
Ventimiglia sostennero anch' essi non essere possibile ri- 
tirarsi nella Valtellina ed in una relazione sottoscritta da 
tutti ne mostravano le ragioni. Le strade per passare nella 
Valle erano pessime e 1' unica agevole era occupata dai- 
francesi; nella Valtellina mancavano i viveri per duemila 
cavalli e per passare da essa nel Tirolo era necessario il 
permesso degli Svizzeri che certamente lo avrebbero ne- 
gato. Giunta però in Napoli la notizia del trattato di pace 
conchiusa da Belmonte a Parigi fu immediatamente or- 
dinato a Ventimiglia di sospendere la marcia, tenendola 
tuttavia pronta per qualunque sorpresa e di vegliare sui 
movimenti dei Francesi. Il Conte di Ventimiglia ed il 
Generale Ruiz significavano a Bonaparte la conclusione 
della pace, e gli domandavano di ritornarsene in patria. 
Ma Bonaparte giocava di mala fede; sia che veramente 
tentasse d'impadronirsi dei cavalli di quei reggimenti, da 
lui assai stimati, sia perchè, volendo compiere l'impresa 
di Roma, contasse di tenere quei reggimenti quasi in ostag- 
gio, per essere sicuro che il Re non pensasse di venire 
alle armi rispose: che non aveva ricevuta notizia ufficiale 
della pace, (mentre ufficialmente la comunicava al Battag- 



240 

già (i) e che avrebbe chiesti ordini al Direttorio — ogni 
volta che il Ruiz chiedeva il consenso della partenza avea 
da Bonaparte buone parole, ma null'altro. Allora il generale 
Napoletano prevedendo che i sotterfugi del generale Fran- 
cese sarebbero continuati Dio sa fino a quando, tutto sollecito 
pel bene de' suoi militi e glorioso di comandare reggi- 
menti invidiati dal grande capitano, nel Novembre scrisse 
al Provveditore che approssimandosi V inverno era spe- 
diente gli assegnasse altri locali non così esposti alle in- 
temperie come quelli che i suoi reggimenti occupavano 
nelle diverse stazioni, ed ottenne, se non in tutto in molta 
parte, ciò che desiderava (2). Per ricordare qui come 
andò a finire il malaugurato affare, dirò che Bonaparte 
tirò in lungo fino al Gennaio 1797 ed allora fìnse di ac- 
cordarsi col Ventimiglia fissando la partenza pel 3 Feb- 
braio via di Lodi, ma venuta la vigilia cambiò il 3 nell' 8, 
e alla fine non lasciò partire quei reggimenti se non dopo 
segnato col Papa il trattato di Tolentino ai 19 Febbraio 

1797 (3)- 

Come abbiamo altrove accennato il generale Sauret era 

stato da Bonaparte giudicato inetto e condottiero di mala 

ventura, e perciò lo tolse dal comando dell' avanguardia 

in Tirolo, chiamandolo a reggere la riserva in Brescia. 



(1) Maresca, 1. e. 

(2) Maresca, 1. e. 

(3) Tutto che narrammo dei reggimenti napoletani lo abbiamo 
preso quasi ad ìiteram dall'interessante lavoro del Maresca da noi 
già citato: e non abbiamo aggiunto che alcune notizie e nomi di 
località da lui forse ignorate o tralasciate come di poca importanza 
pel suo lavoro. 



241 
Egli però s'accorse che sotto Bonapartc non avrebbe più 
avuta fortuna e perciò chiese ed ottenne dal Direttorio la 
sua dimissione e se ne tornò in Francia. Venne qui so- 
stituito dall'inquieto generale Macquard (i) che in pochi 
giorni cambiò tre alloggi, da casa Mazzucchelli ora Da- 
tala, in casa Chizzola ai Cappuccini ora Mazzotti, indi in 
casa Poncarali a S. Eufemia (2). 

Frattanto Bonaparte, che aveva portato il Quartier Ge- 
nerale a Bologna, avuta notizia di novelli preparativi guer- 
reschi dell'Austria piegò su Ferrara e venne a Verona. Il 
giorno 22 si sentì in Brescia una sensibilissima scossa di 
terremoto dalla quale il popolo presagiva guerra, ed un 
ardente Giacobino, il parrucchiere Pietro Cavagnini, andava 
pubblicamente gridando che quel terremoto indicava che 
la libertà veniva a mangiare l'imbecille Leon di S. Marco, 
per cui fu d.il Mocenigo fatto arrestare e condotto nelle 
carceri (3) di Bergamo. Nel dì 27 ari ivo a Chiari in car- 
rozza con cavalli di posta Giuseppina in compagnia di 
Madama Faipoult moglie del Ministro Francese a Genova (4) 
e di un ufficiale superiore. A Brescia smontò a casa Fe- 
naroli e la sera furono queste due dame in teatro insieme 
al Co: Giuseppe Fenaroli, ma il giorno dopo trascorso il 
mezzogiorno partirono per Verona. 

Il generale Macquard fece girare per due giorni la sua 
truppa per le valli, lasciò in alcuni paesi de' distaccimenti 



(1) Macquard Francesco di Haumont dans la Meuse (1738-1841). 

(2) Allora Poncarali, indi Balucanti, ora M^rtinengo Oldofredi. 

(3) Bona, Meni. ms. 1. e. 

(4) Faipoult Guglielmo nato nel 1752, Ministro Plenipotenziario 
a Genova, morto a Parigi 1837. 



242 

e ritornò poi in città da Salò (i). Essendo imminente la 
ripresa delle ostilità cogli Austriaci, Bonaparte chiamò al 
campo il generale Victor (2) nel quale poneva molta fi- 
ducia; questi arrivò a Brescia il i° Novembre ed alloggiò 
in casa Monti (N. 25 Porta S. Alessandro). 

La guerra ricominciò, Alvinzi (3) gettò un ponte sul 
Piave e si avanzò sul Brenta. Il piano del supremo co- 
mandante austriaco era che Davidovich (4) sconfiggesse 
Vaubois nel Tirolo e discendesse alla pianura di Verona e 
Mantova, mentre la parte più numerosa dell' esercito a- 
vrebbe per altra via raggiunta la stessa meta. Masseria gli 
andò incontro, ma dopo un combattimento, veduta la 
posizione di Alvinzi, si ripiegò, Bonaparte ed Augereau 
corsero a sostenerlo. 

Al 6 Novembre Bonaparte portò tutte le sue forze vi- 
cino a Bassano. Massella attaccò Liptay (5) avanti a Car- 
miguano e lo costrinse a ripassare il Brenta. Quosdanovich 
attaccato da Augereau davanti a Bassano dovette ritirarsi 
entro il paese. Ma i generali Francesi ben s'accorsero che 
per ciò gli Austriaci non erano vinti. — Il giorno prima 
Bonaparte mandò una stafetta a Vaubois (6) scrivendogli 



(1) Brognoli, pag. 122. 

(2) Victor che fu poi Maresciallo, Duca di Belluno, nato 1764, 
morto 1829. 

(3) Alvinzi Nicola nato in Transilvania nel 1725, morto a Buda 
nel 1810. 

(4) Davidovich Paolo nato in Serbia nel 1750, morto Governa- 
tore di Gonion nel 1820. 

(5) Liptav Antonio nato a Szeceny nel 1728, morto per ferite a 
Padova nel 1800. 

(6) Vaubois nato nel 1754, morto nel 1839. 



243 
di contenere con ogni sforzo Davidovich, ma un'altra stu- 
fetta portava al Quartier Generale francese la notizia che 
Vaubois assalito furiosamente dal nemico si ritirava dalle 
Valli Tirolesi. Bonaparte spedi ordini che tutta la truppa 
disponibile di Verona si portasse a Rivoli a sostenere 
Vaubois, ma troppo scarsa era quella guarnigione, per cui, 
veduto il pericolo, ordinò all' armata di ripiegare su Vi- 
cenza (7 Novembre), sbalordita nel vedere una ritirata fran- 
cese, ed il giorno 8 su Verona, ove lasciò tutto l'esercito, 
ed qqÌì solo colla sua guardia fu a Rivoli ove trovò Vau- 
bois che aveva potuto, non ostante la perdita di 4 mila 
uomini, riordinare il suo corpo ed essere in forze di re- 
sistere a Davidovich. Intanto Alvinzi aveva inseguito i 
Francesi fermandosi a tre leghe da Verona, occupando le 
alture di Caldiero. Agli 1 1 Bonaparte uscì da Verona e 
pose P armata a pie' delle colline occupate dal nemico. 
Ai 12 si ingaggiò la battaglia. L'azione fu vivissima. 
Alvinzi respinse per due volte Massena sotto un'acqua tor- 
renziale e gelata che il vento portara in faccia ai Francesi. 
Il giorno dopo Bonaparte ritirò le sue truppe in Verona, 
sopraffatto da quell' avvilimento e da quell' angoscia che 
alcune volte sorprendono anc^e gli uomini più arditi. Nella 
notte non dormì, egli conobbe tutta la gravezza del pe- 
ricolo. Se Davidovich avesse vinto Vaubois egli, conside- 
rate le gravi perdite fatte di militi e di prodi generali 
messi fuori di combattimento per ferite o per malattie, si 
teneva perduto, molto più che non azzardava di rin- 
novare il combattimento con Alvinzi mentre occupava la 
strategica posizione di Caldiero. Fu in quel giorno (13) 



244 

di scoraggiamento che scrisse urna lettera al Direttorio, 
nella quale si fa manifesta 1' angosciosa condizione del- 
l'animo suo (i). Ne diamo un brano : 

(Nei passati combattimenti) « nous avons eu 600 blessés, 
200 morts, 150 prisonniers, panni lesquels le general de 
brigade Lannoy. Le chef de brigade Dupuy à été blessé 
pour la seconde fois. L'ennemi doit avoir perdu davantage. 

Le temps continue à otre mauvais, toute Y armée est 
excédée de fatigue et sans souliers. J'ai reconduit l'armée 
à Verone, où elle vient d' arriver 

Aujourd' bui, repos aux troupes ; demain, selon les 
mouvements de l'ennemi, nous agirons. Je désespòre d'em- 
pecher le déblocus de Manto ve, qui dans huit jours était 
à nous Si ce malheur arri ve, nous serons bientót derrière 
l'Adda, et plus loin s' il n'arrive pas de troupes. 

Les blessés som 1' élite de l' armée ; tous nos officiers 
superieurs, tous nos géneraux d'elite sont hors de combat: 
tout ce qui m'arrive est si inepte et n'a pas la confìance 
du soldat ! L' armée d' Italie rèduite à une poignée de 
monde, est épuisée. Les héros de Lodi, de Millesimo, de 
Castiglione, de Bassano, sont morts pour leur patrie, 011 
sont à T hópital. Il ne reste plus aux corps que leur ré- 
putation et leur orgueil. Joubert, Lannes, Lanusse, Victor, 
Murat, Chabot, Dupuy, Rampon, Pijon, Chabran, Saint- 
Hilaire sont blessés, ainsi que le general Menard. 

Nous sommes abandonnés au foud de l'Italie. La pré- 



(1) Correspondence de Napoleon I. Paris 1859, toni. II. p. 109-10. 



2^5 

somption de aos forces nous était utile: Fon public, dans 
des discours officiels, à Paris, que uous uè somraes que 
30000 hommes. J'ai perdu datis cette guerre peu de monde, 
mais tous des hommes d' élite, qu' il est impossible de 
remplacer. Ce qui reste de braves voit la mort infaillible, 
au milieu de chances si continuelles et avec des forces si 
minces. Peut-étre 1' heure du brave Augereau, de l'intrè- 
pide Masséna, de Berthier, la mienne est prète à sonner. 
Alors, alors que deviendront ces braves gens ? Cette idée 
me rend réservé; je n'ose plus affronter la mort, qui se- 
rait un sujet de découragement et de malheur pour qui 
est 1' objet de mes sollicitudes. Sous peu de jours, nous 
essayerons un dernier effort. Si la fortune nous sourit, 
Mantove sera pris, et avec lui l' Italie » 

Bonaparte ritornato nella calma trovò subito aiuto nel 
suo genio e pensò che coi comuni usi tattici nella sua 
condizione non avrebbe vinto e quindi era spediente altri- 
menti operare per far discendere l' armata Austriaca da 
Caldiero. Immaginò adunque di tirarla nelle paludi di 
Arcole sulle quali non si può impunemente passare se 
non camminando sugli argini, e chi primo li occupa ha 
più probabiiità di vincere, ed il maggior numero degli av- 
versari poco o nulla vale su quel vacillante terreno. Così 
immaginò, fece e vinse. 

Al 24 di notte in silenzio uscì colParmata da Verona 
prendendo la strada di Brescia, lasciando credere al ne- 
mico che si era avanzato ancor più a Verona, che volesse 
abbandonare il Veneto, ma poco dopo si volse a sinistra 
e discese per la sponda destra dell'Adige indi passò su di 



246 

un ponte di barche fatto da lui preventivamente costruire 
e si pose al fianco anzi quasi dietro il nemico, occupando 
gli argini che dividono quelle paludi. Accortisi gli Au- 
striaci corsero ad attaccarlo e terribilmente si combattè 
d' ambe le parti, ma il giovane generale avea raggiunto 
uno de' suoi obbiettivi quello di costringere Alvinzi ad 
abbandonare le strategiche alture di Caldiero. Venuta la 
notte cessò la grande lotta e Bonaparte ripassò l'Adige e 
bivaccò in una posiz : one in cui nel caso si potesse soc- 
correre Vaubois. Nel 26 si riaccese la battaglia sugli ar- 
gini. I Francesi cariamo gli Austriaci alla baionetta e li 
cacciano in palude e dopo incessanti ed errici combatti- 
menti delle due armate Bonaparte occupa Arcole ; dopo 
72 ore di spaventosa lotta i Francesi ottennero vittoria. 
Le due armate però passarono la notte nella pianura. 

Bonaparte previde che Alvinzi non avrebbe sì presto 
ritentato d' assalirlo, e perciò fece partire immediata- 
mente Massena ed Augereau a difendere Vaubois, ma 
arrivarono quando questo generale era in piena ritirata 
inseguito da Davidovich. Allora i due generali di soccorso 
si posero dinnanzi all' Austriaco, che al primo combatti- 
mento ritornò in Tirolo ed il giorno dopo anche Alvinzi 
ritornò sul Brenta. 

Abbiamo voluto narrare un po' distesamente questi 
guerreschi fatti, sebbene non guerreggiati nella nostra pro- 
vincia, perchè alcuni reputati tattici ritengono che la batta- 
glia d' Arcole sia stata la più audacemente ingegnosa e 
fortunata di tutte le fazioni campali del francese condot- 
tiero, e perchè Brescia ne sopportò le conseguenze. 



247 
Quando Bouaparte parti da Verona verso Bassano 
Madama Giuseppina colla sua compagna di viaggio venne 
a Brescia e questa volta non si fermò, ma cambiati i ca- 
valli s'avviò direttamente per Milano (i). Nello stesso 
giorno arrivarono, credo dal Tirolo, feriti i generali Ram- 
poni (2) e Pijon che furono uno e l'altro accolti nel pa- 
lazzo Uggeri (ora Ferrante, alla Pace) e Mayer :?el palazzo 
Chizzola ai Cappuccini e dopo per più di 20 giorni , con- 
tinuando sempre l'arrivo di feriti ed ammalati, si distri- 
buirono nelle Chiese e Conventi di S. Eufemia e S. Do- 
menico e si improvvisarono altri 9 o io ospedali, e fino 
dal 12 Novembre scriveva il Brognoli che gli spedali erano 
tutti riboccanti « e pare impossibile, esclama, la fermezza 
e la rassegnazione con cui tanti poveri infelici sopportano 
le loro terribili ferite e la crudele loro cura » (3). Per 
lasciar posto ad altri che doveano venire, il Comando mi- 
litare ordinò l'invio a Milano di tutti i feriti trasportabili 
e frattanto arrivavano a Brescia altri dagli spedali di Verona. 
Il giorno 9 Novembre Brescia vide per la prima 
volta la legione di Militi formatasi a Milano di cittadini 
dell'antica Lombardia, e qui giunti per unirsi all'ar- 
mata francese. Vestivano una montura verde con mostre 
rosse, pantaloni e stivaletti, cappello con un'ala alzata ed 
all' intorno della coppa uua gran lastra d' ottone dorata 
pegli ufficiali e semplice pei soldati coli' iscrizione: « Rige- 



(1) Avanzini, 1. e. I, p. 25. 

(2) Ramponi Ant. Guglielmo nato all'Ardeche nel 1750, morto a 
Parigi nel 1822. 

(3) Avanzini, pag. 131. 



248 

nerazione italica - Libertà, eguaglianza o morte » e l'Avan- 
zini attesta che i Bresciani sorridevano al vedere quel ve- 
stito e quell'aspetto poco guerresco. Se poi prestiamo fede 
ad uno degli aiutanti di Bonaparte, il Val, egli scrisse ad 
un suo amico a Parigi che quella legione era formata di 
gente poco buona. Quando udirono i militi di questo corpo, 
che doveano essere avviati verso Mantova, una buona parte 
disertò (i). Non passarono molti mesi e quel corpo della 
Italica Rigenerazione era sciolto. 

Dal giorno che Bonaparte si portò col suo esercito al 
Brenta fino alla battaglia di Arcole i Bresciani furono te- 
nuti sempre all'oscuro di ogni avvenimento; sapevano che 
si guerreggiava anche in Tirolo, ma del resto nulla. Le 
comunicazioni col Veneto furono appositamente chiuse, 
non si lasciavano passare ne viaggiatori, ne negozianti, 
ma solo i militari e quelli di che conducevano i carri 
de' viveri, che si levavano dai magazzeni di Brescia. Era 
stato fermato sul Veneto anche il corriere della Serenis- 
sima. Come avviene sempre ne' momenti di grandi ed 
incerti avvenimenti mancanti di notizie certe, s'immagini 
il lettore, scrive il Brognoli, quante induzioni, quante con- 
tradditorie novelle si udissero in città (2). Senonchè nel 
giorno in cui Bonaparte si ritirava su Vicenza, poi su 
Verona, e Davidovich acquistava terreno contro Vaubois, 
ecco che il generale austriaco Laudon discese dalle nostre 
valli per approssimarsi a Brescia (9 Novembre). La notizia 



(1) Avanzini, pag. 76. 

(2) Brognoli, 1. e. voi. I, p. 131. 



249 
dell' invasione era già stata data a Mocenigo dai Sindaci 
di Valcamonica e di Valtrompia, nonché dal Provvedi- 
tore di Salò. 

Il generale Macquard (i) che comandava la riserva in 
Brescia, ma non avea quasi più soldati per averli mandati 
al campo principale, pensò bene di porsi in sicurezza. 
Fece approvvigionare il castello, fece condurre lassù molti 
de 1 militari che giacevano negli spedali e mise in difesaa 
quelle fortificazioni. 

I cittadini furono in grande apprensione che la città 
ridivenisse campo di battaglia, e pregarono il Provveditore 
di convincere Macquard ad uscire colla sua truppa dalle 
mura, ma naturalmente il generale rifiutò (2). 

II 13 mattina nuovo grande allarme alla voce che gli 
Austriaci erano alle porte; la gente fuggì ritirandosi nelle 
proprie case o botteghe, e così durò 1' agitazione tutto il 
giorno e la sera si calmò (3). 

Ma queste disgustose apprensioni si rinnovarono il 
giorno 16 ed il 18, ondechè i Francesi trasportarono in 
castello anche le po^he artiglierie eh' erano in rocchetta 
di S. Chiara ed il Provveditore fece girare pattuglie di 
fanteria e cavalleria veneta, ma nel giorno 21 1' allarme 
si fece più violento, sempre sulla voce che gli Austriaci 
erano poco distanti da Porta Pile. Dei Francesi una parte 
ritirossi in castello e parte si preparò a combattere, i cit- 
tadini si chiusero nelle case. 



(1) Macquard nato a Hanoncourt 1738, morto 1804. 

(2) Brognoli, 1. e. 

(3) Idem. 16 



250 

Arrivato finalmente il corriere di Venezia si ebbe no 
tizia dei passati avvenimenti; Laudon, conosciuta la riti- 
rata di Davidovich, si ritirò anch'esso dalie valli ; questo 
fatto notificò pubblicamente il Provveditore per acquietare 
le paure dei cittadini; pochi giorni dopo arrivò in Brescia 
il generale Vaubois ferito, estenuato dalle fatiche, ed al- 
loggiò in casa Randini (ora Tagliaferri, a S. Maria Calcherà). 

Mentre poi si sapeva che gli Austriaci aveano ripas- 
sato il confine, il generale Macquard preso con sé un co r po 
di truppa fece una corsa di ricognizione in valle, ma la 
sera ritornò in città. Bonaparte dopo gli ultimi per lui 
gloriosi fatti fu ad ispezionare il blocco di Mantova, indi 
di là direttamente a Milano ove lo raggiunse i! Quartier 
Generale che passò da Brescia insieme alla guardia del 
Generale in capo. Col Quartiere Generale capitò anche 
Murat, che diceasi ferito, e si pose nel palazzo Negroboni 
(ora del Credito Agrario) e si fermò in questa sua sim- 
patica città, com'egli la chiamava. Veramente però le sue 
ferite non gli impedivano di corteggiare le signore e di 
passeggiare sotto i portici col generale Macquard, dove lo 
vide l'Avanzini. Frattanto i feriti erano diminuiti pel tras- 
porto che si fece di molti in altre città e così lasciavano 
i loro letti a quegli infelici commilitoni che la febbre della 
malaria di Mantova colpiva ogni giorno a diecine e diecine. 

Non ostante le terribili lotce de' trascorsi giorni nulla 
indicava che la guerra dovesse cessare anzi i preparativi 
faceano presumere che sarebbe continuata. Le due armate 
non erano in armistizio ma in una sosta forzata avendo 
bisogno di riposo e di riorganizzazione. 



251 

I due eserciti stavano, l'uno l'Austriaco tra Padova e 
Bassano con un corpo in Tirolo, 1' altro tra Verona e 
Legnago. In questi ultimi giorni di Novembre lino quasi 
alla metà di Dicembre fu un continuo passaggio da Bre- 
scia di truppe che venivano da Francia e da Milano ed 
andavano a rinforzare l'armata di Verona; ed un inces- 
sante arrivo di carichi di biscotto, farine, abiti venne ad 
aumentare le provviste dei magazzeni bresciani. 

Gli Austriaci si rifecero presto perchè relativamente 
aveano perduti pochi militi, ma Bonaparte dovette atten- 
dere i 20 o 30 mila uomini promessi da Francia, ed avu- 
tili volea subito continuar la guerra. Ma il Direttorio, per 
mezzo del generale Klerk, gli annunciò che volea un ar- 
mistizio, da domandarsi e trattarsi dallo stesso Klerk. Bo- 
naparte malcontento obbedì. 

In questo frattempo gli Austriaci ripassarono il confine 
tirolese con scorrerie. Occuparono Gargnano e vennero 
fino a Toscolano e condussero via il ^allomano uob. Ve- 
spasiano Dalai. A Barghe e Vestone fecero bottino di sale 
e farine. Al 19 corse voce che gli Austriaci erano stati 
visti a Nave, e questa notizia gettò 1' allarme nella città. 

II generale Macquard, per aver pronta nel caso la di- 
fesa, pose alle principali crocevie della città un capo tam- 
burro con tamburoni pronti a battere la chiamata all'oc- 
correnza (1); duplicò i corpi di guardia alle porte con due 
cannoni rivolti alle strade delle valli, e Murat prese il co- 
mando della parte orientale della nostra Provincia e scrisse 



(1) Avanzini. 1. e. 



252 

a Condulmer Provveditore di Salò che avrebbe ritenuti 
come spie tutti i riveraschi che fossero privi di passaporto 
rilasciato dai Comuni (1). 

Bergamo, e specialmente le sue valli, non ostante che 
costituissero il territorio più lontano dalla dominante pure 
aveano sempre conservato inalterabile fede al Governo di 
S. Marco, sostenuti anche dalla calda parola del rappre- 
sentante Veneto, P Ottolini, tuttoché il debole Senato vi 
contrapponesse quelP altra : rispettale i pubblici riguardi, 
quanto dire, non fate niente e sopportate. Bonaparte, co- 
noscendo il rude ma fermo carattere dei Bergamaschi, de- 
cise di scompigliare i loro pensieri e la loro fede. Bergamo 
non era mai stata occupata dai Francesi dacché costoro 
erano entrati in Lombardia, ma il Bonaparte ordinò al 
generale Baraguai d'Hilliers di compiere quella occupazione. 
Ai 23 Dicembre il generale francese divise il suo corpo 
impadronendosi delle porte della città, non ostaute le pro- 
teste dell'Ottolini e del Provveditore 2;. Il giorno dopo 
Bergamo fu visitata dai soliti emissari della libertà, fra i 
quali, diceasi allora, vi fosse il famigerato modenese Sal- 
vadori, dipinto dal De Castro e dal Greppi come il più 
sfacciato e terrorista di tutti i rivoluzionari. Cosi Bergamo 
fu posta nella stessa condizione di Brescia, governo ve- 
neto impotente ed occupazione francese onnipotente. 

Ai 25 si pubblicò dall'autorità militare che gli Austriaci 
si erano ritirati dalle valli e scomparsi que' pichetti che 
erano stati veduti vicino a Brescia. Si avvicinava frattanto 



(1) Avanzini, 1. 

(2) De Castro. 



2)> 

il carnovale e i Direttori del Teatro degli Erranti ora 
teatro Grande] stante le voci di guerra che ogni dì cre- 
scevano e lo stato d' animo ed economico dei cittadini e 
del Comune, erano in dubbio di aprire le rappresentazioni 
in musica, ma i Francesi le volevano ed il conte Fran- 
cesco Gambara, che fu l'ultimo dei Principi di quell'Acca- 
demia, molto amico dei Francesi si prestò ai loro desi- 
deri e fu dato il melodramma serio Alfonso e Cora. E nella 
prima sera i Francesi armati occuparono le porte interne 
ed esterne del Teatro con meraviglia di tutti che nulla di 
simile aveano mai visto sotto il dominio veneziano. 

Crescendo la guarnigione in Brescia al Comando di 
piazza venne in mente di occupare l'antico Arsenale d'arni 
in Piazza del Duomo i e lo ridusse a caserma metten- 
dovi dentro una mezza brigata. 

La mattina del 27 Dicembre il generale Macquard fece 
la rivista delle sue truppe in Piazza Vecchia, terminata la 
quale ordino fosse lasciato un cannone servito da quattro 
uomini con miccia accesa, a piedi dell'arcata centrale della 
Loggia, rivolto verso 1' orologio o Strada Nuova. 11 fatto 
impressionò fortemente la città, molto più che il Macquard 
non godeva la simpatia dei cittadini. Il Giudice di Col- 
legio Gaetano Palazzi, in quel mese Capo del Municipio, 
si portò sul vespro dal Provveditore e dissegli : « o via 
quell' insultante cannone od il gran Consiglio si dimette 



(1) L'antico Arsenale ove tino alla metà di quel secolo si fab- 
bricavano armi e cannoni, nel 1796 non serviva che a custodire le 
armi. Divenuto poi più tardi proprietà del Sig. Polotta, lo riformo 
dandogli Fattuale nobile forma. 



254 

in massa ». Fa d' uopo credere che il Provveditore con 
efficace rimostranza abbia ottenuto ciò che il Palazzi chie- 
deva, perchè nella notte il cannone fu tolto. 

L' abate Bono ( i ) spiega questo fatto come un dispetto 
contro il Palazzi e suoi colleghi di Banca per aver egli 
rifiutato all'irrequieto generale il prestito di duemila lire 
tornesi. 

Al 30 un piccolo corpo di Austriaci ripassò il confine 
a Bagolino e questo bastò per mettere in apprensione la 
città e lo stesso Macquard il quale, d' accordo col Prov- 
veditore, pose un corpo francese in luogo avanzato fuor 
delle mura, un corpo veneto entro le porte, ed appena 
fuori pose un cannone di grosso calibro appuntato verso 
la campagna. 

Così consumavasi l'anno 1796. « Abbiamo un bel sole, 
ma quantunque /' anno finisca col bel tempo per noi è stato 
quasi sempre burrascoso, per violente, per danni e continua- 
mente in timore di grandi avvenimenti. Iddio voglia che nel 
venturo anno si abbia a vedere il termine di sì terribile guerra ». 
Con queste parole l'Avanzini finiva le sue note cronolo- 
giche del 1796, ed i suoi lamenti corrispondevano a do- 
lorosi finti (2). 



(1) Memorie I. e. 

(2) Un ultimo capitolo « Dolenti note » era nella mente del 
compianto autore ; a scriverlo non gli bastò la vita. 



APPENDICI 



I. 



ELENCO DELLE CHIESE 

che nel 1796 erano aperte all' esercizio del culto 
ed oggi distrutte o volte ad altri usi 



S. Antonio N. Civ. (vecchio) 1944 



S. Andrea 

S. Agostino 

S. Bartolomeo 

S. Barnaba 

S. Brigida 

S. Cristoforo 

S. Caterina 

S. Carlino 



» 1751 - 

» 1 - 

» 802 - 
073 - 
513 - 

» 2824 - 

» 2799 - 

» 2019 - 

S. Cassiano » 162 - 

S. Domenico » 1 115 - 

S. Desiderio » 75 - 

S. Francesca Romana » 2715 - 

S. Giacomo » 2688-89 " 



Via omon ma - ora Via Cairoli N. 9 - 
Cavallerizza Comunale. 

Via del Lauro - ora Corso Carlo Alberto 
N. 44 - Casa detta del Soccorso. 

Vicolo omonimo - Unito al Palazzo Bro- 
letto. 

Via omonima - ora dell'Arsenale X. io 

- Arsenale Militare. 

Piazzetta omonima - ora Corso Magenta 
N. 46 - Istituto Pavoni. 

Vicolo omonimo - ora Vicolo del Beve- 
ratoi N. :<5 - Casa privata. 

Via omonima - ora del Carmine - Ca- 
serma S. Martino. 

Via omonima N. 25 - ora Corso Marsala 
N. 28 - Caserma - Uffici della regia 
Finanza. 

Via omonima - ora Corso Carlo Alberto 
N. 8 - Magazzeno Comunale, unito 
al Palazzo Liceo ed Istituto Tecnico. 

Via omonima N. 5 - ora Torre d'Ercole 
N. 5 - Società Telefonica. 

Via S. Lorenzo - ora Via Moretto - Bagni 
pubblici Ospedale. 

Vicolo omonimo - ora Via Porta Nuova 
N. 6 - Unito al P. L. Convertite. 

Vicolo omonimo N. 1 1 - Magazzeno pri- 
vato. 

Via omonima - ora Via Battaglie N. 61 

- Caserma S. Martino e Archivio No- 
tarile. 



2 S 8 

S. Giulia N. Civ. (vecchio) 1:8 

S. Girolamo » 

S. Lorenzino » : 142 



S. Mattia 
S. Matteo 



2598 
2601 



S. Maria Mansione » 1800 

S. Maria Maddalena » 754 

S. Maria di Passione » 501 

S. Marta » 406 

S. Margherita » 1297 

S. Maria della Neve » 2367 

S. Nicola » 1833 

S. Nazaro de' Disciplini » 1782 

La Pietà » 11 16 

SS. Pietro e Marcellino » 825 

S. Paolo » 226 

S. Pietro Martire » 2081-82 

S. Siro » 535 

I Santi » 42 

S. Spirito » 590 



S. Urbano 



56 



Via dei Padri Riformati - ora Veronica 
Gambara - Museo Cristiano. 

Via omonima - ora Via delle Grazie - 
Cavallerizza Militare. 

Via omonima - ora Moretto N. 43 - Ca- 
serma degli Accenditori. 

Via delle Grazie N. 5 - Casa privata. 

Via delle Grazie N. 9 - Palestra Ginna- 
stica delle Scuole Comunali. 

Piazzetta omonima - ora Via Parallela 
N. 6 - Fabbrica carrozze. 

Piazzetta S. Lorenzo - ora Via Moretto 
N. 53 - Casa privata. 

Piazzetta omonima - ora Via Tosio N. 1 

- Casa privata. 

Giardino Pubblico - ora Piazza Mercato 
Nuovo N. 9 - Caserma Artiglieria. 

Via omonima - ora Paganora N. 2 - 
Casa privata. 

Contrada delle Cappuccine - ora Via delle 
Battaglie N. 38 - Casa privata. 

Vicolo omonimo X. 25 - Magazzeno pri- 
vato. 

Vicolo delle Stelle N. 4 - Magazzeno 
Comunale. 

Via S. Lorenzo - ora Via Moretto N. 42 

- Farmacia Ospedale. 

Piazzetta Casa d'industria - ora Via Santa 
Eufemia N. 3 - Farmacia Militare. 

Vicolo omonimo - Casa d' industria e 
Magazzeno Comunale. 

Vicolo omonimo N. f - Casa privata. 

Vìcolo omonimo N. f - Casa privata. 

Vicolo omonimo N. 2 - Casa privata. 

Contr. omonima - ora Via Tosio N. 16 
Scuole Normali. 

Via omonima - Carceri. 



2)9 
II. 

Diamo qui l'elenco delle monete reali e di conto, che 
avevano corso in Brescia sulla fine del secolo XVIII, in- 
dicandone il valore e la corrispondenza approssimativa in 
lire italiane. Diciamo approssimativa essendo impresa diffi- 
cile, per non dire quasi impossibile, stabilire un ragguaglio 
esatto e sicuro attese le diverse variazioni che molte di 
quelle monete subivano nel valore di piazza in confronto 
a quello intrinseco od a quello ufficiale, variazioni cagio- 
nate così dal capriccio della piazza di Brescia come dal 
commercio, specialmente col Ducato di Milano. 

MONETE REALI ED IDEALI CORRENTI 



Zecchino eguale a lire piccole 22, ora vale lire 12, coi 
suoi spezzati (1/2, 1/4) e coi suoi multipli, i più cospicui 
de' quali erano il pezzo da 40 e quello da 100 zecchini, 
di millimetri 80 di diametro. 

Ducatene S. Giustina eguale a lire piccole 11, ora vale 
lire 6. 

Tfoppio Ducato Veneto eguale a lire piccole 8, ora vale 
lire 4.15 e bresciane 9.5. 



(1) Dialogo fra un creditore e un debitore sul ragguaglio delle 
valute, ecc. - Brescia, Bettoni, 1806, pag. 5. 

Nuovo e preciso ragguaglio fra le lire austriache, italiane e mi- 
lanesi, e viceversa, colla tariffa delle monete. - Brescia, 1824, presso 
Girolamo Quadri, in-8. 

Nazari - Le monete dei possedimenti veneti di oltremare e terra- 
ferma descritte ed illustrate, Venezia, 185 1. 

Tariffa delle monete, tabella di riduzione, ragguagli sui pesi e 
misure, tee. - Brescia, Apollonio, 1861. 

Vincenzo Padovan - Le monete di Venezia, 3* edizione, Ve- 
nezia, 18S1. 



2Ó0 

Scudo Veneto eguale a lire piccole 12.8 (il quarto di 
scudo era detto anche quartarolo). 

Scudo Bresciano eguale a lire piccole 7. 

Osella eguale a lire piccole 3.12. 

Lirasse lirone da io gaiette eguale a lire piccole 1.6, 
ital. lire 0.69. 

L'ira Tlanet eguale a lire piccole 1.14. 

Lira piccola eguale a ital. lire 0.51, valore ideale non 
rappresentato da moneta. 

Petissa e mei^a Petissa - La petissa valeva in Brescia 
quanto la lira piccola. 

Traer - moneta d' origine milanese (1). 

Berlinger Berlingotto - Aveva gran credito in Lom- 
bardia ed era una lira detta anche Moceniga. 

Parpaiola (parpòla) - moneta svizzera-lombarda portata 
fra noi dal traffico. 

Tròni eguale a lire piccole. 

Marcello eguale a lire piccole 0.10 e a ital. lire 0.2550. 

Denaro - 240 danari formavano 1 lira piccola (valore 
ideale). 

Barattino - monetina lievemente concava, il suo nome 
vuoisi derivato dalla voce saracinesca o arabica bagathoh, 
donde anche bagattella che significa cosa vile o di pochis- 
simo pregio. Era la duodecima parte del soldo e chiama- 
vasi talvolta anche denaretto. 

Soldo de piccoli - lire piccole 0.0.12, constava cioè di 
12 denari ed era 1 20 di lira piccola, cioè era la vente- 
sima parte di 51 cent. ital. ed aveva anche la sua metà. 

Settèrnez&o - lire piccole 0.7.10 millesimi. 



(1) I milanesi ritiravano dal veneto moneta buona e davano in 
cambio questa che era comoda ma errosa e la facevano pagare più 
dell'intrinseco, cioè soldi cinque. Bandita con decreto 18 Aprile 1722 
ciò non ostante questa moneta conservò il nome nel commercio anche 
quando in realtà non se ne trovava più in circolazione. 



26 I 

Gabella - valeva 2 soldi - 30 gazzette formavano 
una lirassa. 

Soldo de grossi grosso. 

Lira camerale che valeva lire piccole 0.15.6 denari. 

Be-^elt (da bès, piccola monetai detto anche quattrino 
bianco (1). 

Ouartarolo eguale lire ital. 0.0174. 

Seslno e Scsino doppio - originario milanese - Bresciani 
e Bergamaschi instarono presso il governo perchè ne co- 
niasse di simili (V. Lazzari, pag. 145). 

Grosso e gros setto. 

Monete forestiere. 

La sovrana e mezza sovrana — Lo zecchino di Baviera 

— La doppia di Bologna — Il Luigi di Francia — La 
Genova — Il gigliato di Firenze — La doppia di Milano 

— La doppia di Parma — La doppia di Savoia — I Tal- 
leri d'Austria — I Francesconi di Toscana — I Ducati 
di vari paesi specialmente di Milano -— Ducato di banco 
eguale a ducato d'argento, cioè piccola lira 1 e soldi 12 
del piccolo Ducato, io di banco sino ducati 12 d'argento, 
cioè piccole lire 96 — Soldo grosso di banco vale 8 soldi 
del piccolo — Lira di banco è eguale alla lira grossa. 

PESI E MISURE 

in. «so et. Brescia nel X^TOO (2) 

Se disordinato, e variabile da tempo a tempo, da luogo 
a luogo era il valore delle monete altrettanto si può dire 



(1) Agli ji Ottobre 1458 furono banditi ptr comando del Veneto 
Senato, con grave danno dei Bresciani, i denari di rame minuti altri- 
menti detti planetti. 

(2) Ragguaglio delle misure e pesi Bresciani col sistema metrico 
decimale. Brescia presso Stefano Malaguzzi libraio, 1879. 



262 

del valore de' pesi e delle misure, colla differenza che 
quest'ultimo durò più a lungo verso i tempi nostri, anzi 
l'antico modo del misurare e del pesare non è forse af- 
fatto scomparso, almeno platealmente, dalla Provincia. 
Trattandosi perciò di notizie generalmente note avrei po- 
tuto ometterle, senonchè considero che la storia non è 
fatta solo pei contemporanei, ma altresì per i venturi che 
in un giorno più o meno lontano avranno dimenticato 
nome e valore dei vecchi pesi e misure, come è già pas- 
sato in oblìo per noi il nome ed il valore delle monete 
che gli avi nostri riceveano e spendevano sulla fine del 
secolo XVIII. 

Il sistema metrico di quei giorni non era decimale 
come quello d'oggidì ma dodecimale ; prototipo o cam- 
pione era il braccio bresciano dal quale traevansi tutte le 
altre misure lineari, superficiali e di volume, ed anche i pesi 
usuali, esclusi però quelli dei partiti, che traevano la loro 
origine dal sistema di Venezia, e quello dell' oro e del- 
l'argento che si uniformava al sistema di Milano. 

Il braccio bresciano adunque equivalente a 47 cent. 
5 mill. era diviso in 12 onde e queste in 12 punti, di- 
visi in 12 minuti, formati da 12 atomi ciascuno de' quali 
composto di 12 momenti; parti tanto minute nelle lineari 
misure che non si possono distinguere se non mentalmente 
perchè a formare il braccio bresciano doveano concorrere 
248832 momenti. 

Sei braccia formavano il cavezzo o pertica bresciana 
misuratrice della terra. Due cavezzi cioè braccia 12 di 
lunohezza ed altrettante di larghezza formavano una ta- 
vola di terra, e cento tavole formavatu un piò, che ora 
col sistema metrico decimale corrisponde a 32 are, 5 centim. 
5 mill. e 3 decimillimetri quadrati. 

In alcuni luoghi della nostra Provincia, massime mon- 
tani o confinanti col Bergamasco, colla stessa misura si 



263 

formavano le pertiche superficiali di terra, onde io cavezzi 
per ogni verso facevano una pertica di terra, quattro delle 
quali facevano un piò. La tavola poi si ripartiva in piedi i 2 
di superficie, ognuno dei quali conteneva ?2 onde, che in 
punti, minuti, atomi e momenti a 12 a 1 2 si suddivide- 
vano. I pavimenti, i solari, i tetti e le altre cose che an- 
cora adesso si misurano in sola superfìcie si misuravano 
col braccio e si formava il quadretto. Nelle escavazioni che 
si misurano cubicamente colle tre dimensioni di lunghezza, 
larghezza e grossezza od altezza, per formare un quadretto 
si misurava col braccio in osmi dimensione. 

o 

Gli statuti Bresciani, allora vigenti con forza di legge, 
prescrivevano che ogni fabbricato dovesse erigersi ad un 
piede entro il proprio confine. L'antichità però di questo 
statuto fece dimenticare in parte il valore del piede sta- 
tutario in confronto del prototipo misuratore bresciano. 
Da ciò avvenne che in tutto il secolo scorso si questionò 
dai tecnici (1) se gli statuti avessero inteso riferirsi al piede 
Longobardo di Liutprando (Fé de Brand come lo chia- 
mano i nostri muratori) od a quello romano, oppure ad 
un piede di antico conio bresciano. Chi lo diceva eguale 
ad oncie 16 del braccio nostro, chi ad un braccio pure 
bresciano corrispondente al piede romano. 

Il lettore troverà qui di seguito un prospetto comple- 
mentare ed illustrativo sui vecchi pesi e misure e così 
meglio vedrà come la disordinata varietà dei valori e di- 
visioni metriche d' allora dovessero portare instabilità e 
confusione nel commercio interno ed esterno. 

Misure lineari e di superficie. 

Braccio lungo o di tela eguale a m. 0.6741237. 
Braccio corto o della seta eguale a m. 0.6403828. 



(1) Faustino Fedrighini - Ricerca sul piede statutario di Brescia. 
Ivi pel Bossini 1752, in-8. 



264 

Braccio da muratore detto anche piede di fabbrica e- 
guale a ni. 0.4974275. 

Braccio quadrato di 144 oncie quadr. eguale a 2 decìm. 
quadr., 60 centim. quadr. , 69 mill. quadr. 

Oncia quadr. bresciana eguale a 5 centim. quadr., 70 mill. 
quadr.; si divide in 12 punti. 

Ca vezzo quadr. di 36 braccia quadr. eguale a 8 centiare. 

Tavola quadr. di 4 cavezzi eguale a 32 centiare, 55 de- 
cimi, quadr., 3$ mill. quadr. 

77 Tiò è 100 tavole quadrate cioè 32 are, 55 centim., 
39 decim. quadr., 37 centim. quadr., 54 mill. quadr. 

La Tornitura di 3 piò (1). 

Misure di capacità. 

'Per i Grani. 

La soma eguale 1 ettolitro, 5 decal., o litri, 6 decilitri, 
2 centilitri. Quella di Riviera era alquanto più capace. 

La carici eguale 7 decalitri, 4 litri, 11 decilitri, 7 cen- 
tilitri e 14 centilitri di centilitro. 



(1) Il braccio da misurare la terra, il quale si adopera ancora per 
misurare le fabbriche ed i legnami, è la misura principale della Pro- 
vincia Bresciana e da questa si ricavavano tutte le altre misure li- 
neari superficiali antiche ed ancora i pesi usuali e comuni esclusi 
quelli dei partiti che si uniformavano alla Dominante di Venezia, e 
quelli dell'oro e dell'argento che traevano l'origine dall'antica me- 
tropoli di Milano. Il braccio bresciano adunque si riparte in oncie 12 
e queste in 12 punti, divisi da 12 minuti, formati da 12 atomi 
ciascuno de' quali è composto di 12 momenti, parti tanto minute nelle 
lineari misure che non si possono distinguere se non mentalmente 
poiché a formar il braccio concorrer vi debbono 2,48832 momenti. 
Sei di queste braccia formano il cavezzo o pertica con cui si misura 
la terra. Due cave/zi ossia braccia 12 di lunghezza ed altrettante di 
larghezza formano una tavola di terra e cento tavole formano un piò, 
sicché 20 cavezzi ossia 120 braccia per ogni verso compongono il no- 
stro piò. 



265 

La carga eguale ettolitri 1.626 122 

La quarta (pei grani) (1) eguale 1 decalitro, 2 litri, 
5 decilitri, 5 ccntilitri e 18 centilitri di ccntilitro. 

Il coppo eguale 3 litri, 1 decilitro, 3 centilitri e 79 cen- 
tilitri di ccntilitro. 

Lo stopello eguale 7 decilitri, 8 centilitri e 61 centi- 
litri di centi litro. 

Per il Fino. 

La ^crla eguale 4 decalitri, 9 litri, 7 decilitri. - La zerla 
di Cellatica era di ^6 pinte, la pinta di 8 tazze, 72 boc 
cali, cioè eguale 8 litri 0.4880415. - Quella di Riviera 
era alquanto meno capace. 

Il secchio eguale 1 decalitro, 2 litri, 4 decilitri, 4 cen- 
tilitri. 

La pinta eguale 1 litro, 3 decilitri, 8 centilitri. 

// boccale eguale 6 decilitri, 9 centilitri. 

Il medino eguale 3 decilitri e 5 centilitri. 

La tana eguale 4 centilitri e 25 centilitri di ccntilitro. 

Il carro di 12 zerle (2). 



( 1) La soma era 12 quarte, la quarta 4 coppi, il coppo 4 stoppelli, 
lo stoppello 4 quartini. — La soma di Valcamonica si divideva in 6 
quartari, il quartaro in 2 quarte, la quarta in 8 sedesini, il sedesino 
in 2 minali. — Il sacco di Pisogne si divideva in 14 quarte bresciane. 

(2) La soma di vino è di 187 boccali, il boccale è due mezzi, 
e due boccali fanno una pinta. 

Per 1' olio valevano le seguenti misure : Il moggio equivalente 
a pesi 9 d'olio raffinato — La galeda era 1/8 parte del moggio e si 
divideva in quattro bande — La bazzetta o bazeda, come ancor si 
chiama in Riviera, era la 1/30 parte del moggio — La 1/2 bazzetta 
detto quartirone e 1/4 bazzetta detto 1/2 quartirone — Il moggio di 
miele eguale a (2 pesi — Il moggio del pattume eguale a 13 pesi. 
— Pel fieno valeva, come vale in Provincia nostra, quale misura di 
capacità il carro che è eguale a io me, 7 ce. 4 me. 8 dmc. — Per 
la legna la meda eguale a 7111:., 7 ce. 3 me. 4 dmc. (La Ragione 
de' pubblici dazi stampato dal Zambelli nel 1670). 



266 



Misure pel Carbone. 

Sacco di Gardone eguale ettolitri 4.279543 



» 


Bovegno 


» 


» 


6.0193)0 


)) 


Iseo 


)> 


» 


4.836978 


» 


Breno 


» 


)) 


4.992532 


)) 


Edolo 


» 


» 


6.232715 


)) 


Salò 


)) 


» 


5.105698 


)) 


Brescia 


)) 


» 


3.224652 


)) 


Valsa bbia 


» 


» 


5-374419 


» 


Bagolino 


» 


» 


4.299536 



Pesi. (1) 

La libra eguale 3 ettogr.,6 grammi, 7 decigr., 3 centu r., 
4 milligr. - Quella di Valcamonica alquanto minore J era 
di 18 oncie. 

L'oncia eguale 2 decagr., 6 grammi, 7 decigr., 3 cen- 
tigr., 4 milligr. 

La dramma eguale 1 grammo, 6 decigr., 7 centigr., 
1 milligr. 

lì denaro eguale 1 decigr., 3 centigr., 9 milligr. 

Pesi Farmaceutici: 

Nell'uso farmaceutico la libbra di 12 oncie divideasi 
in 8 dramme divisa ognuna in tre scrupoli e lo scrupolo 
in 24 grani. Solo che come la moneta così anche il braccio 
e la libbra si differenziavano in più iti meno nel valore 
onciale da un circondario all' altro della nostra Provincia 
o da ometto ad oggetto contrattabile. 



(1) lì sistema era anche qui dodecimale ed il tipo ne era la libbra 
di dodici oncie, dal quale tipo con strano conteggio derivarono gli altri 
pesi ascendenti e discendenti, cioè cominciando dall'alto, il peso pro- 
priamente detto che equivaleva a 25 libbre e, cominciando dal basso 
il quarto di cui ne occorrevano 4 per formare la dramma, 16 delle 
quali formavano Vanda. 



ERRAT ACCORRI GÈ 



Pag 


• 3* 


- Almor 




Almorò 


» 


36 


- dovevono 


— 


dovevano 


» 


38 


- laura 


— 


Laurea 


» 


49 


- Semaschi 


— 


Somaschi 


» 


56 


- 1696 


— 


1796 


» 


62 


- 1949 


— 


1849 


» 


83 


- incolandole 


— 


incollandole 


» 


97 


- Clanezzo 


— 


Pianezzzo in Piemonte 


» 


» 


- Bagnoli-Medune 


— 


Bagnolo-Meduna 


» 


99 


- Bagnoli 


— 


Bagnolo 


» 


101 


- Stendal 


— 


Stendhal 


» 


102 


- perpetrato 


— 


preparato 


» 


118 


- longanime 


— 


longanime 


» 


» 


- genecologiche 


— 


genealogiche 


» 


170 


- Licier 


— 


Officier 






Mons. LUIGI F. FÉ D'OSTIANI 



BRESCIA 



NEL 1796 




BRESCIA 

PREMIATA STAMPERIA F.LLI GEROLDr 
1908